Biografia Figlio di genitori poveri, Vincenzo Raimondi e Caterina Malacari, nel 1797 rimase orfano del padre e dopo un anno la madre passò a seconde nozze trasferendosi a Genova: il giovane rimase sotto tutela di una zia amorevole che si prese cura di lui - dapprima indirizzandolo allo stato ecclesiastico, verso il quale il giovane non dimostrò vocazione, poiché già attratto dalle arti musicali e quindi introducendolo al Conservatorio della Pietà dei Turchini a Napoli, ove studiò con dedizione canto e accompagnamento dei partimenti col Labarbera, mentre nel contrappunto e nella composizione ebbe come maestro Giacomo Tritto, discepolo di Leo e Sala. Allo stesso periodo (secondo l'autografo dello stesso compositore, che la data al 12 maggio 1805) appartiene una breve Sinfonia a piena orchestra. Ritrovatosi in condizioni economiche disastrose a causa del trasferimento della zia a Firenze, la quale non poté più aiutarlo economicamente, si narra che il suo ritorno a Roma da Napoli avvenne a piedi.
Ve lo figurate voi questo vecchio dalla fronte spaziosa, dalle fattezze volgari, come ce lo mostra il ritratto che Francesco Florimo ne ha fatto apporre nella Pinacoteca del nostro Collegio di musica, ve lo figurate voi, invece a venti anni, bel giovanotto, con le vesti ridotte quasi a brandelli pel lungo servigio, trascinando le scarpe sdrucite sulla polvere della via Appia, passando le notti in qualche stalla, sbocconcellando lungo la via una pagnotta non sempre fresca? Con la borsa vuota, ricco non d altro che de suoi venti anni e della profonda dottrina armonica acquistata in sei anni alla scuola di Giacomo Tritto, Pietro Raimondi volgeva le spalle a Napoli, nel cui Conservatorio della Pietà de Turchini avea dimorato sei anni e tornava alla natia Roma. E facea la strada a piedi. I briganti leggendari della campagna romana non lo impensierivano. Due soli tesori egli possedeva: un paio d occhi vivacissimi e l'arte. Quelli avrebbero potuto - forse lo poterono davvero - tutt'al più adescare qualche vispa contadinella; questa, pel momento, non adescava nessuno; tanto meno poteva adescare i briganti, dato pure che ve ne fossero. La storia non ha registrato le probabili avventure che gli occhi del Raimondi gli procurarono lungo la via da Napoli a Roma. Si sa solo che il giovanotto vi giunse un po stanco, ma abbastanza soddisfatto di sè stesso; e, ciò che era naturalissimo nelle sue condizioni finanziarie, affamato.
Accolto dal fratello del padre defunto, anch'egli in difficoltà economiche, fu indirizzato nuovamente alla zia a Firenze, dove ebbe problemi di salute finendo ricoverato all'Ospedale di Santa Maria Novella. Ripresosi rapidamente grazie alla sua robusta costituzione decise infine di trasferirsi a Genova dalla madre - nonostante ben poco abbia fatto per lui - ed in quest'ultima città iniziò come maestro, insegnante e compositore; fu qui che rappresentò per la prima volta l'opera buffa La Bizzarria d'amore (1808). Il favore ottenuto da quest'ultima lo indusse a trattenersi a Genova, ove rimase sino al 1810, e gli valse la commissione di altre due opere: Ero e Leandro (1809) e La forza dell'immaginazione (1810), inscenate come la precedente al Teatro Sant'Agostino. In questo periodo ebbe come allievo il giovane e dotato Natale Abbadia.
Il successo ottenuto a Genova gli valse la commissione di un'opera proprio a Firenze, dove si rappresentò con successo Eloisa Werner alla Pergola nell'autunno del 1810: l'opera fu eseguita, come di regola in quegli anni, "sotto la protezione di sua Maestà Napoleone I Imperatore dei francesi, Re d' Italia e protettore della Confederazione del Reno", come riportato sul frontespizio del libretto. Al San Carlo di Napoli, il massimo teatro italiano dell’epoca, il 15 agosto 1811 presentò la cantata L’oracolo di Delfo, su libretto di Saverio Scrofani, ma con scarsa fortuna. Viaggiò per diversi anni tra Roma e Napoli, per mettere in scena le sue opere. Nel 1814 eseguì, per le esequie di Carolina d'Austria, il Requiem di Mozart introducendovi un Libera me di propria composizione.
