Il carteggio apocrifo di Seneca e san Paolo (Epistolae Senecae ad Paulum et Pauli ad Senecam) è un corpus di quattordici lettere latine, sei delle quali attribuite all'apostolo Paolo e otto al filosofo e letterato romano Lucio Anneo Seneca, che si ritiene furono scritte da un anonimo falsario del IV secolo, sebbene vi sia chi le giudica autentiche. Viene comunque annoverato tra gli apocrifi del Nuovo Testamento.
La leggenda del cristianesimo di Seneca La datazione del carteggio
È ancor oggi diffusa convinzione che nel Medioevo si ritenesse Lucio Anneo Seneca un cristiano: prima di verificare il reale fondamento di tale convincimento, è opportuno rilevare che la leggenda dell'esistenza di un'amicizia tra lo scrittore latino e l'apostolo Paolo trae la propria origine soltanto a partire dal IV secolo e proprio in virtù dell'apparizione in quegli anni di un epistolario attribuito a Seneca e a Paolo di Tarso.
Nei secoli precedenti nessun padre della Chiesa aveva mai considerato Seneca un cristiano né era stato a conoscenza di una sua amichevole relazione con Paolo. Alla fine del II secolo Tertulliano (De anima, 20, 1) scrive che « Seneca saepe noster » - Seneca è spesso cristiano - proprio perché tale non lo considerava, malgrado vi fossero elementi del pensiero di Seneca assonanti con l'etica cristiana; all'inizio del IV secolo Lattanzio lo dichiara ancora « uomo ignaro della vera religione che avrebbe potuto appartenere al cristianesimo se qualcuno glielo avesse fatto conoscere ».Divinae Institutiones 6, 24, 13-14: « homine verae religionis ignaro [...] potuit esse verus Dei cultor, si quis illi monstrasset ».
In base alla testimonianza di Lattanzio si può pertanto stabilire come termine post quem di compilazione del carteggio l'anno 324 circa, periodo entro il quale lo scrittore portò a termine la revisione della sua opera maggiore; il termine ante quem è stabilito con certezza nel 392, anno nel quale san Girolamo dimostra di essere a conoscenza di quella corrispondenza. In quell'anno scrive infatti Girolamo che « Lucio Anneo Seneca di Cordova fu discepolo dello stoico Sozione e suocero del poeta Lucano. Si distinse per la grande purezza dei suoi costumi. Non lo avremmo compreso fra gli scrittori ecclesiastici senza la corrispondenza con Paolo che alcuni autori gli attribuiscono. Benché fosse precettore di Nerone e il più influente personaggio del suo tempo, egli dichiara nelle sue lettere che preferirebbe avere fra i suoi concittadini lo stesso rango che Paolo occupava fra i cristiani. Morì per ordine di Nerone due anni prima che Paolo e Pietro ricevessero la palma del martirio ».De viris illustribus XII.
È da rilevare la prudenza di Girolamo: egli non avrebbe considerato Seneca un amico di Paolo se non fosse esistito quel carteggio che egli conosce direttamente - come mostra il passo che egli cita, « qui meus tuus apud te locus, qui tuus velim ut meus », tratto dalla lettera XII - ma sull'autenticità del quale non si pronuncia, lasciandone l'onere a non precisati « autori », mentre condivide la conclamata opinione della presunta purezza di costumi di Seneca.
Se è certo che in nessun suo scritto Girolamo ha mai considerato Seneca un cristiano, è controverso se egli ritenesse autentico o meno l'epistolario e credesse perciò all'amicizia tra Seneca e Paolo di Tarso: il FleuryA. Fleury, Saint Paul et Sénèque, Paris 1853, I, p. 258. risponde affermativamente, a condizione però di ipotizzare l'esistenza di un originario carteggio in greco - di cui peraltro non vi è notizia alcuna - non ritenendo possibile che egli abbia potuto essere ingannato da una « composizione di troppo bassa lega ». Il motivo per il quale Girolamo non si pronuncia sull'autenticità dell'epistolario può essere tuttavia che la notizia di un'amicizia tra Paolo e un intellettuale del livello di Seneca tornava a tutto vantaggio del prestigio della nascente religione e dei suoi maggiori rappresentanti. Infatti, il De viris illustribus ha un intento dichiaratamente polemico contro la cultura pagana, come premette lo stesso Girolamo: «Celso, Porfirio, Giuliano, questi cani arrabbiati contro Cristo, così come i loro seguaci che pensano che la Chiesa non abbia mai avuto oratori, filosofi e colti dottori, sappiano quali uomini di valore l'hanno fondata, edificata, illustrata, e smettano le loro sommarie accuse di rozza semplicità contro la nostra fede ».Girolamo, cit., prologo, 14.
