Biografia Origini e Formazione Nonostante non si abbiano notizie certe in merito alla sua origine e alla sua famiglia – che fu verosimilmente di stirpe latina, e non longobardaIl nome “Paulinus” è evidentemente latino; il fatto che non siano per lui attestati nomi o patronimici germanici, neppure in epoca anteriore all’ordinazione ecclesiastica, rende poco probabile l’ipotesi che fosse di stirpe longobarda. –, l’attribuzione di alcuni beni in questa regione documentata da una serie di diplomi, così come la testimonianza di Alcuino di York, che in seguito definirà l’Italia come sua patria in un’epistola poetica indirizzatagliAlcuino lo esalterà come «laus Ausoniae, patriae decus” in uno dei suoi carmi: cfr. MGH Poetae, II, p. 239., sembrano indicare la sua provenienza proprio dal territorio della metropoli della Chiesa cristiana. D’altra parte, stupisce che negli scritti superstiti Paolino non dimostri mai di conoscere Paolo Diacono, anch’egli scrittore di sicura origine cividalese, nonostante i due fossero pressoché contemporanei e avessero una storia simileFra i nobili longobardi sconfitti nella repressione della rivolta antifranca vi era anche Arichis, il fratello di Paolo Diacono, che venne imprigionato e condotto in Francia. Per questo motivo, fra 782 e 787, Paolo entrò come intellettuale nella corte di Carlo Magno..
È probabile, sulla base di considerazioni stilistiche emerse dalle sue opere, che anche la sua educazione sia avvenuta nell’Italia nordorientale, probabilmente nell’ambito della stessa scuola canonicale di Cividale, dove Paolino acquisì una solida formazione nelle sette arti liberali trasmesse dalla cultura classica, eccellendo, in particolare, per le sue doti di poeta e di musico. Profonda fu anche la sua preparazione nelle discipline ecclesiastiche, come la conoscenza della Sacra Scrittura, la liturgia, la teologia e il diritto.
Paolino, dunque, dovette presto emergere come uno dei rappresentanti più qualificati del clero aquileiese e come rinomato maestro di scuola, professione che esercitò forse presso il medesimo studium vescovile successivamente all’ordinazione come canonico.
L’attività presso la Schola Palatina Fu per la sua eccezionale formazione retorica e culturale, sia in ambito classico che cristiano, che probabilmente venne ulteriormente consolidata anche frequentando scuole di più antica tradizione come quelle di Pavia o Roma, che Paolino attirò l’attenzione di Carlo Magno, quando nel 774 il re franco conquistò il Regno Longobardo nell’Italia settentrionale.
La prima attestazione storica sicura in merito alla sua figura è, infatti, un diploma, datato Ivrea il 17 giugno 776Cfr. MGH, Diplomata Karolinorum, I: Pippini, Carlomanni, Caroli Magni diplomata, ed. E. Mülbacher, Hannover 1906, p. 158., con cui il sovrano concede a Paolino, definito vir valde venerabilis e artis grammaticae magister, i beni in precedenza posseduti a Lavariano dal longobardo Gualando, che aveva partecipato all’insurrezione antifranca guidata nei primi mesi di quell’anno da Rotgaudo, duca del Friuli, e vi aveva perso la vita. Il diploma, che gli assegnava ampie proprietà, forse in virtù della lealtà dimostrata in quell’occasione, proprio nella zona che si era rivelata più difficile da controllare e meno disposta ad accettare il nuovo regime, dimostra come Paolino fosse già in quel momento una persona considerata affidabile e degna di stima dalla corte franca.
Presumibilmente, il dono regale seguiva l’invito, nello stesso anno, a trasferirsi presso la corte di Carlo Magno ad Aquisgrana, in qualità di grammaticus magister. È infatti possibile supporre che Carlo, presente a Treviso nella celebrazione della Pasqua del 776, abbia conosciuto Paolino, al seguito del patriarca Sigualdo, quando il re vincitore ricevette l’ossequio dei nuovi sudditi longobardi ed italici, ed abbia allora potuto ascoltare l’inno laudativo Regi Regum, composto da Paolino proprio per quell’occasioneCfr. Paolo Chiesa, Paolino, patriarca di Aquileia in Dizionario biografico dei friulani. Nuovo Liruti online, Istituto Pio Paschini per la storia della Chiesa in Friuli, Udine 2006; il carme Regi regum (conservato nel ms Parigi, Bibliothèque Nationale, Lat. 13027), così come il Carmen de conversione Saxonum (componimento che era stato pubblicato, sotto il nome di Alcuino, da un codice conservato a Ratisbona e andato perduto, da Frobenius Forster nel 1777), sono stati recentemente attribuiti a Paolino da Dieter Schaller nel 1989..
