Biografia Laureatosi, con il massimo dei voti e la lode, in Scienze Politiche presso l'Università Cattolica di Milano e successivamente in Giurisprudenza presso l'Università Statale di Milano, è diventato famoso perché, nel primo periodo (febbraio 1992 - luglio 1994) di quella fase della storia giudiziaria italiana che è passata sotto il nome di Mani pulite, svolgeva le funzioni di GIP di Milano.
Nominato Uditore Giudiziario con decreto del 27 maggio 1977 e svolto il periodo di tirocinio, dal maggio 1978 è stato destinato al Tribunale di Milano con funzioni di Giudice Istruttore.
Presso tale Ufficio, chiamato a svolgere, secondo le norme allora vigenti, le indagini più complesse, è rimasto ininterrottamente sino al luglio 1991.
La sua attività come Giudice Istruttore si può articolare in due fasi.
Nella prima fase (1978-1985) egli ha istruito numerosi procedimenti penali riguardanti sequestri di persona a scopo di estorsione; tra questi vanno segnalati, per la complessità, l’istruttoria contro la c.d. banda Turatello, alla quale erano contestati, tra l’altro, i sequestri aventi come vittime Nassisi, Zambeletti, Lavezzari, un procedimento con 39 imputati ; a pochi giorni dalla conclusione di tale istruttoria ha iniziato l’istruzione del procedimento contro Muià ed altri 53, inerente a 10 sequestri di persona commessi in Milano dal 1975 al 1980 ad opera di un’organizzazione criminale composta da siciliani e calabresi; allo stesso periodo risalgono altre istruttorie sempre inerenti ai sequestri di persona di cui furono vittime Pighi, Midolo, Egro, Beissah e Gerli. Nello 1983 il magistrato, quale Giudice anziano della Quinta Sezione penale del Tribunale, ha presieduto il Collegio giudicante del procedimento contro Zanetti +15 inerente al sequestro di persona in danno di Calatrò.
Oltre ai procedimenti citati, ha condotto altre istruttorie inerenti allo spaccio di stupefacenti, omicidio, lesioni volontarie; tra tutte, va richiamata anche quella inerente alla locazione di immobili da parte degli Amministratori del Comune di Milano.
Per il secondo periodo di attività presso l’Ufficio istruzione (1986-1991), l’attività quale Giudice Istruttore, pur riguardando le più svariate materie, si è concentrata in due settori principali, reati finanziari e fallimentari e reati commessi da pubblici ufficiali. Di particolare complessità è stata l’istruttoria di un procedimento con 53 imputati, relativo a reati fallimentari connessi con la raccolta di risparmio mediante i c.d. fondi atipici, un’istruttoria raccolta in circa 300 volumi e conclusa con sentenza /ordinanza di 840 pagine; altra istruttoria da segnalare è quella relativa al procedimento Rizzoli Angelo più altri, inerente ai reati fallimentari conseguenti all’amministrazione controllata della Rizzoli Editore.
Allo stesso periodo risalgono due altre istruttorie, di particolare complessità e delicatezza, una nei confronti di Magistrati del Distretto della Corte d’Appello di Torino indiziati di corruzione ed associazione a delinquere, l’altra concernente un procedimento a carico del Procuratore della Repubblica di Chiavari e di un Ufficiale dei Carabinieri di Genova.
Nel luglio 1991, esaurite tutte le istruttorie per i procedimenti regolati dalle norme del Codice Rocco, il magistrato è stato assegnato all’Ufficio del Giudice per le Indagini preliminari ed ha svolto le funzioni di GIP e GUP, in particolare gestendo tutte le richieste provenienti dal pool di Magistrati che si occupavano del procedimento conosciuto come “Mani Pulite”.
Nel luglio del 1994, su designazione del gruppo milanese di Unità per la Costituzione, è stato eletto quale componente del Consiglio superiore della Magistratura e quindi collocato fuori ruolo ; al CSM ha presieduto per un anno la Commissione “Criminalità Organizzata” ed è stato Componente della Commissione disciplinare e della Commissione per il conferimento degli Incarichi Direttivi.
