Il dialetto napoletano (napulitano) è una variante diatopica del gruppo italiano meridionale delle lingue romanze parlata a Napoli e in aree della Campania non molto distanti dal capoluogo, corrispondenti approssimativamente all'attuale città metropolitana di Napoli e ai contigui Agro aversano e Agro nocerino-sarnese, rispettivamente parte delle province di Caserta e di Salerno.

Il termine dialetto napoletano non è sinonimo di lingua napoletana (individuata dalla classificazione ISO 639-3 attraverso il codice nap e che Ethnologue definisce "lingua napoletano-calabrese"), la quale costituisce invece uno storico idioma sovraregionale basato essenzialmente sull'antica forma vernacolare napoletana (o, più in generale, meridionale) in uso all'interno del Regno di Napoli, ove, per una breve fase del XV secolo, ha avuto anche valore ufficiale. Tuttavia, alcuni studiosi moderni ne mettono in dubbio l'esistenza, "l’UNESCO, come tutti gli enti linguistici internazionali, classifica geograficamente le varie lingue, e lo fa pure in modo assai semplificato e fuorviante se è vero che indica per napoletano una lingua macroregionale anche detta “italiano del Sud”, insieme dei dialetti alto-meridionali, quelli del territorio appartenuto al Regno di Napoli, dalle Marche meridionali in giù, esclusi il Lazio centro-settentrionale, la bassa Calabria e il Salento. Insomma, più che lingua napoletana, lingua napolitana, come era detta la nazionalità degli abitanti dell’estinto Regno di Napoli o, se vogliamo, della parte statuale del Regno delle Due Sicilie al di qua del faro di Messina. Lingua che, con tale estensione, non esiste, perché nel Sud peninsulare si parlano alcune varietà locali tra loro diverse che non possono essere considerate come variazioni del napoletano. D’altronde, la stessa Campania è una regione storicamente complessa i cui territori, tra il VI e l’XI secolo, si presentavano divisi tra bizantini e longobardi, quindi tra elemento grecizzato da una parte e latinizzato dall’altro, oggi rispecchiati nella presenza più significativa di grecismi nelle zone costiere, da Napoli al Cilento, e di longobardismi nelle zone appenniniche più interne. Uscendo dalle classificazioni grossolane, comprese quelle di tutti gli stranieri che considerano napoletani finanche i calabresi e i lucani, un concetto dev’essere chiaro: il vero napoletano è parlato solo nella popolosa area metropolitana partenopea, e persino in tale ambito emergono particolari differenze tra i vari quartieri." pur rivendicando per il napoletano uno status di lingua letteraria e attribuendo alla città di Napoli un'influenza o contaminazione esercitata sui dialetti meridionali. "Il ruolo di Napoli, in quanto capitale del regno napolitano che fu, ha piantato i suoi lasciti anche in altri territori dell’Italia meridionale, là dove alcune parole napoletane si sono diffuse e fissate nei dialetti autoctoni."

Comunque il volgare pugliese,Ove per pugliese si intende tutto ciò che è relativo all'Italia meridionale (o Mezzogiorno peninsulare).. altro nome con cui sono storicamente conosciuti il napoletano e i dialetti meridionali,In tal senso anche Dante: «Sed quamvis terrigene Apuli loquantur obscene communiter, frelingentes eorum quidam polite locuti sunt, vocabula curialiora in suis cantionibus compilantes, ut manifeste apparet eorucm dicta perspicientibus, ut puta Madonna, die vi voglio, et Per fino amore vo sì letamente.». Dante, De vulgari eloquentia, I, XII 8-9. nella sua forma letteraria (e alternandosi in tale ruolo con il volgare toscano), finì col sostituire parzialmente il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli, dall'unificazione delle Due Sicilie per decreto di Alfonso I, nel 1442; e continuò ad evolvere parallelamente all'ambito letterario nella sua forma parlata.Esempio di napoletano letterario in uso alla corte di Napoli nella seconda metà del XV secolo, pervenutoci attraverso i saggi di Giovanni Brancati, umanista di corte di Ferdinando I: «Ben so io esserno multe cose in latino dicte quale in vulgaro nostro o vero non se ponno per niente o ver non assai propriamente exprimere, quale son multi de animali quali noi havemo, molti de arbori quali fi’ al presente sono como dal principio foron chiamati; chosì de herbe, de medicine, de infirmitate, de metalle, de pietre et de gioie, essendono o ver per loro rarità o vero per sorte chon li primi lor nomi ad noi pervenute.[…]». In quest'epoca, il napoletano letterario in uso alla cancelleria di corte, si presenta epurato di alcuni dei tratti più marcatamente locali, alleggeriti con l'ingresso di elementi assunti dalla tradizione letteraria toscana, considerata più prestigiosa.

