LIo in filosofia è il principio della soggettività, attività di pensiero alla quale è stato spesso attribuito un valore particolare poiché è il fulcro da cui nasce la riflessione filosofica stessa. Il concetto di Io corrisponde infatti al momento in cui pensante e pensato sono presenti al pensiero come la medesima realtà: nel momento in cui mi trovo a riflettere su di me, soggetto e oggetto vengono cioè a coincidere e non hanno più una connotazione che li differenzia.

Questa unione immediata di soggetto e oggetto, essere e pensiero, ha rappresentato uno dei principi fondanti che hanno contraddistinto lo sviluppo della filosofia occidentale, a partire dai primi cenni sporadici negli antichi greci, fino ad evolversi progressivamente nell'età moderna, giungendo in particolare all'Idealismo di Fichte, il quale pose all'origine della sua filosofia l'autointuizione dell'Io puro,Chiamato «puro» poiché è svincolato da ogni determinazione empirica, dalla materialità considerata tradizionalmente come «impura». Più frequentemente il termine usato è «Io assoluto», ab solutus - «sciolto da» - non condizionato, libero da ogni limite materiale. da lui assimilata allio penso kantiano.

La coscienza dell'io nella storia

Anticamente non esisteva un principio dell'Io inteso come soggettività autonoma, sebbene sia attestata l'espressione religiosa «Io sono» attribuita alla divinità, non riferita alla personalità dell'individuo bensì a un'essenza cosmica o all'essere puro.

L'uomo si identificava piuttosto nel suo ruolo sociale, e definiva il proprio essere come appartenente a una comunità, una stirpe di antenati, o un destino sovrannaturale;«L'antico ha sempre alcunchè dell'anima collettiva, in cui un Io si sente associato agli altri Io, e non sente bene nè sè, nè gli altri Io, mentre sente ciò in cui sta con questi unitamente riparato: l'Io di popolo, o l'Io della stirpe» (Rudolf Steiner, Il vangelo di Giovanni, pag. 125, trad. it. di Emmelina De Renzis, Lanciano, Carabba, 1930). nella visione omerica egli era in balia di forze esterne, e la coscienza di sé era solo un'ombra (skià), un doppio del corpo privo di consistenza.David Friedrich Strauß, L'antica e la nuova fede, pag. 95, V. Maisner, 1876. Già con Socrate, tuttavia, portatore del motto «conosci te stesso» (gnōthi seautón), il pensiero si sposta verso l'analisi introspettiva, alla scoperta dell'anima (psyché) e dell'autocoscienza.«Socrate, per quanto si sappia, creò la concezione dell'anima che da allora ha sempre dominato il pensiero europeo» (Alfred E. Taylor, Socrate, Firenze, La Nuova Italia, 1952, p. 98). Cfr. anche Francesco Sarri, Socrate e la nascita del concetto occidentale di anima, Milano, Vita e Pensiero, 1997.

Punto di partenza della rivoluzione socratica era un io conoscente, non ancora oggetto di conoscenza, la cui vera essenza fu da Platone identificata con l'anima razionale e immortale, preesistente al corpo, e dunque dalla natura intellettuale e morale.Contrariamente alla tesi hegeliana, una trattazione esplicita della consapevolezza di sé non sarebbe estranea alla filosofia platonica () Cfr. anche gli studi di L.M. Napolitano Valditara, Il sapere dell'anima: Platone e il problema della consapevolezza di sé, in Interiorità ed anima: la "psychè" in Platone, Milano, Vita e Pensiero, 2007, pp. 165-200.

Il dualismo platonico che vedeva l'io imprigionato in un organismo fisico fu superato da Aristotele che fece dell'anima una forma non separabile dalla materia, di cui l'attività intellettiva (nous) costituiva la parte più elevata dell'essere umano.

Quest'ultimo restava tuttavia ancorato a una visione sostanziale della soggettività (upo-kéimenon), considerata in contrapposizione all'oggetto, affermando che «la sostanza pare che sia in primo luogo il soggetto di ogni cosa».Aristotele, Metafisica, VII, 3. Successivamente lo stoicismo adoperò il termine oikeiosis per indicare quella conoscenza di sé che tramite la percezione interna (synaesthesis) consente lo sviluppo del proprio essere in conformità col Lògos universale.

