upright=3.2|thumb|center|Roma nel Cinquecento
Nella città di Roma, durante il XVI secolo, si svilupparono particolari condizioni politiche, economiche e sociali, accompagnate da saccheggiSignificativo a questo riguardo fu il sacco di Roma del 6 maggio 1527 che colpì così duramente la città che quando le forze imperiali la lasciarono, la popolazione nel corso del febbraio 1528 si ridusse drasticamente da 53.000 a 30.000 unità (In Dizionario di storia Treccani, 2011, alla voce "Sacco di Roma")., pestilenze e carestie, tali da provocare una profonda diffusione della povertà.
Inquadramento storico Dopo la definitiva separazione nel XVI secolo tra la Chiesa cattolica e quella protestante, entrambe le confessioni sono coinvolte nello stesso atteggiamento d'intolleranza, in un clima culturale di apprensione e sospetto determinato dalle guerre di religione, dall'insicurezza sociale prodotta dall'inflazione aggravata dall'aumento della popolazione.
Nel Cinquecento si è calcolato che nell'Europa occidentale circa un quinto della popolazione era costituito da poveri: l'incremento demografico, lo sviluppo delle manifatture, in specie quelle tessili, la rivoluzione dei prezzi aveva determinato l'avvento di una moltitudine di poveri e sbandati in modo particolare nelle campagne. Ad aggravare le condizioni di vita subentravano poi i tre flagelli della peste, della guerra e della carestia che spingevano queste masse di disperati a trovare soccorso nelle città.
Ad aumentare le ansie dei cittadini si aggiungeva poi lo sbandamento dei soldati mercenari che ora, con la creazione dell'esercito permanente negli stati assoluti, non trovano più chi li assoldasse generando, in misura prima sconosciuta, masse disperse di poveri e vagabondi, banditi e rivoltosi.
Nella Roma papale del Cinquecento si presentarono in modo più accentuato rispetto al passato gruppi di popolazione considerati elementi socialmente pericolosi da regolare e reprimere: essi sono i vagabondi, gli zingari, le prostitute e i banditi.
Vagabondi e pellegrini thumb|left|Pellegrino (incisione tedesca del 1568) Il vagabondo che si sposta liberamente senza una meta precisa spinto solo dal suo desiderio di cambiamento e di novità genera sospetto e paura nell'immaginario collettivo. I senzatetto e coloro che non hanno un lavoro definito sono stati spesso assimilati dalla tradizione legislativa agli schiavi e ai servi fuggitivi da perseguire e da riportare nell'ordine sociale.
La Chiesa medioevale del XIII – XIV secolo aveva cercato di arginare il fenomeno dei cosiddetti clerici vagantes e dei goliardi che, vivendo alla giornata, liberamente si spostavano di città in città rifiutando l'inserimento in una società fortemente gerarchizzata che non accettava i "senza padrone", coloro che si sottraevano alla disciplina del lavoro e alla sorveglianza sociale.
Nell'epoca della rinascita culturale ed economica, in cui il lavoro assume connotazioni teologiche e morali di riscatto sociale e religioso, non è più accettabile che uomini sani vivano da parassiti facendo leva sullo spirito caritatevole degli altri. La Chiesa già dal 1274 con il canone 32 del Concilio di Lione II aveva stabilito la soppressione degli Ordini mendicantiRiconosciuti nel Concilio Lateranense del 1215 con l'eccezione dei domenicani e dei frati minori francescani V. Paglia, Storia dei poveri in Occidente, Milano 1994, p. 225. ed ora si preoccupa di distinguere il pellegrino dal vagabondo che spesso è difficile identificare nei suoi caratteri peculiari. A Roma la Confraternita dei pellegrini stabilisce che il pellegrino vero è colui che alla sua partenza verso la meta del pellegrinaggio avrà con sé una sorta di patente, rilasciata da un confessore, che attesti l'autenticità della sua funzione e che dovrà esibire durante il viaggio alle autorità ecclesiastiche e civili.