Posteriormente però, già a partire dal 1501, per volere degli stessi letterati locali dell'Accademia Pontaniana, il suddetto idioma cominciò ad essere, in ambiti amministrativi e diplomatici, progressivamente sostituito — e dal 1554, per volontà del cardinale Girolamo Seripando, lo fu in maniera definitiva — dall'italiano, basato sul volgare toscano (presente già da tempo in contesti letterari, di studio e relativi alla cancelleria, insieme al latino), il quale, dalla metà del XVI secolo, è usato come lingua ufficiale e amministrativa di tutti gli Stati italiani preunitari (con l'unica eccezione del Regno di Sardegna insulare, dove l'italiano standard assunse tale posizione a partire dal XVIII secolo), e successivamente dell'Italia stessa, fino all'attualità.

Il volgare napoletano, nella sua forma letteraria (intesa come varietà colta ed esclusivamente scritta, ad esempio, quella utilizzata da Giambattista Basile ne Lo cunto de li cunti, overo lo trattenemiento de peccerille, da non confondersi dunque con il dialetto napoletano) ha, in alcune epoche, fatto da ponte fra il pensiero dell'antichità classica e quello moderno, rinascimentale e barocco, fra le culture dell'Europa meridionale e dell'oriente bizantino e quelle dell'Europa settentrionale, spaziando dall'«amor cortese» — che con la Scuola siciliana diffuse il platonismo nella poesia occidentale — al tragicomico (Vaiasseide, Pulcinella) e alla tradizione popolare; in napoletano sono state inoltre raccolte, per la prima volta, le fiabe più celebri della cultura europea moderna, da Cenerentola alla Bella addormentata, nonché storie in cui compare la figura del Gatto mammone.

Origini e storia Il napoletano, come l'italiano, è un idioma derivato dal latino. È stato ipotizzato quale possibile substrato, al pari degli altri dialetti alto-meridionali, l'antica lingua osca (un idioma italico facente parte del ramo osco-umbro), parlata da tempo immemore dalle popolazioni autoctone dell'Italia centro-meridionale e meridionale (iscrizioni in osco rinvenute a Pompei indicano che la lingua fosse ancora parlata nel 79 d.C., a romanizzazione della regione già pienamente avvenuta da tempo), sebbene la città di Neapolis fosse nota per la sua grecità e la diglossia tra greco antico e latino. Ad ogni modo, prove chiare e inequivoche di carattere linguistico non sono facilmente formulabili.

Il napoletano, così come qualsiasi altro idioma, ha inoltre assorbito, nel corso della sua storia, influenze e "prestiti" di adstrato dai vari popoli che hanno governato la Campania e l'Italia centro-meridionale a partire dal Medioevo: dai funzionari e i mercanti bizantini nell'epoca del Ducato di Napoli, passando per i duchi e i principi longobardi di Benevento, giungendo infine ai sovrani normanni, francesi e spagnoli

Tuttavia, per quanto riguarda lo spagnolo, è errato attribuire all'influenza spagnola (Napoli e tutto il Mezzogiorno d'Italia furono governati per oltre due secoli, dal 1503 al 1707, da viceré spagnoli) qualsiasi somiglianza tra il napoletano e quest'idioma: essendo ambedue lingue romanze o neolatine, la maggior parte degli elementi comuni o somiglianti vanno infatti fatti risalire esclusivamente al latino volgare (in particolare la costruzione dell'accusativo personale indiretto e l'uso di tenere e di stare in luogo di avere ed essere, e così via).