Per circa una decina d’anni Paolino si trovò alla corte di Carlo Magno e fu uno dei più attivi componenti del circolo di intellettuali che indirizzò la politica culturale ed educativa del regno franco. Paolino frequentò l’Accademia Palatina, un cenacolo di intellettuali provenienti da ogni parte dell’impero carolingio, in cui fu conosciuto con lo pseudonimo di Timoteo; appellativo che doveva evocare l’omonimo teologo esperto della Sacra Scrittura, noto discepolo dell’apostolo Paolo.
Presso la corte di Carlo, Paolino diventò una delle personalità più eminenti della cultura e della spiritualità dell’epoca, ricevendo grande stima e ammirazione da parte dei più qualificati esponenti della cultura del tempo, fra cui Arnone, arcivescovo di Salisburgo dal 784, Angilberto, abate di Saint-Riquier, Pietro di Pisa e, soprattutto, Alcuino di York, con il quale strinse una profonda amicizia, testimoniata da numerose lettereSi conservano, in particolare, numerose lettere di Alcuino indirizzate a Paolino, edite nel volume MGH, Epistolae, IV, ma non possediamo le missive di risposta di Paolino..
Nel periodo passato a corte Paolino svolse certamente attività di maestro; ma vari indizi farebbero pensare che abbia anche avuto funzioni di poeta ufficiale, come suggerito da alcuni carmi: oltre a Regi regum, il Carmen de conversione Saxonum – in esametri, composto nel 777 per celebrare le vittoriose spedizioni di Carlo contro i Sassoni –, e due epitaffi del 778, rispettivamente per Lotario, figlio di Carlo morto in tenera età, e per il nobile Eggihard, ucciso nella battaglia di Roncisvalle.
Grazie all’attività a corte di Paolino, dunque, è possibile affermare che l’eredità delle scuole dell’ultima età longobarda venne raccolta all’interno di un progetto più ampio che contribuì a formare una tradizione europea destinata a durare per secoliCfr. Paolino di Aquileia e il contributo italiano all’Europa carolingia. Atti del convegno internazionale di studi (Cividale del Friuli-Premariacco, 10-13 ottobre 2002), a cura di P. Chiesa, Udine 2004..
Patriarca di Aquileia Attorno al 787, Paolino – ormai uomo fidato e consapevole delle linee di politica culturale e religiosa carolingie – fu designato da Carlo a succedere a Sigualdo come patriarca di Aquileia, un episcopato di importanza strategica per l’espansione franca verso i territori non cristianizzati degli Slavi e degli Avari. Dopo un decennio di soggiorno a corte, Paolino ritornò, così, in patria e prese residenza a Cividale, dov’era ormai stabilita la sede vescovile di Aquileia (la città, infatti, era stata ridotta a un piccolo villaggio dopo la sua distruzione ad opera di Attila nel 452). La sua diocesi abbracciava, allora, all’incirca tutta la pianura friulana, ad eccezione delle coste adriatiche soggette a Bisanzio e obbedienti al patriarca residente a Grado; la sua giurisdizione metropolitica si estendeva, invece, alle diocesi dell’Italia padana orientale, da Verona all’Istria, fino ai fiumi Danubio, Solta e Culpa verso orienteCfr. A. Persic, S. Piussi, Introduzione generale, in Paolino patriarca di Aquileia. Opere, 2 Ritmi e Carmi, Roma 2007, pp. 25-26..
Nella sua nuova veste di patriarca, Paolino fu uno dei protagonisti della vita religiosa del regno carolingio, e si guadagnò fama di teologo autorevole e di attento pastore, non mancando di svolgere anche delicati incarichi diplomatici per conto del sovrano.