Il problema dei vagabondi è sentito particolarmente nelle città dove convergono sia i poveri della campagna, che si aggirano in cerca di una fonte di sopravvivenza, sia individui, di solito stranieri, che si presentano come indovini e falsi guaritori. Tra contadini poveri e piccoli artigiani in cerca di lavoro si insinuano mercenari, soldati allo sbando, reduci di guerra abituati ad una vita violenta, mendicanti e falsi pellegrini. Ancora nel 1665 il vescovo Giambattista Scanarolo in De visitatione carceratorum, R.C.A., Roma 1675 si preoccupava di fornire criteri sicuri per distinguere il povero vero dal vagabondo: innanzitutto l'ozioso vagare senza uno scopo preciso, poi il non lavorare, le intenzioni criminali, non avere fissa dimora e mendicare esibendo false infermità.
La Roma cristiana era si può dire da sempre il punto di attrazione e confluenza di un'umanità cosmopolita e di diversa natura: ambascerie politiche straniere per incontrarsi con il potere temporale della gerarchia ecclesiastica, frati e preti per colloquiare con l'autorità spirituale, viaggiatori in visita alle antichità classiche, masse di pellegrini specie negli anni del Giubileo. Tutto questo dava alla città un segno di grandezza come capitale della cristianità, ma anche di decadenza con le sue frotte di mendicanti e vagabondi che cercavano nel luogo deputato all'accoglienza la carità cristiana J. Delumenau, Vita economica e sociale di Roma nel Cinquecento, Firenze 1979..
«A Roma non si vedono che mendicanti e sono così numerosi che è impossibile camminare nelle strade senza averli attorno».C. Fanucci, Trattato di tutte le opere pie dell'alma città di Roma, Roma, 1601. Papa Sisto V con la bolla Quamvis infirma nel 1587 riprende il progetto di papa Bonifacio VIII di rinchiudere tutti i poveri in un ospizio eretto vicino a ponte Sisto dove internare, a giudizio di un'autorità formata da laici ed ecclesiastici, chi dovesse essere accolto e chi invece autorizzato a mendicare. La licenza di mendicità veniva rilasciata ai poveri miserabili: ciechi, vecchi, inabili poiché "stroppi" ai quali era fatto obbligo di avere un distintivo cucito sulla spalla sinistra e di portare con sé una bolla a stampa che valeva come nihil obstat. Chi era riconosciuto come vagabondo era registrato come tale e obbligato a tornarsene al suo luogo d'origine: se non si ottemperava all'obbligo si veniva puniti con la fustigazione e la galera per gli uomini, la sola fustigazione per le donne. Chi si fosse ostinato a mendicare era dichiarato falso povero, riconoscibile, secondo i bandi del Seicento, dall'assenza di callosità sulle mani segno distintivo di chi lavora.
Politica di repressione nella Roma della Controriforma, ma anche politica sociale filantropica verso i veri poveri che si manifesterà nel fiorire di associazioni e confraternite caritatevoli e di nuovi ordini religiosi come i Cappuccini, che si richiamavano alla severa regola di san Francesco d'Assisi e al suo ardore di carità, i Filippini, così chiamati da Filippo Neri, loro fondatore, che si distinsero per il loro apostolato nei confronti dei giovani, i Fatebenefratelli dediti all'assistenza ai malati, i Barnabiti e gli Scolopi che si dedicarono all'istruzione dei fanciulli poveri. Anche il clero secolare si segnalò per zelo pastorale e fervore di carità al servizio dei poveri come l'arcivescovo di Milano Carlo Borromeo, la cui opera meritoria sarà seguita nel secolo successivo dal cugino, il cardinale Federico Borromeo di manzoniana memoria.
Gli zingari Come vagabondi pericolosi verranno considerati anche gli zingari, che in un primo momento vengono tollerati, in quanto si presentano come autorizzati a vagare in Italia da una bolla papale, probabilmente falsa, del 1422 che impone loro di spostarsi senza meta in espiazione dei loro peccati. Il loro status assurge in questo modo a quello di pellegrini e come tali ricevono accoglienza. A chi li ferma essi esibiscono un salvacondotto dell'imperatore Sigismondo re di Boemia ed Ungheria e la copia di una bolla di papa Martino V del 15 dicembre 1423 che autorizzava il duca Andrea del Piccolo Egitto a viaggiare insieme ai suoi seguaci: gli zingari o egiziani, come venivano anche chiamati.
