Fu censore nel 403 a.C., celebrò il trionfo quattro volte, cinque volte fu dittatore e fu onorato con il titolo di Pater Patriae, Secondo fondatore di Roma.
Biografia
Primo tribunato consolare Nel 401 a.C. fu eletto tribuno consolare con Lucio Giulio Iullo, Gneo Cornelio Cosso, Manio Emilio Mamercino, Lucio Valerio Potito e Cesone Fabio Ambusto.Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 10. È dubbio se si tratti del primo tribunato o del secondo, visto che per Tito Livio, Furio Camillo fu eletto tribuno consolare già nel 403 a.C. (vedi Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 1) e che cita esplicitamente la nomina del 401 a.C. "per la seconda volta"
Nonostante le discordie interne tra patrizi e plebei, sul fronte militare i romani riconquistarono le posizioni perse l'anno precedente a Veio, razziarono il territorio dei veienti, condotti da Gneo Cornelio e Furio Camillo, mentre a Valerio Potito fu affidata la campagna contro i Volsci per riconquistare Anxur, che fu posta sotto assedio.Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 12.
Secondo tribunato consolare Nel 398 a.C. fu eletto tribuno consolare con Lucio Valerio Potito, Marco Valerio Lactucino Massimo, Lucio Furio Medullino, Quinto Servilio Fidenate Quinto Sulpicio Camerino Cornuto.Tito Livio, "Ab Urbe Condita", V, 2, 14.
I Romani continuarono nell'assedio di Veio e, sotto il comando di Valerio Potito e Furio Camillo, saccheggiarono Falerii, Capena e Poggio Sommavilla città alleate degli etruschi.
Prima dittatura
Furio Camillo fu nominato dittatore nel 396 a.C., dopo che i Romani, guidati dai Tribuni Consolari Lucio Titinio Pansa Sacco e Gneo Genucio Augurino caddero in un'imboscata organizzata da Falisci e Capenati, nella quale lo stesso Gneo Genucio perse la vita. Furio nominò Publio Cornelio Maluginense suo magister equitum.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 19, 2.
Camillo infuse un nuovo coraggio e un nuovo entusiasmo nell'esercito romano e nella popolazione, punì i disertori e i fuggiaschi delle precedenti battaglie e scaramucce, stabilì un giorno per la chiamata di leva, corse sotto le mura di Veio a rincuorare i soldati che stavano continuando l'assedio, tornò a Roma a reclutare il nuovo esercito. Nessuno cercò di farsi esentare e anche "gli Alleati" Latini ed Ernici si offrirono volontari. Completata l'organizzazione, il Dittatore fece voto di indire grandi giochi e di restaurare il tempio della Madre Matuta quando Veio sarebbe stata conquistata.
Camillo si diresse su Veio, e strada facendo sconfisse Capenati e Falisci, ne prese gli accampamenti e un grande bottino. Arrivato sotto le mura di Veio fece costruire altri fortini e fece cessare le pericolose scaramucce inutilmente combattute nello spazio fra il vallo romano e le mura etrusche; inoltre si lanciò in un appassionato discorso seguendo i dettami del rito dell'evocatio.
Poi ordinò la costruzione di una galleria che doveva arrivare fino alla rocca nemica. Gli scavatori furono divisi in sei squadre che si avvicendavano ogni sei ore.
Basandosi sul favorevole procedere delle operazioni, Camillo si pose il problema della spartizione di un bottino che si preannunciava superiore a quello di tutte le precedenti guerre assommate. Se spartito fra i soldati con avarizia, se ne sarebbe scatenato il risentimento, ma si sarebbe arricchito lo Stato. Se fosse stato generoso con i combattenti, i patrizi avrebbero contrastato le decisioni. Il Senato, investito del problema si divise: una fazione guidata da Publio Licinio Calvo Esquilino voleva che chi si aspettava del bottino se lo andasse a prendere a Veio, al seguito delle truppe. L'altra fazione, patrizia, capeggiata da Appio Claudio, chiedeva il versamento alle casse dello Stato per poter diminuire le tasse con cui veniva finanziato il soldo dei militari. Il Senato scelse di "non decidere" e lasciò al "popolo", riunito nei Comizi, la parola finale.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 20, 2.
Forte di un grande esercito, Furio Camillo ordinò alle truppe di dare l'assalto alle mura di Veio, come mossa diversiva, per nascondere il movimento delle truppe scelte che passavano entro il tunnel sotterraneo, segretamente scavato.
I Romani irruppero improvvisamente all'interno del tempio di Giunone, sulla cittadella di Veio, e subito si diedero a colpire i nemici assiepati sulle mura, e ad aprire le porte della città. Fu un enorme massacro, che terminò solo quando il dittatore ordinò di risparmiare i nemici che abbandonavano le armi.
Enorme fu il bottino, ma i soldati rimasero ugualmente insoddisfatti, perché lo dovettero dividere con i Romani giunti dalla città, e perché Furio Camillo destinò all'erario il ricavato dalla vendita degli schiavi.
La statua di Giunone Regina fu portata a Roma, dove le fu dedicato un tempio sull'Aventino, dove Furio Camillo ne dedicò uno nuovo a Mater Matuta, dopo che fu celebrato il trionfo, e la vittoria fu festeggiata con 4 giorni di feste.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 23, 3.
