Lo smemorato di Collegno fu un uomo amnesico, la cui vicenda divenne un caso giudiziario e mediatico (caso Bruneri-Canella) di notevole risonanza in Italia tra il 1927 e il 1931. Trovato privo di documenti, fu ricoverato nel manicomio di Collegno, alle porte di Torino, quindi rivendicato da due famiglie, rispettivamente come il professor Giulio Canella, disperso nella prima guerra mondiale, e come il latitante Mario Bruneri.
Anche dopo che il tribunale civile lo ebbe identificato in Bruneri, e nonostante il riscontro delle impronte digitali di quest'ultimo, la famiglia Canella continuò a riconoscere lo sconosciuto come il proprio congiunto. L'uomo emigrò infine in Brasile, dove visse fino alla morte con la moglie di Canella, da cui aveva anche avuto tre figli, e nel paese sudamericano pubblicò articoli di filosofia a firma di Giulio Canella. Nel 2014 un confronto del DNA tra il figlio dello smemorato e i discendenti del figlio di Canella nato prima della sua scomparsa in guerra stabilì che lo smemorato non era Canella.
Lo «smemorato di Collegno» divenne lo smemorato per antonomasia e l'espressione entrò nell'uso comune per indicare «una persona molto disattenta, che dimentica qualsiasi cosa» o «chi finge di non capire», «chi fa il finto tonto».
Gli eventi iniziali Già durante la prima guerra mondiale l'incertezza sulla sorte di molti soldati al fronte fece sorgere il problema della corretta identificazione di coloro che a distanza di tempo potevano rientrare presentandosi come dispersi.
Lo smemorato
All'inizio di marzo del 1926 nel settore ebraico del cimitero di Torino venne notata la sottrazione di alcuni vasi funerari. Il 10 marzo, un uomo fu fermato da un custode mentre cercava di allontanarsi con uno di essi. Arrestato, appariva insano di mente e non fu possibile ottenere da lui indicazioni sulla sua identità. Portato in questura, fu fotografato e gli vennero prese le impronte; nelle tasche gli furono trovati pochi oggetti e una cartolina illustrata senza indirizzo, con una scritta di mano infantile: «Al mio caro babbo, accetta gli auguri di un buon giorno onomastico che di cuore ti invia il tuo affezionatissimo Giuseppino». Dopo una visita medica, fu ricoverato nel grande manicomio di Collegno, a ovest di Torino; il 2 aprile 1926, il tribunale ne dispose l'internamento definitivo con il numero identificativo 44170...
In seguito, vista l'impossibilità di identificare lo sconosciuto, la direzione del manicomio fece pubblicare un annuncio con fotografia su La Domenica del Corriere del 6 febbraio 1927 (distribuito però alcuni giorni prima) e sullIllustrazione del Popolo (supplemento della Gazzetta del Popolo) del 13 febbraio.
Sul quotidiano La Stampa del 6 febbraio fu pubblicata un'intervista con lo smemorato da parte del giornalista Ugo Pavia, che seguì poi l'intera vicenda.
Il riconoscimento come Giulio Canella
In seguito agli annunci e alle notizie apparse sulla stampa, diversi inviarono lettere o si presentarono al manicomio, pensando di aver riconosciuto la persona ritratta nella foto. Alla fine di febbraio alcuni ritennero di poter identificare lo sconosciuto come il professor Giulio Canella.
Giulio Canella, nato a Padova il 5 dicembre 1882, indica invece il 2 dicembre 1882. si laureò in filosofia nel 1904 e in lettere nel 1907, anno in cui divenne anche direttore della scuola di Verona dove si era trasferito per insegnare come professore di pedagogia e morale. Nel 1909 fondò con padre Agostino Gemelli la Rivista di filosofia neo-scolastica. Nel 1913 sposò Giulia Canella, nata a Rio de Janeiro e figlia di suo cugino Francesco, possidente in Brasile; ebbero due figli, Margherita e Giuseppe. Già sotto le armi tra il 1905 e il 1906, nel maggio 1915 fu richiamato, ma in breve tempo fu esonerato; fu nuovamente richiamato nel maggio 1916. Fu considerato disperso il 25 novembre 1916 dopo un'azione in Macedonia, nella zona di Monastir..