Sotto la dinastia degli Aragona di Napoli si propose che il napoletano continuasse a persistere come lingua dell'amministrazione, senza mai imporre l'aragonese o il catalano, ma il tentativo abortì con la deposizione di Federico I e l'inizio del viceregno spagnolo, agli inizi XVI secolo, quando il suddetto idioma venne sostituito — per volere degli stessi letterati napoletani — dall'italiano, così come in tutti gli altri Stati dell'Italia di quell'epoca. Nella prima metà dell'Ottocento, il Regno delle Due Sicilie, allo stesso modo dell'anteriore Regno di Napoli, usava infatti, de iure, come lingua amministrativa e letteraria, il solo l'italiano (così come oggi), e quindi il napoletano non ebbe mai condizione di lingua ufficiale, se non per un breve periodo, dal 1442 al 1501.

Fonetica e sintassi

Spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano scevà e che nell'alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo // (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

Nonostante la pronuncia (e in mancanza di convenzioni ortografiche accettate da tutti) spesso queste vocali, nei solchi della tradizione letteraria in lingua, sono trascritte sulla base del modello della lingua italiana, e ciò, pur migliorando la leggibilità del testo e rendendo graficamente un suono debole ma esistente, favorisce l'insorgere di errori da parte di coloro che, non conoscendo la lingua, sono portati a leggere le suddette vocali come in italiano. In altri casi si preferisce trascrivere le vocali con una dieresi. Nell'uso scritto spontaneo dei giovani (SMS, graffiti, ecc.), come ha documentato Pietro Maturi, prevale invece l'omissione completa di tale fono, con il risultato di grafie quasi-fonetiche a volte poco riconoscibili ma marcatamente distanti dalla forma italiana (p.es. tliefn per təliefənə, ovvero "telefona").

Altri errori comuni, dovuti a somiglianze solo apparenti con l'italiano, riguardano l'uso errato del rafforzamento sintattico, che segue, rispetto all'italiano, regole proprie e molto diverse, e la pronuncia di vocali chiuse invece che aperte, o viceversa, l'arbitraria interpretazione di alcuni suoni.

Alcune ulteriori differenze di pronuncia con l'italiano sono: in principio di parola, e soprattutto nei gruppi gua // e gue //, spesso la occlusiva velare sonora // seguita da vocale diventa approssimante /ɣ/. la fricativa alveolare non sonora // in posizione iniziale seguita da consonante viene spesso pronunciata come fricativa postalveolare non sonora // (come in scena [] dell'italiano) ma non quando è seguita da una occlusiva dentale // o // (almeno nella forma più pura della lingua, e questa tendenza viene invertita nelle parlate molisane). le parole che terminano per consonante (in genere prestiti stranieri) portano l'accento sull'ultima sillaba. la // diacritica presente nei gruppi -cia // e -gia // dell'italiano, viene talvolta pronunciata: per es. na cruciéra []. è frequente il rotacismo della //, cioè il suo passaggio a // (realizzata più esattamente come []), come in Maronna. la consonante occlusiva bilabiale sonora // a inizio di parola è pronunciata come la consonante fricativa labiodentale sonora // (betacismo): per es. "báscio" [].

Controversie sull'ortografia Dal tardo Settecento a oggi, stante l'assenza di uno standard di scrittura per un sistema linguistico neolatino che ha comunque delle norme ineludibili, i diversi modi di scrivere il napoletano danno vita ad accese discussioni.