Il Patriarcato di Alessandria è il nome tradizionale della Chiesa cristiana di Alessandria d'Egitto, sorta, secondo la tradizione, con la predicazione di San Marco. Oggi tale Chiesa è scissa in tre confessioni: copta, greco-ortodossa e copto-cattolica.

Storia

Origini: la cattedra di San Marco La comunità cristiana di Alessandria d'Egitto sorse nel I secolo quando la città, una delle grandi metropoli dell'Impero romano, venne interessata – si ritiene tradizionalmente a partire dall'anno 42 – dalla predicazione di Marco evangelista. Il discepolo degli apostoli Pietro e Paolo sarebbe stato da questi inviato nella capitale della provincia d'Egitto, dove già risiedeva una forte colonia ebraica. Nel 62 Marco avrebbe dunque nominato vescovo Aniano, lasciando la città per raggiungere Pietro a Roma e predicare in seguito nell'Italia nord-orientale, ad Aquileia e Ravenna. Rientrato ad Alessandria, sembra, attorno al 64, dopo questa data non si hanno più notizie certe su di lui. Secondo quanto riportano Eusebio di Cesarea (IV secolo) e la Legenda Aurea (XIII secolo), Marco fu martirizzato proprio ad Alessandria, vedendo il proprio corpo trascinato lungo le vie della città; fu poi seppellito a Bucalis, il sobborgo portuale della metropoli.

La città di Alessandria, per la sua importanza urbana e geografica e per le sue importanti origini di sede apostolica, divenne in breve uno dei principali centri di diffusione del Cristianesimo, con un forte peso nell'indirizzo delle prime comunità cristiane.

Durante il vescovado di Marco II, alla metà del II secolo, all'interno della comunità alessandrina iniziarono però a formarsi le correnti teologiche (poi considerate eresie gnostiche) di Basilide, Carpocrate e Valentino. Contro di essi si schierò il vescovo Agrippino, che giunse a negare la validità del battesimo quando ricevuto da eretici. Proprio per rafforzare l'ortodossia, minacciata dal diffondersi delle credenze eterodosse, alla fine del secolo Panteno fondò la Scuola catechetica di Alessandria; egli poi essere stato inviato in India, presso la comunità del Kerala. Gli succedettero alla scuola teologica Clemente e, attorno al 203, Origene, nominato a soli diciotto anni dal vescovo Demetrio. I rapporti tra il vescovo ed il filosofo entrarono tuttavia in crisi dopo il saccheggio di Alessandria del 215, quando le truppe dell'imperatore Caracalla soffocarono brutalmente una rivolta scoppiata in città. Il vescovo ostracizzò Origene ed il filosofo, cacciato dalla città, viaggiò per l'Oriente predicando la subordinazione delle tre persone divine.

A capo della scuola teologica venne posto Eraclio, il quale poco tempo dopo divenne vescovo della città. A partire dal suo episcopato (231–248) i vescovi alessandrini presero a portare il titolo di Papa, dal greco pappas (Παπας), un termine familiare per indicare il "padre".

La metropolia sull'Egitto e l'arianesimo

Tra gli ultimi martiri cristiani, spicca la giovane e colta Caterina d'Alessandria, profondamente istruita nelle arti liberali e martirizzata nel 305. Con la liberalizzazione del culto cristiano a seguito dell'emanazione nel 313 dell'Editto di Milano da parte degli imperatori Costantino I e Licinio, i vescovi alessandrini assunsero anche un ruolo preminente all'interno della nascente gerarchia religiosa, essendo una delle diocesi più antiche e riverite. Assieme alle altre due sedi petrine (Antiochia e Roma), Alessandria venne annoverata come il terzo tra gli antichi patriarcati.