Il 27 febbraio Giulia Canella si recò al manicomio di Collegno per incontrare lo sconosciuto e verificarne l'identità, riconoscendolo.
La donna disse anche che la cartolina illustrata, trovata in tasca allo sconosciuto al momento dell'arresto, era stata scritta dal figlio minore Giuseppe e inviata al marito tramite la Croce Rossa (in seguito si appurò che invece la cartolina era stata posta in commercio solo nel 1920)..
Il 2 marzo lo sconosciuto, ormai considerato come Giulio Canella, lasciò l'ospedale e venne affidato a Giulia Canella.
L'identificazione come Mario Bruneri
Il 7 marzo alla questura di Torino giunse una lettera anonima che ipotizzava l'identificazione dello sconosciuto con Mario Bruneri.
Mario Bruneri, nato a Torino il 18 giugno 1886, aveva esercitato in gioventù la professione di tipografo. Si sposò con Rosa Negro ed ebbe un figlio, Giuseppe; in seguito si separò dalla moglie. Chiamato alle armi nel 1915, fu congedato nel 1918. Fu arrestato e incarcerato più volte (28 gennaio 1920, 19 luglio 1920 e 14 gennaio 1922); fu processato e subì condanne (non scontate) «per truffe e false personalità». Nel 1923 sottrasse 10 000 lire e lasciò Torino con l'amante Camilla Ghedini, trasferendosi a Genova sotto il nome di Raffaele Lapegna fino all'agosto 1925; passò poi a Milano come Adolfo Mighetti. Nel gennaio 1926 tornò a Torino come Ziolfo Mighetti.
Per verificare tale ipotesi, lo sconosciuto fu pertanto rintracciato a San Pietro Montagnon, vicino a Padova, dove si era recato in villeggiatura con Giulia Canella, e convocato a Torino con la scusa di alcune formalità burocratiche, dato che era stato dimesso senza l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria. A Torino, fu riconosciuto come Mario Bruneri da familiari e conoscenti del tipografo, compresa l'amante.
Già il 22 febbraio, alle prime indicazioni di un possibile riconoscimento dello sconosciuto come Giulio Canella, la questura di Verona richiese alla Scuola superiore di polizia di effettuare un confronto fotografico. Ai primi di marzo, grazie ad alcune foto fornite dal manicomio di Collegno e a una foto di profilo di Giulio Canella fornita dalla famiglia, fu possibile evidenziare varie differenze che fecero escludere tale identificazione, soprattutto per le caratteristiche dell'orecchio sinistro..
Le impronte digitali dello sconosciuto furono rilevate al momento del suo arresto il 10 marzo 1926 e inviate a Roma per verificarne l'identità, ma non fu possibile individuare corrispondenze. In seguito le impronte di Mario Bruneri furono ricavate dal registro ufficiale delle carceri di Torino, dato che all'epoca dei suoi arresti non vennero comunicate all'archivio di Roma. Il confronto fu effettuato per indice, medio e anulare della mano destra, dando riscontro positivo..
L'avvio della vicenda giudiziaria
In seguito alla nuova identificazione, lo sconosciuto fu riportato in manicomio e il 26 maggio 1927 il tribunale nominò Alfredo Coppola come perito per valutarne lo stato. L'8 settembre Coppola presentò la propria perizia psichiatrica, concludendo che lo sconosciuto era il Bruneri, che non presentava sintomi di infermità mentale, che l'amnesia era simulata e che non c'erano rischi di suicidio..
