La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme (Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, 1963) è uno dei più noti saggi di Hannah Arendt.
Genesi dell'opera La lettera Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male è sostanzialmente il diario dell'autrice, inviata del settimanale The New Yorker, sulle sedute del processo ad Adolf Eichmann. Arendt scrisse cinque articoli per la rivista tra febbraio e marzo del 1963 che, nel maggio dello stesso anno, con integrazioni, uscirono in forma di libro. Il gerarca nazista, rifugiatosi nel 1945 in Argentina, fu ivi prelevato dagli israeliani nel 1960, processato per genocidio nel 1961 a Gerusalemme e condannato a morte per impiccagione. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962..
Il titolo originale dell'opera è Eichmann in Jerusalem - A Report on the Banality of Evil. Non senza ragione, l'editore italiano ritenne opportuno invertire l'ordine del titolo. Dal dibattimento in aula, infatti, Arendt ricaverà l'idea che il male perpetrato da Eichmann - come dalla maggior parte dei tedeschi che si resero corresponsabili dell'Olocausto - fosse dovuto non a un'indole maligna, ben radicata nell'anima (come sostenne nel suo Le origini del totalitarismo) quanto piuttosto a una completa inconsapevolezza di cosa significassero le proprie azioni.
La corte, le condizioni del processo e l'imputato La banalità del male inizia con una disamina delle condizioni sociali all'epoca del processo ad Adolf Eichmann: secondo Arendt, le esigenze politiche influenzarono la credibilità del processo: il pubblico ministero Gideon Hausner fu condizionato dal primo ministro israeliano Ben Gurion, "giustamente chiamato 'l'architetto dello Stato'", pur non assistendo ad alcuna seduta.. Anziché limitarsi a giudicare esclusivamente le azioni dell'individuo Adolf Eichmann, il Pubblico ministero cercò di far sì che la corte (presieduta da Moshe Landau) operasse una disamina generale dell'antisemitismo nazista: un processo di caratura ben più alta, dunque, che avrebbe aumentato la popolarità dello stato di Israele presso gli ebrei sparsi per il mondo; inoltre avrebbe permesso di mettere in cattiva luce i paesi arabi del Medio Oriente, con cui Israele era in conflitto, ricordando le loro simpatie per il nazismo. Arendt critica duramente il discorso di apertura tenuto dal pubblico ministero Gideon Hausner, in particolare la frase "noi non facciamo distinzioni etniche". Nell'opinione dell'autrice, il processo ad Eichmann era fondato proprio sulle distinzioni etniche e religiose: l'imputato era accusato di crimini "contro il popolo ebraico" e di crimini contro l'umanità "commessi sul corpo del popolo ebraico", oltre ad essere strumentalizzato dalla politica del giovane Stato d'Israele..
Successivamente si passa all'esame dell'imputato. Adolf Eichmann, nato a Solingen in Renania nel 1906, fu studente poco brillante: si ritirò dalle scuole superiori come da quelle di avviamento professionale. Lavorò come minatore nella compagnia del padre finché questi non riuscì a trovargli un lavoro alla compagnia elettro-tranviaria austriaca. Un suo zio – sposato con un'ebrea – era amico del presidente della compagnia petrolifera austriaca Vacuum e riuscì a convincerlo ad assumere Eichmann come rappresentante..
Entrò nel partito nazista austriaco nel 1932 senza troppa convinzione, seguendo il consiglio del suo amico Ernst Kaltenbrunner «… gli disse 'perché non entri nelle SS?' – e lui rispose: 'Già, perché no?'», essendo scontento dal suo lavoro. Non conosceva nulla del partito nazista, non aveva mai letto il Mein Kampf (come pure nessun altro libro), giustificava il proprio impegno politico asserendo di non accettare le condizioni imposte alla Germania dal Trattato di Versailles del 1919 e dicendo di volerle cambiare: una motivazione generica, che avrebbe potuto pronunciare prima di entrare in qualsiasi partito, tanto era opinione diffusa tra i tedeschi che il trattato fosse stato troppo punitivo.. Trattato di Versailles URL consultato il 10 aprile 2012
Quando il partito nazista austriaco divenne illegale ritornò in Germania, dove un ufficiale lo spinse alla carriera militare: "Giusto, pensai tra me, perché non diventare un soldato?".. L'autrice sottolinea come il quadro tracciato non sia quello di un efferato criminale, quanto piuttosto di un uomo semplice, la cui personalità rasentava la mediocrità. Durante il regime nazista, come durante tutta la sua vita, egli visse per inerzia, guidato dal padre, dalle amicizie, dalla situazione in cui viveva. Era pericolosamente privo di iniziativa e di spessore culturale e morale; quest'ultimo non andava oltre i condizionamenti che gli erano stati dati dalla società..
