Biografia Le origini e la carriera politica
Figlio di un barbiere di Corleone, si diplomò geometra nel 1943. Secondo il racconto del figlio Massimo, è stato anche insegnante privato di matematica di un giovane Bernardo Provenzano. Nel 1950 si trasferì a Palermo per frequentare la facoltà di giurisprudenza, ma interruppe gli studi al secondo anno, senza aver mai conseguito la laureaMotivazioni della sentenza emessa dalla terza sezione della Corte d'Assise di Palermo in data 10 giugno 2011, a firma del presidente Giancarlo Trizzino e del giudice estensore Angelo Pellino, cit. p. 529.. Per un breve periodo soggiornò a Roma, dove lavorò presso la segreteria del deputato Bernardo Mattarella (allora sottosegretario al Ministero dei Trasporti). A Palermo divenne socio di un'impresa edile ed ottenne un appalto per il "trasporto di vagoni ferroviari a domicilio attraverso carrelli", grazie alla raccomandazione del deputato Mattarella. Nel 1953 Ciancimino venne eletto nel comitato provinciale della Democrazia Cristiana e l'anno successivo divenne commissario comunale. Nel 1956 Ciancimino fu eletto consigliere comunale a Palermo e divenne un sostenitore di Giovanni Gioia, aderendo alla corrente politica Iniziativa Democratica (poi Nuove Cronache) di Amintore Fanfani.
Per queste ragioni ricoprì anche il ruolo di assessore dell'Azienda municipalizzata e nel 1958 divenne assessore ai lavori pubblici nella giunta del sindaco Salvo Lima. Durante il periodo in cui Ciancimino fu assessore, delle licenze edilizie rilasciate, figurarono intestate a tre prestanome, che non avevano nulla a che fare con l'edilizia; l'assessorato di Ciancimino apportò numerose modifiche al piano regolatore di Palermo, che permisero alla ditta di Nicolò Di Trapani (pregiudicato per associazione a delinquere) di vendere aree edificabili ad imprese edili, mentre il costruttore Girolamo Moncada (legato al boss mafioso Michele Cavataio) ottenne, in soli otto giorni, licenze edilizie per numerosi edifici. In questi anni Ciancimino entrò in rapporti con tre società edilizie e finanziarie: la SIR, la SICILCASA SpA e la ISEP, di cui faceva parte la moglie di Ciancimino, Epifania Silvia Scardino, insieme ai mafiosi Antonino Sorci (capo della cosca di Villagrazia) e Angelo Di Carlo (cugino del boss Michele Navarra e socio di Luciano Liggio). La ISEP (poi rinominata COFISI) ricevette diversi versamenti in denaro da parte del boss Italo-americano Frank Garofalo (esponente della famiglia Bonanno di New York ed imputato di traffico di stupefacenti). Tra i soci della SIR invece figuravano diversi parenti di Ciancimino e l'amministratore era Salvatore Buscemi, costruttore edile e boss mafioso di Boccadifalco.
Nel 1963 Ciancimino fu denunciato dall'avvocato Lorenzo Pecoraro, amministratore di un'impresa edile a cui fu negata una licenza edilizia mentre alla società "SICILCASA SpA" era stato concesso il permesso di costruire in un terreno contiguo malgrado il progetto violasse in più punti le clausole del piano regolatore; fu fatto sapere a Pecoraro che poteva avere la licenza soltanto se versava una tangente nelle casse della "SICILCASA SpA", di cui Ciancimino era socio occulto e da cui acquistò anche due appartamenti. Qualche tempo dopo l'avvocato Pecoraro ritirò tutte le accuse e dichiarò che Ciancimino era sempre stato un uomo «esemplare per correttezza ed onestà». Ma nonostante ciò, nel giugno 1965 il caso Pecoraro fu riaperto e Ciancimino finì sotto processo, venendo però assolto nel 1966.
L'attività politica a Palermo
Nel 1964 Ciancimino concluse il mandato di assessore ai lavori pubblici e rimase consigliere comunale. Nel 1966 fu nominato capogruppo della Democrazia Cristiana nel consiglio comunale di Palermo e tenne questo incarico fino al 1970, venendo anche nominato responsabile degli enti locali della sezione provinciale della DC nel 1969.