Dal maggio 1816 al settembre 1820 (altre fonti riferiscono dal 1816 al 1823) fu maestro di cappella al Duomo di Acireale, dove si cominciò ad affermare la sua fama di abile contrappuntista; di una Messa di Requiem, che si scrive l'abbia impegnato per due anni, con alcune sezioni a venti parti reali accennò la Allgemeine musikalische Zeitung (14 aprile 1819, n. 15, col. 249). Non si hanno molte notizie di questo periodo ad Acireale, dove produsse soprattutto musica religiosa (Messe, Vespri) e l'oratorio Il trionfo di Gedeone, composto nel 1819. Fu il nobiluomo Paolo Leonardi Pennisi, violinista dilettante, ad invitare Raimondi ad Acireale, dove percepì uno stipendio annuo di 36 onze.
Tornato a Napoli, Raimondi ebbe una seconda occasione al San Carlo, ma nel marzo 1820 il suo oratorio Ciro in Babilonia, soccombette al confronto col Mosè in Egitto di Gioachino Rossini, replicato negli stessi giorni. Stando a un viaggiatore inglese, John Waldie, «Ciro in Babilonia [...] was dull and different far from the magnificent combinations in the music of Mosè in Egitto [...] The end was so flat that the composer was not called for, and the opera hissed...» (The Journal of John Waldie, 19 marzo 1820). Tuttavia Rossini fece eseguire la sua Messa di Gloria, avvalendosi della collaborazione proprio di Raimondi per la fuga conclusiva (Cum Sancto spiritu), eseguita per la prima volta il 24 marzo 1820 nella Chiesa di San Ferdinando a Napoli, dove l'anno successivo fu presentato lo Stabat Mater a tre voci e orchestra dello stesso Raimondi.
Chiamato alla Scala di Milano nel 1823, Le finte Amazzoni non diedero esito positivo e dopo quattro rappresentazioni l'opera - di cui abbiamo giudizi contrastanti - fu ritirata; l'anno successivo tuttavia vi presentò anche Amina ovvero L'innocenza perseguitata. Ben altra considerazione raccolsero nella stessa città un suo Requiem e lo Stabat Mater. Anche Berenice in Roma (1824, Teatro San Carlo) e La Donna Colonnello (ripreso a Dresda lo stesso anno) ebbero scarsa fortuna. Nel 1824 ebbe la nomina di direttore dei RR. teatri di Napoli e l'anno dopo successe al Tritto nel posto di maestro di composizione al R. Collegio di musica della stessa città. In questo periodo Vincenzo Bellini prese da lui alcune lezioni, benché i rapporti tra i due in seguito non furono armoniosi: Raimondi sarebbe stato responsabile di alterazioni e tagli alla partitura del Il Pirata, rappresentato per la prima volta a Napoli il 30 maggio 1828 (suscitando lo sdegno dell’autore; cfr. le lettere di Bellini a Francesco Florimo del 7 e 21 giugno 1828), e già due anni prima avrebbe mosso pesanti critiche circa la condotta armonica di alcuni passi di Bianca e Fernando. Ciò non tolse il fatto che, dopo la prematura scomparsa del catanese, Raimondi componesse un Requiem in suo onore nell'ottobre 1835, ed in seguito ne dirigesse le opere a Napoli e Palermo, erigendone anche un appassionato omaggio in un suo ampio ed articolato articolo pubblicato nel 1840 (Riflessioni sopra la scienza musicale del passato e del presente secolo, del Maestro Pietro Raimondi). Tra gli altri compositori che in questo periodo presero lezioni o furono suoi allievi si segnalano Lauro Rossi, Giuseppe Curci, Giovanni Bisaccia, Placido Mandanici, Alfonso de Liguoro, Giuseppe Lombardo e Luigi Felice Rossi.