Anche sant'Agostino era a conoscenza dell'esistenza del carteggio: verso il 413 scriveva a MacedonioAgostino, Epistolae, 153, 14. di « Seneca, che visse ai tempi apostolici, del quale si leggono anche alcune lettere a Paolo », dove non è chiaro se egli abbia mai direttamente letto quelle lettere. In ogni caso, sia la neutra ma comunque autorevole testimonianza di Girolamo e Agostino, sia il sermone apocrifo, attribuito a quest'ultimo, ma del XII secolo,Pseudo-Agostino, Sermo XVII, De vigilatione et otiositate vivanda: « ut ait paganus ille [Seneca] santissimi Apostoli amicus charissimus », in PL 40, 1263. che dichiarava Seneca essere « quel famoso pagano amico carissimo del santissimo Apostolo », faranno a lungo credere autentico il carteggio e incontestabile la loro amicizia.
La presunta amicizia di Seneca e Paolo Circa un secolo dopo la lettera di Agostino, nella Passio sancti Pauli apostoli, rielaborazione latina, attribuita falsamente a papa Lino, degli Atti apocrifi di Pietro e Paolo, viene aggiunta la notizia della corrispondenza di Paolo e Seneca, e persino di loro personali colloqui - « quatinus si ore ad os alloqui non valeret, frequentibus datis et acceptis epistolis ipsius dulcedine et amicali colloquio atque consilio frueretur »In Lipsius, Acta Apostolorum apocrypha, Lipsiae, 1891. - non però di una conversione di Seneca al cristianesimo.
Trascorsi tre secoli, l'epistolario viene pubblicato nel IX secolo da Alcuino e dedicato a Carlo Magno. Dal cronachista dell'epoca, Freculfo di Lisieux,Chronicon 2, 1, 16 in Patrologia Latina 106, 1132. ai successivi Onorio d'Autun,De luminaribus ecclesiae I, 12. Vincenzo di Beauvais,Speculum historiale, IX, 9. Ottone di Frisinga,Chronicon III, 16. Pietro Comestore,Historia scholastica XVI, 126. e Martino Polono,Chronicon IV, 4. sono tutti convinti dell'amicizia dei due personaggi ma nessuno di essi ritiene Seneca un cristiano. Anche i ben più autorevoli Pietro il Venerabile,Tractatus adversus Petrobrusianos 1150, in Patrologia Latina 189, 737 C. AbelardoIntroductio ad Theologiam I, 24 ed Expositio in epistolam Pauli ad Romanos I, 1. e Giovanni di SalisburyPolicraticus VIII, 13. citano le lettere, senza dedurre alcuna conversione di Seneca al Cristianesimo.
Secondo la storica Marta Sordi, la conoscenza di Seneca e San Paolo, tenuto conto che: sono documentati i contatti fra Paolo e la gens Annaea; quando Paolo giunse a Roma fra il 56 e il 58, Seneca era l'uomo più potente dopo Nerone; Paolo aveva amicizie fra i pretoriani, tra cui Afranio Burro, a sua volta amico di Seneca; il fratello di Seneca era intervenuto in favore di Paolo.