Il 20 settembre allo sconosciuto furono notificati tre ordini di cattura del 1922 e del 1926 e fu dichiarato in arresto in custodia del manicomio. Il 23 dicembre il collegio giudicante, ritenendo non completa l'identificazione come Bruneri ai fini penali e attenendosi al principio In dubio pro reo, dichiarò non applicabili gli ordini di cattura. Nei giorni successivi sia Giulia Canella sia i familiari di Bruneri fecero richiesta per il rilascio e l'affidamento dello sconosciuto; viste le opposte richieste, il tribunale stabilì il rilascio e lo affidò in custodia all'avvocato Zanetti, che però lo consegnò immediatamente a Giulia Canella. A gennaio 1928 la famiglia Bruneri citò in giudizio lo sconosciuto affinché venisse identificato come Bruneri.. Il tribunale civile di Torino con sentenza del 22 ottobre-5 novembre 1928 respinse la richiesta dei Canella di nuovi accertamenti e stabilì l'identità dello sconosciuto come Mario Bruneri.
Lo sconosciuto ricorse in appello, dichiarando di essere Giulio Canella e richiese l'intervento in causa di Eugenia Mantaut e di Giuseppe Bruneri, rispettivamente madre e figlio di Bruneri. Il 7 agosto 1929 la Corte d'appello di Torino confermò la sentenza di primo grado. Si giunse al ricorso per cassazione, dove lo sconosciuto fu difeso dagli avvocati Carnelutti, Farinacci e Del Giudice. Il 24 marzo 1930 la I sezione della Corte di cassazione annullò la sentenza della corte d'appello di Torino, considerando errore inescusabile l'aver negato «l'esercizio della prova contraria».
Il secondo appello e l'esame delle prove
Gli atti passarono alla Corte d'appello di Firenze che il 1º maggio 1931 confermò la sentenza di primo grado; in considerazione dei rilievi sollevati della Corte di cassazione, nella nuova sentenza fu esaminato minuziosamente l'intero insieme delle prove che motivavano il giudizio; fu inoltre giustificato il rigetto della richiesta di nuove prove da parte della difesa, in quanto considerate ininfluenti o addirittura contrarie alla legge..
Le prove presentate per l'identificazione come Mario Bruneri e per escludere quella come Giulio Canella riguardarono vari aspetti, oltre alle impronte digitali e la forma dell'orecchio. Non furono discussi particolarmente i riconoscimenti dei familiari, perché considerati equivalenti tra le due parti. Sui giornali fu enfatizzato il mancato riconoscimento da parte di padre Gemelli e da parte di Giuseppe Dalla Torre, direttore de L'Osservatore Romano, dato che entrambi avevano lavorato a lungo con il prof. Canella.
Fu esaminato l'aspetto fisico dello sconosciuto, considerando l'altezza (stando ai dati della visita di leva, Bruneri aveva circa la stessa altezza dello sconosciuto, mentre Canella era circa cinque centimetri più alto), la diversa attaccatura dei capelli, la presenza e l'assenza di segni caratteristici (Bruneri era stato operato per l'asportazione di una costola e una cicatrice simile era presente sullo sconosciuto; Canella presentava un neo vicino ai baffi e una cicatrice su un tallone, assenti sullo sconosciuto). Furono ricostruiti tutti gli spostamenti di Bruneri fino al marzo 1926; gli abiti indossati dallo sconosciuto furono riconosciuti come appartenenti a Bruneri da diversi testimoni. La cartolina in possesso dello sconosciuto al momento dell'arresto, identificata da Giulia Canella come scritta dal figlio Giuseppe, risultò essere stata prodotta solo dall'anno 1920 e tramite perizia calligrafica fu attribuita al figlio di Mario Bruneri. Lo sconosciuto aveva una conoscenza molto limitata del latino (nella frase In hoc signo vinces scriveva vincos); la grafia dello sconosciuto presentava corrispondenze con quella di Bruneri. In alcune lettere a Giulia Canella lo sconosciuto utilizzò le stesse citazioni già utilizzate da Bruneri in lettere precedenti.