Agli inizi del IV secolo un sacerdote di Alessandria, Ario, che prestava servizio presso la cattedrale di Baucalis, sulla scorta delle dottrine gnostiche del secolo precedente, iniziò a predicare la subordinazione della persona del Figlio a quella del Padre, all'interno della Trinità. La dottrina di Ario attirò l'attenzione del patriarca Pietro I, che lo colpì con la scomunica. Nonostante questo, Ario perseguì nella predicazione delle proprie idee ottenendo persino la riammissione alla comunione da parte del nuovo patriarca Achilla e tentando addirittura di farsi eleggere come successore di quest'ultimo. Venne invece nominato patriarca Alessandro, che aveva perorato assieme ad Achilla la sua causa presso papa Milziade. Nonostante la benevolenza di Alessandro, Ario si mosse con decisione verso la rottura, arrivando a mettere in subbuglio il clero alessandrino. A quel punto il patriarca convocò nel 318 un sinodo nel corso del quale la dottrina ariana venne condannata, spingendo Ario a fuggire a Costantinopoli. Nello stesso sinodo la sede alessandrina venne riconosciuta come arcidiocesi, rango che le venne confermato al Concilio di Nicea del 325, presieduto dallo stesso imperatore Costantino, che le riconobbe canonicamente la giurisdizione su tutte le altre diocesi e metropolie dell'Egitto. Nel corso dello stesso concilio l'arianesimo venne condannato come eresia, continuando tuttavia a prosperare soprattutto presso i popoli germanici.

Strenuo nemico dell'arianesimo fu il nuovo patriarca Atanasio, il quale nella sua foga anti-ariana giunse a provocare a tal punto l'ira dell'imperatore da essere esiliato a Treviri tra il 335 e il 337, quando, dopo la morte di Costantino, poté rientrare nella propria diocesi. Il nuovo imperatore Costanzo II, però, sposò le tesi di Eusebio di Nicomedia, divenuto frattanto protettore di Ario, tacciando il patriarca di sabellianismo, un'eresia propugnata da Marcello d'Ancyra che negava sostanzialmente la Trinità. Il concilio di Antiochia considerò così deposto Atanasio, nominando al suo posto l'ariano Gregorio di Cappadocia. Tuttavia in Occidente regnava Costante I, fratello minore di Costanzo, il quale, in accordo con papa Giulio I, riunì nel 343 il concilio di Sardica, al quale Atanasio poté ribadire, sotto la direzione di Osio di Cordova, il primato del Credo niceno ed essere riabilitato, rientrando ad Alessandria nel 346. Tuttavia, quando con la morte di Costante Costanzo rimase unico imperatore, e due vescovi, Basilio di Ancira e Acacio di Cesarea, le cui dottrine erano state condannate a Sardica, lo convinsero a perseguire Atanasio e gli altri sostenitori del credo niceno. Nel 352 persino il nuovo papa, Liberio, venne esiliato per essersi rifiutato di condannare il papa di Alessandria.

Contro la consustanzialità del Figlio, propugnata da Atanasio, vennero sollevate le teorie anomee (da ἀνόμοιος, anomoios, «dissimile [dal Padre]») e le teorie omee (da ὁμοιούσιος, homoiousios, «simile [al Padre]»). Nel 357 il patriarca di Alessandria fu costretto a fuggire nuovamente dalla città, riparando nel deserto, mentre sulla sua cattedra prendeva posto un altro ariano: Giorgio di Alessandria. Nel 358 persino papa Liberio fu costretto a condannare il patriarca egiziano, mentre il suo successore partecipava, tra il 359 ed il 360, ai sinodi ariani di Seleucia e Costantinopoli, procedendo al contempo alla repressione dei niceni in Alessandria con l'appoggio dell'ex-Prefetto d'Egitto, Sebastiano, comandante della locale guarnigione. Con la morte dell'Imperatore però, i rapporti di forza mutarono improvvisamente. Sul trono sedette infatti Giuliano, poi detto l'Apostata dagli scrittori cristiani dei secoli successivi, il quale, apertamente schieratosi in favore dei culti pagani, non appariva per nulla interessato a dirimere le questioni interne ai cristiani. Privato del sostegno imperiale, l'arcivescovo ariano Giorgio morì linciato dalla parte nicena della popolazione, mentre Atanasio poteva così rientrare nella sua sede. Al termine della sua travagliata vita, il campione del nicenismo ebbe la soddisfazione di convocare nel 362 nella sua Alessandria un concilio d'oriente che ribadì con forza i decreti del concilio di Nicea.