La carriera di Eichmann L'impressione sembra confermata dal motivo del suo ingresso nelle SS: egli entrò nel servizio di sicurezza delle SS (RSHA) confondendolo con il servizio di sicurezza del partito, ovvero il servizio di scorta delle sue alte personalità. Per quattro mesi lavorò di malavoglia all'ufficio di raccolta informazioni sui massoni, prima di essere trasferito al corrispondente ufficio ebraico..
Quando gli fu regalato Lo Stato ebraico, di Theodor Herzl, lo divorò avidamente: fu il suo primo libro; imparerà poi la lingua yiddish, e leggerà di sua iniziativa Storia del sionismo di Adolf Böhm; questa cultura riuscì a farlo nominare "esperto in questioni ebraiche". In un contesto come quello delle leggi razziali del 1935 – che da molti ebrei erano state accettate come la semplice regolamentazione di pratiche già in uso – egli si prefiggeva di "aiutare gli ebrei a fondare un loro Stato", organizzandone l'emigrazione forzata; si considerava un idealista-realista: realizzava il volere del partito (una Germania Judenrein, ripulita dagli ebrei) e il volere della razza ebraica (avere un proprio territorio)..
Rubandone l'idea a un suo superiore, risolse i problemi che sorgevano nell'emigrazione: l'ebreo doveva comprare i permessi necessari all'espatrio da diversi uffici, ma questi rilasciavano permessi dalla scarsa durata – molto spesso scadevano prima che l'emigrante riuscisse a completare la trafila burocratica – ed egli risolse il problema concentrando in un solo edificio un rappresentante di ogni istituto atto a rilasciarli, dotando poi gli emigranti della valuta straniera (necessaria a entrare nel paese di destinazione) mediante un accordo coi capi delle comunità ebraiche: questi si facevano prestare ingenti somme dalle comunità ebraiche estere, per rivendere il contante agli ebrei tedeschi ad un cambio doppio.
L'autrice traccia quindi il profilo psicologico di Adolf Eichmann: un uomo mediocre, che vive di idee altrui e si attribuisce meriti che non ha pur di sfuggire alla mediocrità; oltretutto, sarà proprio questo a metterlo nei guai: nel 1957 rilascerà un'intervista al giornalista ed ex-SS Willem Sassen, stanco della vita poco stimolante che gli offriva il suo nascondiglio in Argentina (dove lavorava come dipendente della filiale automobilistica della Mercedes Benz, con mansioni di meccanico e di caporeparto),. per rivivere le emozioni dei giorni in cui si sentiva realizzato. Il quadro è aggravato dalla sua propensione a parlare per frasi fatte e dalla sua incoerenza: all'inizio del processo dichiarò di non voler prestare giuramento – in quanto "ho imparato che è la sola cosa che non vada mai fatta" – per poi alla prima udienza scegliere di deporre sotto giuramento.