Sarà con la fine dell'antichità che Agostino segnò il passaggio cruciale,«Al tempo della nascita del cristianesimo comincia una nuova epoca. L'anima umana non può più sentire il pensiero come una percezione proveniente dal mondo esteriore. Essa sente il pensiero come creazione del suo essere proprio, intimo. […] Soltanto allora, per la prima volta, l'uomo avverte tutta l'estensione della sua vita animica come vero "io" nel vero senso della parola» (Rudolf Steiner, Gli enigmi della filosofia: dalle origini al secolo XIX , vol. I, p. 19, trad. it. di Ernesto Buonaiuti, Ferdinando Gilardi editore, 1935). esemplificato dalle sue Confessioni, in cui l'io diventa il luogo segreto dove l'uomo parla con se stesso e con Dio. Altri filosofi neoplatonici, a partire dallo stesso Plotino, fino a Duns Scoto, Cusano, Campanella, hanno postulato l'identificazione del soggetto umano con Dio, visto come un unico grande Io sono, da cui nascono e a cui ritornano le singole anime degli individui.

È dovuto in particolare alla religione cristiana l'aver insistito su una tale concezione di Dio, come di un Essere non soltanto metafisico, ma che anzi vive e agisce come Persona nell'interiorità umana.Giorgia Salatiello, Il soggetto religioso. Introduzione alla ricerca fenomenologico-filosofica, Pontificia Univ. Gregoriana, 1999.

La coscienza moderna dell'io

A partire dall'età moderna la coscienza dellIo venne in genere considerata dai filosofi la prima forma di sapere certo e assoluto, perché innato e non acquisito dall'esterno, grazie al quale poter preservare la filosofia dalle derive del relativismo e dello scetticismo. Si trattava però di un sapere non oggettivabile né comunicabile se non in forma mediata, a prezzo della perdita dell'unità originaria, la quale per poter essere descritta doveva sdoppiarsi in un soggetto descrivente e un oggetto descritto.Tommaso Campanella ad esempio parlava di un sensus sui, un sapere e sentire che esisto, luogo dell'intimità che non può essere indagato di per sé, ma che sta a fondamento di ogni altra conoscenza (cfr. Metafisica, 1623).

Cartesio è considerato il primo autore a fare dell'autonomia dell'io la fonte di una conoscenza «prima e certissima», derivante dal percorso filosofico che partendo dal dubbio culmina nel Cogito ergo sum, principio da lui ritenuto indiscutibile per la sua evidenza. A differenza dei filosofi precedenti, egli considerava la soggettività umana una pura sostanza indipendente, una res cogitans slegata da vincoli o rapporti ontologici esterni.«Per Cartesio l'autocoscienza è pensiero, e solo pensiero. […] Mentre per Campanella essa era l'uomo e ogni cosa della natura, […] la teoria ontologica cartesiana è tutta assorbita dall'esigenza critica del cogito al quale si riduce ogni dato; l'essere è condizionato dal conoscere» (Antonino Stagnitta, , Armando editore, Roma 1996 ISBN 88-7144-801-4).

Locke in seguito demolì il concetto cartesiano di «sostanza», definendo l'io una mera coscienza unificatrice della molteplicità sensibile, mentre Hume si spinse oltre fino a negare l'esistenza nell'uomo di un'identità personale stabile, sostenendo che l'io non sia un nucleo permanente ma solo un «fascio di percezioni» in continuo mutamento.

Dalla critica della sostanzialità dell'io riemerse però una nuova concezione di questo come attività. L'io venne definito da Kant come l'unità sintetica originaria, o appercezione trascendentale, che ordina e unifica la molteplicità delle informazioni provenienti dai sensi. Tale appercezione non può essere ridotta ad un semplice «dato» oggettivo, perché essa si attiva solo in rapporto a un oggetto: non viene conosciuta in se stessa ma solo quando si accompagna alle nostre rappresentazioni, essendo soltanto la condizione formale di ogni conoscenza, cioè il contenitore della coscienza, non un contenuto. Viene distinta pertanto dallio empirico, studiato dalla psicologia.