Abbiamo notizia, infatti, di un suo intervento come missus dominicus, insieme ad Arnone di Salisburgo e Fardolfo di Saint-Denis, per dirimere una controversia relativa a un’abbazia dell’area pistoiese; e, successivamente, fu inviato come ambasciatore di Carlo a Roma presso papa Leone III.
Inoltre, nel 796 accompagnò Pipino, re d’Italia e figlio di Carlo, nella campagna militare contro gli Avari, che depredavano tutto l’arco alpino orientale e minacciavano l’Italia. Nell’estate dello stesso anno, dopo che gli Avari furono ripetutamente sconfitti, Paolino presiedette un sinodo presso l’accampamento militare di Pipino, stanziato in un luogo imprecisato lungo le rive del Danubio, nel corso del quale i vescovi definirono la linea di condotta da seguire nell’evangelizzazione e nella catechesi dei territori recentemente conquistati e abitati dalle popolazioni degli Avari e degli Slavi. Ne rimane l’incompleta relazione degli atti, il Conventus ad ripas Danubii, stilata dallo stesso Paolino a nome dei vescovi franco-italiciCfr. MGH, Concilia aevi Karolini, II, pp. 172-176..
In quanto uomo di fiducia di Carlo in Italia, Paolino fu anche amico del margravio franco del Friuli, Enrico, per il quale compose il Liber exhortationis, un trattato morale ricavato da analoghe opere patristiche, considerato uno dei primi esempi medievali di speculum principis; e nel 799, quando Erico fu ucciso nel corso di una spedizione militare contro gli Avari, lo commemorò componendo per lui un lamento celebrativo.
Paolino fu un sollecito difensore dell’integrità della dottrina cattolica.
Nel 792 partecipò al sinodo di Ratisbona, nel quale venne per la prima volta condannata la dottrina adozionista – che riduceva Cristo a mero uomo, adottato a Figlio di Dio per i suoi meriti –, predicata in Spagna da Elipando di Toledo e Felice di Urgell. In questa circostanza, Carlo Magno riconfermò al patriarcato di Aquileia il possesso dei beni ad esso conferiti dai sovrani longobardi, assieme al privilegio dell’immunità che li sottraeva alla giurisdizione civile, e restituì al clero aquileiese il diritto di eleggere liberamente il patriarca, salva l’approvazione del reCfr. MGH, Diplomata Karolina, I, pp. 233-234..
Nel 794 fu, inoltre, tra i protagonisti del sinodo di Francoforte, convocato da Carlo stesso in seguito al dilagare dell’eresia adozionista nella Marca spagnola, nel quale si giunse a una nuova e più decisa condanna dell’adozionismo alla presenza di alcuni legati papali; qui Paolino presentò, a nome dell’intero episcopato italiano, il Libellus Sacrosyllabus, una confutazione delle tesi adozioniste basata su argomenti scritturali che fu accolta negli atti sinodali, e che è considerato il suo trattato teologico più importante.
Di ritorno in patria, alla fine del 796 o all’inizio del 797, egli convocò un sinodo a Cividale, cui presero parte i vescovi suffraganei di Aquileia per applicare le direttive di disciplina ecclesiastica dettate dalla corte nellAdmonitio generalis del 787; in questa sede vennero affrontate soprattutto questioni di disciplina ecclesiastica e di regolamentazione matrimoniale, ma il patriarca si soffermò anche su temi di carattere teologico, e in particolare sull’adozione della formula Filioque relativamente alla processione dello Spirito Santo all’interno del Credo. Probabilmente nel 798 Paolino, divenuto ormai uno dei più illustri teologi del tempo, ricevette da Carlo l’incarico di confutare in modo definitivo la dottrina adozionista, i cui sostenitori erano ancora attivi; il medesimo incarico venne contemporaneamente assegnato ad altri dotti, come Alcuino e Arnone. Paolino redasse, quindi, un trattato in tre libri, noto come Contra Felicem Urgellitanum episcopum libri tres; che venne completato soltanto dopo che Felice fu costretto all’abiura nel giugno del 799.