L'evoluzione della leggenda: il cristianesimo di Seneca Il primo a fare di Seneca un cristiano sembra essere stato il domenicano Giovanni Colonna (c. 1298-c. 1343), il quale nel suo De viris illustribus sostiene che Seneca « fu spesso creduto cristiano, specie quando il grande dottore Girolamo lo inserì nel suo santo catalogo [...] ma sono indotto a credere che egli sia stato cristiano in base a quelle lettere note in tutto il mondo, intitolate Paolo a Seneca e Seneca a Paolo ».Riportato da R. Sabbadini, Giovanni Colonna biografo e bibliografo del sec. XIV, « Atti Accademia delle scienze di Torino », 46, 1911, p. 892. Dunque, fu più l'analisi del carteggio che la memoria di una tradizione a indurre il dotto frate a convincersi del cristianesimo di Seneca.
Commentando il Seneca morale di Dante,G. Boccaccio, Esposizioni sopra la Comedia di Dante, IV, 354. il Boccaccio pensa che le lettere, « bene intese, assai chiaro mi pare dimostrino san Paolo lui avere per cristiano » e giunge a interpretare la notizia di Tacito della libagione di Seneca suicida a Giove LiberatoreTacito, Annali 15, 64. come un battesimo: « quantunque il battesimo della fede avesse [...] non essendo rigenerato secondo il comune uso de' cristiani nel battesimo dell'acqua e dello Spirito Santo, quell'acqua in fonte battesimale consecrasse a Giove Liberatore, cioè a Iesù Cristo [...] né osta il nome di Giove, il quale altra volta è stato mostrato ottimamente convenirsi a Dio, anzi a lui, e non ad alcuna creatura ». Considerazioni condivise nel XV secolo dal letterato Sicco Polenton che, oltre al battesimo da se stesso impartito, immagina che Seneca detti il proprio epitaffio concluso dal verso «Namque animam caelo reddimus, ossa tibi».In Anthologia Latina I, 2, 667.
A partire dal XV secolo l'affinamento della critica filologica umanistica e la conoscenza delle opere autentiche di Seneca permette a Lorenzo Valla,A. Momigliano, cit., p. 340. a Celio Secondo CurioneNella sua edizione delle Epistolae, Basileae, 1557. e a Giusto LipsioDe vita et scriptis L. Annaei Senecae, X. di contestare apertamente e con argomenti di merito l'autenticità della corrispondenza, anche se non mancano argomenti opposti e di moda nel XVI secolo:Il dibattito su dissimulazione e nicodemismo nasce nella prima metà del Cinquecento. per Sisto Senese, Seneca avrebbe utilizzato uno stile rozzo per dissimularne la paternità qualora « in alienas manus apistolas venissent »,S. Senese, Paulus, in « Bibliotheca sancta » II, Coloniae, 1586, p. 88. mentre nel Seicento Francisco de Bivar, commentando il Dextri Chronicon - una storia universale attribuita all'amico di Girolamo, il senatore Flavio Lucio Dexter, ma in realtà falsificazione del gesuita Jerónimo Román de la Higuera - vi legge la notizia della segreta conversione al cristianesimo di Seneca, discepolo di Paolo, al quale avrebbe scritto mentre l'apostolo si trovava in Spagna.F. de Bivar, Dextri Chronicon, Lugduni, 1627: « factus christianus occultus, eius fuisse discepulus creditur, dulciterque scribit ad Paulum in Hispania morantem ».
Naturalmente, l'inserimento di tali elementi romanzeschi ha lo scopo di rendere più credibile la leggenda e ha il vantaggio di appianarne le contraddizioni, ma intanto le contestazioni dell'autenticità del carteggio si erano infittite. Nella sua edizione delle opere di Seneca, Erasmo, ribadendo la matrice pagana del suo pensiero, considera « freddo e inetto » l'anonimo compilatore e accusa Girolamo di malafede e di aver abusato della credulità dei semplici non denunciando il falsario.« Divus Hieronimus non ignarus fuit, abusus est simplicium credulitate », in Senecae opera, Basileae, 1529, p. 679. Concordano anche Teodoro di Beza,Novi Testamenti interpretatio cum annotationibus, II, 1565, p. 420. il cardinale BellarminoCitato in Fabricius, Codex apocryphus Novi testamenti, Hamburgi, 1703. e il Tillemont, che tuttavia non vuole escludere che i due possano essersi realmente conosciuti.Mémoires pour servir à l'histoire ecclésiastique des six premiers siècles, Paris, 1693.