Quanto poco si rendesse conto di quel che diceva e quanto poco sapesse capire gli altri risultò dalla deposizione in cui si dichiarò "salvatore del popolo ebraico", in quanto aveva fatto emigrare centinaia di migliaia di persone, altrimenti condannate a morte. Secondo Arendt, «quanto più lo si ascoltava, tanto più era evidente che la sua capacità di esprimersi era strettamente legata a un'incapacità di pensare, cioè di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Comunicare con lui era impossibile, non perché mentiva, ma perché le parole e la presenza degli altri, e quindi la realtà in quanto tale, non lo toccavano».. Forse se avesse avuto una memoria migliore e un avvocato più capace avrebbe potuto propagandare meglio quest'idea: all'inizio il nazismo considerava in effetti come unici interlocutori proprio i sionisti; si era addirittura stipulato un accordo secondo cui l'ebreo poteva mantenere il proprio denaro anche in caso di emigrazione, purché lo cambiasse in merci prodotte dalla Germania (che al proprio arrivo in Palestina sarebbero state rivendute dai capi ebraici, che avrebbero tenuto una quota della vendita per la loro mediazione). La sua cronica mancanza di memoria lo condannerà a non poter mai controbattere seriamente alle accuse: egli ricordava solo i propri successi personali, i suoi stati d'animo e le frasi fatte ad essi collegate: ricorderà tutte le sue quattro promozioni tra il 1937 e il 1941, e l'arrivo al ruolo di comandante del centro per l'emigrazione berlinese – per lui una condanna: nel 1941, in piena guerra, non si parlava più di espellere gli ebrei. La sua carriera era finita..
Le sue responsabilità erano inoltre minori di quanto sembrasse: egli era solo il capo dell'ufficio B4 sottosezione 4 dell'RSHA, ufficio per la sicurezza nazionale delle SS. Il clamore intorno a lui nacque perché durante il Processo di Norimberga molti cercarono di scaricare su di lui le proprie responsabilità, ritenendolo morto. Uomo di bassa cultura benché di solida estrazione sociale, era estremamente zelante sul lavoro; non per ideologia ma per il desiderio di compiacere i propri comandanti e guadagnarsi riconoscimenti. Trovatosi ad organizzare l'emigrazione in pieno tempo di guerra, ebbe l'idea di realizzare il progetto del Führer di uno Stato Judenrein spostando tutti gli ebrei nella parte orientale della Polonia, fuori dal Reich tedesco. Incontrate le resistenze di Hans Frank – governatore della Polonia, il quale non sopportò di vedere prevaricata la propria autorità.. – abbandonò l'iniziativa personale, sinceramente convinto che Frank volesse pensare da sé agli ebrei residenti in Polonia, e si dedicò ad attuare progetti assegnati al suo ufficio da tempo, ma giacenti in quanto irrealizzabili, come l'emigrazione di quattro milioni di ebrei in Madagascar, progetto assegnatogli dall'RSHA come mascheramento (come ovvio, poiché non vi erano mezzi né possibilità logistiche per spostare quattro milioni di persone in un territorio francese, con l'oceano Atlantico saldamente in mano agli inglesi)..
A lui si deve l'organizzazione di Theresienstadt, ghetto – campo di concentramento "umano", realizzato a scopo propagandistico (unico campo visitabile dalla Croce Rossa; quando dei rappresentanti in visita chiesero di poter vedere anche il campo di Bergen-Belsen, fu loro impedito sostenendo che era in atto un'epidemia di tifo) e presentato dai nazisti come "tipico esempio di insediamento ebraico". A Theresienstadt venivano deportati principalmente vecchi e personalità ebraiche in vista: era un paese di campagna evacuato, recintato per l'occasione, dove alle alte personalità ebraiche veniva fatto credere di vivere al confino. I loro averi erano confiscati col pretesto di pagare l'alloggio in cui vivevano, che - secondo la propaganda nazista - sarebbe diventato di loro proprietà. Solo in seguito divenne evidente la funzione propagandistica del campo di concentramento ed il suo vero ruolo di "centrale di smistamento" verso gli altri lager..
Due mesi dopo l'attacco all'Urss, Reinhard Heydrich mise al corrente Eichmann della decisione del Führer: la "soluzione finale". Egli durante la deposizione si perde a raccontare i dettagli del suo senso di vuoto, coerentemente con sé stesso. Lo sterminio non sarà mai nominato: si useranno termini quali "soluzione finale" e "lavoro all'est".