Sulla presenza degli zingari in Italia nel Cinquecento, Ludovico Antonio Muratori nel Rerum Italicarum Scriptores del 1723 Rerum Italicarum Scriptores. Raccolta degli storici italiani dal Cinquecento al Millecinquecento, a cura di L. A. Muratori, nuova ed., riveduta, ampliata e corretta con la direzione di G. Carducci, V. Fiorini, P. Fedele, Bologna 1900, pp. 568-570; ivi, p. 569. riferisce che in due cronache dell'epoca: la Cronica di Bologna, di autore anonimo, e il Chronicon Foroliviense di frate Geronimo, una compagnia di zingari era in viaggio verso Roma e aveva fatto sosta a Bologna il 18 luglio del 1422 e a Forlì il 7 agosto dello stesso anno. In un'altra cronaca dello stesso periodo si dice che nella città di Fermo arrivò una carovana di una cinquantina di zingari con autorizzazioni papali che affermavano di essere un popolo del Faraone.
La prima notizia certa della presenza di zingari a Roma si trova nei registri dell'arciconfraternita di San Giovanni Decollato dov'è annotata nel 1525 la condanna a morte per impiccagione di un ladro, un certo Francesco, definito come zingaro Archivio di Stato di Roma, Arciconfraternita di S. Giovanni Decollato, Giustiziati e graziati, anno 1525, c. 222..
Dalla prima metà del Cinquecento per tutto il secolo seguente la politica sociale nei confronti degli zingari assume in tutta Europa l'aspetto di una dura repressione da parte delle autorità. Questo riceve conferma dalle cronache romane dove gli zingari incominciano a comparire nelle vesti di imputati del tutto assimilati ai poveri pericolosi. Numerosi bandi delle autorità romane Archivio di Stato di Roma, Bandi, b. 3; per gli altri bandi del Cinquecento che riguardano gli zingari si veda Archivio di Stato di Roma, Statuti. Bandi del Governatore di Roma, anni 1549-1747, c. 22, b. 276; Archivio di Stato di Roma, Bandi, Collegio degli scrittori, anni 1572-1803, b. 480 li condannano all'espulsione e, per i renitenti, alla pena dell'impiccagione (così nel bando del 10 luglio 1566 del camerlengo Vitellozzo Vitelli); condanne queste che divennero pratica usuale sotto papa Pio V, che si era contraddistinto per un malanimo molto vicino all'odio nei confronti degli zingari definiti nel paragrafo De Cinganis, nel capitolo II delle deliberazioni del Concilio di Ravenna, da lui indetto nel 1568: «genia di gente vagante colma di ogni empietà, (se) non vivranno cristianamente e non si asterranno dalle superstizioni e da riti riprovevoli di vita, i vescovi abbiano cura di cacciarli dalle loro diocesi il più lontano possibile». Il nomadismo è ormai assimilato al vagabondaggio e questo ne determina automaticamente la repressione con pene che dalla fine del Cinquecento sostituiscono la pena di morte o quella della fustigazione con quella dell'arruolamento forzato sulle galee della flotta papale: il che equivaleva a una condanna a morte differita per le condizioni di vita dei forzati.
thumb|upright|Il tratto di corda Questa nuova politica repressiva dipendeva dalla necessità di papa Pio V di allestire nel 1570 quella flotta che vincerà a Lepanto contro i Turchi. Così il governatore di Roma Carlo de Grassi, su disposizione del Papa, autorizza il nobile romano Paolo Giordano Orsini a prelevare gli zingari residenti nel suo territorio per utilizzarli nell'allestimento della flotta per la crociata contro i TurchiF. Calley, S. Pio V e gli zingari, un episodio della spedizione contro i Turchi (1570), in «Lacio Drom - Rivista di studi zingari», 1966, 1, pp. 20-26.