Nel 1831 al Teatro Nuovo va in scena, con enorme successo, Il Ventaglio, considerata generalmente la sua opera migliore: il libretto, che prevedeva alcune parti in dialetto napoletano, fu fatto tradurre in italiano su richiesta del Re per consentirne l'esecuzione in tutti i teatri italiani ed esteri, tra i quali Atene e Odessa. "Raimondi avea sortito da natura un carattere pieno di brio e di spontaneità, e lo seppe trasfondere meravigliosamente nelle sue opere buffe, genere di composizione in cui riusciva meglio che in ogni altro. Nelle opere Il fanatico deluso e Lo sposo agitato egli diede non dubbie prove di questa specialità del suo ingegno; ma suo capolavoro è Il ventaglio, soggetto tratto dalla nota commedia di Goldoni eseguito al teatro Nuovo di Napoli il 19 aprile del 1831 ed in seguito su tutte le scene d'Italia con ottima riuscita. Quest opera leggiadra contiene pezzi di squisita fattura, ed è particolarmente tenuto come componimento di primo ordine un terzetto di sorprendente effetto comico." (cit. Oscar Chilesotti "I nostri maestri del passato", 1882, pp. 375–376) Per le riprese del gennaio 1887, sempre al Teatro Nuovo, così osservava il corrispondente della Gazzetta musicale di Milano: "Ho assistito - poche sere fa - alla rappresentazione del Ventaglio, già ripetuto tante sere con pieno successo, grazie - oltre che ai pregi indiscutibili della bella e deliziosa musica del Raimondi - alla valentia anche degli esecutori, quali la Fabbri, la Piccone, il Larizza, il Casaccia ecc. - Pare a me che l'illustre Florimo siasi ingannato a partito allorché dichiarava Pietro Raimondi un gran maestro di artificiose astruserie ed affermava che la scuola di Leonardo Leo sia quasi estinta. Il Raimondi, discepolo di Giacomo Tritto e seguace dellapostata Leo, se fosse oggi tra' vivi e assistesse alla rappresentazione del suo Ventaglio, avrebbe dal nostro pubblico quelle feste che son dovute solo ai maestri di fama immortale. Il Florimo non avrebbe dovuto fermarsi all'esame delle fughe a molte voci dissimili nel modo con soggetti e controsoggetti, note e contronote e via discorrendo." In favore de Il Ventaglio, che assurge a paradigma di drammaturgia comica, si esprime Nicola D'Arienzo, che lo definisce opera geniale e ricorda che Richard Wagner, in visita a Napoli, in sua presenza aveva lodato Raimondi, "maestro tra' più celebrati di contrappunto". (La musica in Napoli in Napoli d'oggi, Napoli 1900, p. 218)
Nel 1833 gli furono commissionati per la solenne coronazione della ss.Vergine del Ponte della città di Lanciano l'azione sacra Rut, una Messa e un Te Deum, che furono eseguiti da Mario Aspa, prescelto dallo stesso Raimondi.
Su incarico del Re (2 giugno 1833, con stipendio annuo di 3825 franchi) divenne professore di contrappunto al Conservatorio del Buon Pastore e direttore del teatro Carolino di Palermo, ma è noto che nel 1836, in seguito alla morte di Antonín Reicha, fece domanda alla cattedra di armonia e contrappunto del Conservatorio di Parigi. Un ritardo postale, come si deduce dalla lettera del 8 agosto inviatagli da un dispiaciuto Luigi Cherubini, impedì la sua eventuale candidatura. Il mese d'Aprile dello stesso anno erano state eseguite nella Chiesa dei Gesuiti di Palermo due sue grandi Messe a due orchestre con otto parti reali, precedute da altrettante Sinfonie da eseguirsi in contemporanea: fu il primo lavoro in cui Raimondi sperimentò questa pratica, suggellata in seguito nel Triplo Oratorio. "Il tentò e il condusse a fine l'insigne maestro, e il pubblico, ei più esperti di quest'arte incantevole furono siffattamente sorpresi che parea loro di sognare più presto, che di essere presenti alla esecuzione di una messa, ove l'arte, la novità, e il gusto a vicenda primeggiano. Precede a questa messa una gran sinfonia, la quale viene eseguita da due separate orchestre, l'una dopo l'altra; la prima è di un genere dignitoso, e starei per dire di essere un canto; la seconda un agitato; tutte e due poi riunite formano una gran sinfonia piena di nobile e sacro effetto."