Nell'ottobre 1970 Ciancimino fu eletto sindaco di Palermo ma nel dicembre successivo fu costretto a dimettersi a causa delle proteste dell'opposizione e delle inchieste della Procura di Palermo e della Commissione parlamentare antimafia che lo riguardavano, nonché dai pesanti giudizi espressi dal capo della polizia Angelo Vicari; tuttavia Ciancimino rimase in carica fino all'aprile 1971, quando venne eletto il nuovo sindaco Giacomo Marchello. Ciancimino reagì querelando il vice-presidente della Commissione antimafia, il senatore comunista Girolamo Li Causi, e il capo della polizia Vicari ma entrambi furono assolti con formula piena dal reato di diffamazione. Infatti nel 1976 la relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia, redatta anche dai deputati Pio La Torre e Cesare Terranova, ed altri atti prodotti dalla stessa Commissione accusarono duramente Ciancimino ed altri uomini politici di avere rapporti con la mafia.
Nel 1976 Ciancimino abbandonò la corrente fanfaniana e formò un gruppo autonomo all'interno del consiglio comunale, avvicinandosi a Salvo Lima, che rappresentava la corrente andreottiana: Ciancimino, accompagnato dai deputati Salvo Lima, Mario D'Acquisto e Giovanni Matta, incontrò il senatore Giulio Andreotti a Palazzo Chigi, dove venne stipulato il patto di collaborazione con la corrente, che sfociò nell'appoggio dato dai delegati vicini a Ciancimino alla corrente andreottiana in occasione dei congressi nazionali della Democrazia Cristiana svoltisi nel 1980 e nel 1983.
L'ascesa dei Corleonesi e la seconda guerra di mafia (fine anni '70 - 1984)
In questi anni Cosa nostra, sempre più nelle mani dei sanguinari Corleonesi e non più delle vecchie correnti e famiglie mafiose tradizionali, iniziò a compiere vari "omicidi politici" ed avvertimenti anche per proteggere gli interessi di Ciancimino: il 9 marzo 1979 fu ucciso Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana ed esponente della corrente andreottiana, che era entrato in contrasto con costruttori legati a Ciancimino; il 6 gennaio 1980 venne eliminato Piersanti Mattarella, Presidente della Regione che contrastava Ciancimino per un suo rientro nel partito con incarichi direttivi; nel dicembre 1980 una carica di esplosivo distrusse una parte della villa del sindaco Nello Martellucci, esponente della corrente andreottiana che si era mostrato poco disponibile con Ciancimino nel concedergli un appalto per il risanamento dei quartieri vecchi di Palermo. Il 15 novembre 1981, nel corso di un discorso tenuto al congresso regionale della DC, Ciancimino liquidò questi omicidi "eccellenti" come frutto di un'ipotetica e mai dimostrata offensiva armata delle Brigate Rosse in Sicilia, dichiarazioni che suscitarono numerose polemiche da parte delle opposizioni. Ciancimino confidò anche al questore Vincenzo Immordino che l'omicidio Mattarella fosse opera di un terrorista di sinistra ma il giudice Giovanni Falcone considerò quest'affermazione un autentico tentativo di depistaggio. La catena di omicidi politici commessi da Cosa nostra infatti continuò, nell'ambito della Seconda guerra di mafia (in cui i Corleonesi sterminarono tutte le altre famiglie mafiose tradizionali e divennero gli unici esponenti dell'organizzazione): il 30 aprile 1982 venne trucidato Pio La Torre, segretario regionale del PCI che aveva più volte indicato pubblicamente Ciancimino come personaggio legato a Cosa nostra; il 3 settembre 1982 avvenne la strage di via Carini, in cui furono barbaramente uccisi il neo-prefetto di Palermo Carlo Alberto dalla Chiesa insieme alla giovane moglie Emanuela Setti Carraro e l'agente di scorta Domenico Russo: nel 1970 l'allora colonnello dei Carabinieri dalla Chiesa aveva inviato un rapporto alla Commissione parlamentare antimafia sui legami di Ciancimino con la mafia.
In occasione del congresso regionale di Agrigento della Democrazia Cristiana nel 1983, il segretario nazionale Ciriaco De Mita espresse chiaramente la necessità di allontanare Ciancimino dal partito e per questo non gli venne rinnovata la tessera.