La vittoria sugli ariani e la lotta contro i pagani

Morto Atanasio, il successore Pietro II si trovò ad affrontare la crescente minaccia costituita, per il cristianesimo, dalle politiche filo-pagane dell'imperatore Giuliano, che avevano portato un risveglio delle pratiche e delle filosofie pagane e ad un rafforzamento di quella parte della società che vedeva con sfavore, se non con opposizione, un culto estraneo come quello cristiano. Questa fase di ripresa del paganesimo si interruppe però bruscamente nel 363 a seguito della morte dell'Imperatore nel corso di una campagna contro i Sasanidi. A quel punto l'arcivescovo Pietro dovette nuovamente affrontare gli ariani, sostenuti dal nuovo imperatore Valente, il quale nel 375 favorì la sua deposizione e l'ascesa alla cattedra marciana dell'ariano Lucio. Con la morte di Valente nel 378, però, un decreto di papa Damaso I ristabilì Pietro in Alessandria.

La definitiva sconfitta degli ariani giunse a seguito dell'emanazione dell'Editto di Tessalonica dell'anno 380, con cui gli imperatori Teodosio I, Graziano e Valentiniano II trasformavano il cristianesimo in religione di Stato, decidendo al contempo di porre un definitivo ordine alla nuova religione dell'Impero. Nel 381, dunque, Teodosio convocò a Costantinopoli il Secondo concilio ecumenico, radunato sotto gli auspici del nuovo vescovo della capitale, Gregorio Nazianzeno, e al quale partecipava anche il nuovo arcivescovo di Alessandria, Timoteo, nel corso del quale venne ribadita con forza la condanna della dottrina di Ario e venne redatta una nuova versione del Credo: il simbolo niceno-costantinopolitano.

Al concilio, però, Timoteo sfidò e si inimicò Gregorio di Nazianzo e l'intera corte imperiale opponendosi strenuamente al canone III, che fissava un ordine di preminenza del vescovo di Costantinopoli su tutti gli altri, ad eccezione del vescovo di Roma («il vescovo di Costantinopoli avrà il primato di onore dopo quello di Roma, poiché essa è la Nuova Roma»). Un canone fortemente voluto dall'imperatore Teodosio in persona, ma che per Timoteo e per lo stesso papa Damaso – che si rifiutò infatti di approvarlo, dichiarandolo nullo – rappresentava un insopportabile stravolgimento del vecchio ordinamento gerarchico, basato sul primato delle tre sedi apostoliche di Roma, Antiochia e Alessandria.

Con il nuovo status di unica religione lecita, i cristiani iniziarono a manifestare ovunque insofferenza verso gli antichi culti pagani, come avvenne nella stessa Alessandria. I decreti teodosiani che proibivano i sacrifici e proibivano il culto presso i templi pagani non furono infatti accolti tranquillamente dai pagani, che rappresentavano ancora la maggioranza degli abitanti dell'Impero. Si arrivò a vere e proprie occupazioni armate dei luoghi di culto che si risolsero con l'intervento dell'esercito imperiale cristiano, e con devastazioni, distruzioni di statue e templi da parte dei monaci cristiani provenienti dai monasteri e da fanatici guidati spesso da un vescovo.

In questo momento di conflitto con l'ancora forte componente pagana, divenne arcivescovo della città di Alessandria l'origenista Teofilo, il quale, stando ai racconti degli storici antichi Rufino e Sozomeno, nel 391 ottenne dall'Imperatore il permesso di trasformare il tempio dedicato a Dioniso in chiesa cristiana. Durante i lavori la tensione crebbe, e a un certo punto i cristiani annunciarono di aver trovato un luogo di culto pagano segreto nel quale erano stati condotti sacrifici umani. L'arcivescovo ed i suoi seguaci sfilarono dunque per le strade della città dileggiando gli oggetti sacri trovati nel tempio, mostrando crani e ossa che sarebbero provenuti dai sacrifici ed infine malmenando, torturando ed uccidendo i sacerdoti del tempio di Dioniso.