L'io empirico Si tratta della coscienza individuale, mutevole e biografica, chiamata io empirico perché sperimentabile appunto empiricamente: pur essendo percepita infatti dal senso interno (innere Sinn) attraverso il fluire del tempo, è osservabile come accade per gli oggetti esterni disposti nello spazio. Mentre lio penso è dunque la struttura formale, universale e a priori («io sono») che unifica le rappresentazioni, lio empirico è il contenuto di coscienza («cosa sono»), che include sentimenti, ricordi e dati sensibili. Consiste cioè nell'auto-percezione come sé fenomenico, sottoposto a cambiamenti.Cfr. anche

In quanto fenomeno, lio empirico non può essere conosciuto nella sua essenza quale cosa in sé, ma solo come apparizione a noi stessi. Uno tra molti, esso è il me con i suoi gusti peculiari, il singolo io psicologico che vive le esperienze sensibili, mentre lio penso è la funzione che rende possibile le esperienze stesse, servendosi delle categorie.

La coscienza dell'Io dall'idealismo alla fenomenologia

L'appercezione pura o io penso diventerà in seguito il fondamento dell'idealismo trascendentale di Fichte e di Schelling, i quali lo trasformarono in un Io assoluto, che crea da sé, come propria opposizione, il contenuto non solo conoscitivo ma anche oggettivo del mondo, seppure inconsciamente:Si tratta cioè di una creazione inconscia: «il mondo esterno esiste per me, solo in quanto nello stesso tempo io esisto e sono cosciente di me; [ma] appena io esisto per me, appena son cosciente di me, appena dico Io sono, trovo anche il mondo già esistente, e quindi che in nessun caso l'Io già cosciente può produrre il mondo» (Friedrich W. Schelling, cit. da Lezioni monachesi sulla storia della filosofia moderna, 1827, trad. it. in ) l'idealismo consiste appunto nel prendere coscienza di questa sua attività suprema, denominata intuizione intellettuale.Xavier Tilliette, L'intuizione intellettuale da Kant a Hegel, a cura di Francesco Tomasoni, Morcelliana, Brescia 2001.

LIo infatti per gli idealisti tedeschi non è un dato di fatto, una realtà statica fissabile una volta per sempre, ma è un atto, un continuo porre se stesso. Fichte disse per questo che lIo non è finito, ma infinito. Come tale non potrà mai divenire oggetto di conoscenza, ma è piuttosto il principio che rende possibile la conoscenza. LIo non può mai comprendere razionalmente l'origine della propria autocoscienza, per attingere la quale egli deve rinunciare alla coscienza stessa. Si entra così nella dimensione mistica della fede,Rudolf Steiner, Gli enigmi della filosofia, op. cit., p. 128, a cura di Lucia Bartolucci, Roma, Tilopa, 2004 ISBN 88-86222-18-1. o dell'estasi, che è l'identificazione dellIo col suo Principio fondante.Johann Gottlieb Fichte, Fondamenti dell'intera dottrina della scienza, versioni del 1794 al 1812.

Schelling reinterpretò l'intuizione intellettuale in chiave ancora più ontologica, criticando l'Io fichtiano perché questo, pur essendo assoluto e illimitato, aveva bisogno di restare vincolato al non-io, non potendo esistere soggetto senza oggetto. Egli così pose come principio l'Assoluto, cioè la totalità intesa come Dio, unità indifferenziata in cui io e non-io, Spirito e Natura, siano due poli con pari dignità, l'uno conscio, l'altro inconscio, che giungono reciprocamente a incontrarsi in una sintesi attraverso l'arte.

Anche per Hegel l'Io non è una sostanza fissa ma un'autocoscienza dinamica, che però si realizza al termine di una mediazione razionale oltre che sociale, attraverso una «lotta» in competizione con altri Io per il proprio riconoscimento. A differenza dei predecessori, l'Io hegeliano non si fonda su un'unità originaria, ma supera la scissione tra soggetto e oggetto mediante un processo storico, dialettico e intersoggettivo.