Le inchieste penali e le condanne Nel 1984 il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta dichiarò al giudice Giovanni Falcone che «Ciancimino è nelle mani dei Corleonesi» e per questo venne arrestato per associazione mafiosa. I magistrati scoprirono che possedeva un'enorme fortuna dal valore di diversi miliardi di lire, depositata in libretti bancari sotto nomi immaginari o in banche canadesi. Nello stesso anno, due ex sindaci palermitani, Elda Pucci e Giuseppe Insalaco, denunciarono alla Commissione Parlamentare antimafia le difficoltà incontrate nell'amministrazione della città e l'ingerenza di Ciancimino e del suo gruppo politico nell'assegnazione di tutti gli appalti del Comune di Palermo (Insalaco ribadì queste accuse anche al giudice Falcone).
La sera del 20 aprile 1985 due cariche di esplosivo distrussero completamente la villa di campagna di Elda Pucci a Piana degli Albanesi e il 12 gennaio 1988 venne ucciso Giuseppe Insalaco a colpi di pistola da due killer in motocicletta.
Nel 1990 Ciancimino fu coinvolto nel nascente progetto politico della Lega Meridionale ma si defilò subito, rifiutando la candidatura nelle sue liste. Il 5 giugno dello stesso anno, venne nuovamente arrestato su mandato del giudice Falcone per falso ideologico, interesse privato e associazione per delinquere con l'accusa di aver pilotato gli appalti per le manutenzioni e il rifacimento della rete idrica di Palermo; insieme a lui, finirono in manette Romolo Vaselli e il genero Ioris Ercoli, accusati di essere prestanome e soci occulti di Ciancimino in alcune ditte, i dirigenti dell'AMAP Eugenio Volpes e Francesco Noto e il funzionario della Cassa del Mezzogiorno Vincenzo Italiano: fu la dimostrazione che Ciancimino continuasse a dirigere da dietro le quinte gli appalti cittadini, come denunciato da Falcone stesso durante un'audizione al CSM nell'ottobre 1991.
Nel 1992 venne condannato definitivamente in Cassazione a 8 anni di reclusione per associazione mafiosa e corruzione. Fu condannato inoltre a 3 anni e 2 mesi di carcere (pena condonata) per peculato, interesse in atti d'ufficio, falsità in bilancio, frode e truffa pluriaggravata nel processo per i grandi appalti di Palermo e a 3 anni e 8 mesi per aver pilotato due appalti comunali quando non aveva più cariche pubbliche. Furono condannati anche i coimputati di Ciancimino: l'ex assessore comunale del PSDI Giacomo Murana ebbe tre anni e otto mesi per ricettazione; per favoreggiamento furono invece condannati i prestanome di Ciancimino: Romolo Vaselli (tre anni) e i costruttori palermitani Francesco Zummo (tre anni e quattro mesi) e Giosafat Di Trapani (un anno e otto mesi). Pochi giorni prima che morisse, il comune di Palermo gli presentò un'ingente richiesta di risarcimento, pari a 300 miliardi di lire (circa 150 milioni di euro), per danni arrecati all'amministrazione comunale: ne furono recuperati solo sette.
Fu il primo personaggio politico condannato per associazione mafiosaPietro Grasso, Storie di sangue, amici e fantasmi. Ricordi di mafia, Milano, Feltrinelli, 2017, . ed infatti i magistrati che indagarono su di lui lo definirono «la più esplicita infiltrazione della mafia nell'amministrazione pubblica», mentre il giudice Giovanni Falcone lo definì «il più mafioso dei politici ed il più politico dei mafiosi». Nel 1993 il collaboratore di giustizia Pino Marchese dichiarò addirittura che Ciancimino era regolarmente affiliato nella Famiglia di Corleone. Un altro collaboratore di giustizia, Gioacchino Pennino (ex consigliere comunale, medico e mafioso), dichiarò che nel 1981 voleva abbandonare il gruppo di Ciancimino nel consiglio comunale ma venne convocato dal boss Bernardo Provenzano, il quale gli intimò minacciosamente «di restare al suo posto».[collegamento interrotto|- la Repubblica.it IL MEDICO MAFIOSO ' I CUGINI SALVO E LO ZIO GIULIO... ' - Repubblica.it]
Gli ultimi anni e la morte