Terzo tribunato consolare Nel 394 a.C. fu eletto tribuno consolare con Gaio Emilio Mamercino, Lucio Furio Medullino, Lucio Valerio Publicola, Spurio Postumio Albino Regillense e Publio Cornelio Scipione.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 26.
A Furio Camillo fu affidata la campagna contro i Falisci e i Capenati che si concluse con la resa di Falerii e Capena a RomaTito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 27. e probabilmente Poggio Sommavilla, tutte città situate nella Valle del Tevere con stretti rapporti culturali.
Nel racconto di Livio i Falisci, dopo essere stati sconfitti in una battaglia campale dai romani condotti da Furio Camillo, si disposero a resistere ad oltranza, chiudendosi dentro la città; i romani si predisposero per sostenere un lungo assedio.
A questo punto si inserisce il leggendario racconto del maestro di scuola falisco, che condotti i propri ragazzi fuori dalla città, li consegnò a Furio, perché li trattenesse come ostaggi. Furio Camillo, non solo rifiutò con sdegno l'offerta, ma rimandò il maestro indietro a Falerii, con le mani legate dietro la schiena, sospinto dalle verghe di cui aveva fornito i suoi allievi. Colpiti da un così nobile gesto, i Falisci decisero di arrendersi al generale romano.
Ai Falisci fu concessa la pace, contro la corresponsione della paga ai soldati romani per quell'anno.
A Gaio Emilio e Spurio Postumio fu invece affidata la campagna contro gli Equi. I due tribuni, dopo aver sbaragliato i nemici in campo aperto, decisero che mentre Gaio Emilio sarebbe rimasto a presidiare Verrugine, Spurio Postumio avrebbe saccheggiato le campagne degli Equi. Ma i romani, durante questa azione, furono sorpresi e sbaragliati da un attacco degli Equi.
Dopo la sconfitta, e nonostante che i molti soldati di guarnigione a Verrugine si fossero rifugiati a Tuscolo, temendo un successivo attacco degli Equi, Postumio riuscì a riorganizzare l'esercito, e ad ottenere una nuova vittoria campale contro gli Equi.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 28.
Esilio Nel 391 a.C., accusato dal popolo romano per una ragione non del tutto accertata nelle fonti antiche,Vd. Marco Furio decise di andare in esilio volontario ad Ardea, proprio quando i Galli Senoni, condotti da Brenno, cinsero d'assedio Chiusi, che inviò degli ambasciatori a Roma per chiedere aiuto contro i Galli.Tito Livio, Ab Urbe condita libri, V, 32-33.
I cavalli bianchi durante il trionfo romano
Camillo fu accusato dal popolo romano di avere ecceduto durante il suo trionfo. L'uso, ritenuto simbolicamente pericoloso, dei cavalli bianchi sui quali si fece trasportare, sembra essere di fondamentale importanza per comprendere le cause che portarono al suo scontro ideologico con il popolo. A darne relativa notizia sono quattro storici antichi: Livio, Plutarco, Diodoro Siculo e Cassio Dione,In ordine di appello: Livio, V, 28, 1; Plutarco, Cam., 7, 1-2; Diod. 14, 117, 6; Dio. Cass. 52, 13, 3. le cui versioni concordano tutte nel focalizzare l'attenzione sulla vicenda dei cavalli bianchi adoperati da Camillo, motivo di profonda indignazione, mentre esse divergono nell'interpretazione del medesimo episodio.
Il perché tra i Romani l'uso dei cavalli bianchi durante un trionfo era ritenuto inaccettabile è stato punto di discussione tra diversi studiosi moderni. Dumézil, esperto di religioni antiche e di cultura indoeuropea, ha ipotizzato che il gesto di Furio Camillo fosse ritenuto offensivo perché egli, trainando una quadriga di cavalli bianchi, contaminava, tramite l'inevitabile paragone, la cerimonia sacra nei confronti della Mater Matuta, che aveva origini indoeuropee, in quanto il carro trainato dai cavalli bianchi era un noto simbolo nell'innologia indiana, e la cerimonia era equiparabile all'Aurora vedica.G. Dumézil, Camillus. A story of Indo-European Religion as Roman History, Berkeley - Los Angeles - London, 1980, pp. 221-239. La sua spiegazione si concilierebbe con la versione di Livio e di Plutarco che vedono Camillo come colui che aveva osato equipararsi ad una divinità.C. Dognini, I cavalli bianchi di Camillo in Guerra e diritto nel mondo greco e romano, vol. 28 a cura di M. Sordi, 2002, pp. 173-179.
Ma poiché è stato fatto notare che nel trionfo romano il condottiero doveva rappresentare la divinità (non era l'uomo a trionfare, ma il dio protettore di Roma), limitatio Iovis et Solis non doveva essere motivo dell'indignazione popolare che si riversò su Camillo. Plinio afferma che fu proprio Camillo che delineò il modello sul quale si sarebbe basato nei secoli successivi il trionfo romano.C. Dognini, I cavalli bianchi di Camillo in Guerra e diritto nel mondo greco e romano, vol. 28 a cura di M. Sordi, 2002, p. 179. Piuttosto l'indignazione poteva scaturire dall'accostamento di tale episodio con il potere assolutistico; immagine introdotta a Roma dall'influenza della tirannide greca di IV secolo a.C., in particolare di quella siracusana.