Rientrato in ruolo nel novembre 1998 presso il Tribunale di Milano, ha svolto interinalmente, sino al giugno 2005, le funzioni di Presidente della III Sezione Penale provvedendo all'eliminazione del pesante arretrato di cui quella Sezione era gravata ed alla celebrazione di procedimenti di criminalità organizzata.
Nominato Presidente della Sezione Penale del Tribunale di Monza, dal giugno 2005 al gennaio 2012, ha svolto le funzioni di Giudice penale monocratico, Presidente del Collegio penale e di Presidente della Corte d’Assise, dirigendo il dibattimento di processi anche di particolare rilievo (Omicidio in danno di Radice - violenza sessuale commessa dal padre in danno della figlia in tenera età).
Identiche funzioni ha svolto dal gennaio 2012 sino al 21 dicembre 2017 quale Presidente del Tribunale di Piacenza; in tale veste, oltre a svolgere le funzioni giurisdizionali e direttive proprie dell’Ufficio, si è attivato per dare a tutti gli Uffici giudiziari di quella città una dignitosa sistemazione, ristrutturando i locali fatiscenti del Tribunale situato in Palazzo Landi risalente alla fine del 1400 e utilizzando il precedente carcere, da anni ristrutturato ed inutilizzato, per l’Ufficio del Giudice di Pace e per l’UNEP.
Il ruolo in Mani pulite
Ghitti è ricordato soprattutto per essere stato il GIP che ha vagliato la quasi totalità dei provvedimenti e delle misure cautelari richiesti dai pubblici ministeri del Pool di Mani Pulite. Fu proprio lui a firmare la prima, storica misura di custodia cautelare dell'inchiesta nei confronti di Mario Chiesa, l'allora presidente del Pio Albergo Trivulzio, il cui arresto, avvenuto il 17 febbraio 1992, diede ufficialmente il via all'indagine.
Tra il 1992 e il 1994, Ghitti divenne il punto di riferimento pressoché esclusivo del Pool all'interno dell'ufficio GIP, che all'epoca contava circa venti magistrati. Ciò accadde perché facendo leva su una connessione fra reati, la stragrande maggioranza dei filoni d'indagine sulle tangenti veniva ricondotta a un unico, enorme fascicolo originario (il n. 8655/92, relativo proprio al caso Trivulzio).
Questo metodo (c.d. fascicolo contenitore) fu aspramente criticato persino da colleghi come il magistrato Guido Salvini, il quale ha evidenziato come la prassi del Pool di iscrivere i diversi filoni d'indagine sulla corruzione all'interno dello stesso numero di fascicolo fosse un espediente per aggirare il principio della rotazione automatica dei GIP. In questo modo si concentravano le decisioni su Ghitti, definito un giudice che «soddisfaceva le aspettative del Pool». Secondo Salvini «L’ufficio gip in quel momento era un passaggio decisivo perché era chiamato a raccoglier o a respingere le richieste di cattura presentate dal pool e poi le istanze di scarcerazione o gli arresti domiciliari, un meccanismo da cui in pratica dipendeva il funzionamento e lo sviluppo di quelle inchieste sistemica. Era comodo per la procura avere un unico gip già sperimentato che per alcuni era già direzionato e non doversi confrontare con una varietà di posizione di scelte che potevano incontrare all’interno dell’ufficio gip formato da una ventina di magistrati. Così il pool escogito’ un semplice ma efficace trucco, costituendo a partire dall’arresto di Mario Chiesa un fascicolo che in realtà non era tale, ma era un registro che riguardava centinaia e centinaia di indagati che nemmeno si conoscevano fra loro e vicende fra loro completamente diverse unificate solo per essere gestire dal pool. Il numero con cui iscrivevano qualsiasi novità che riguardasse tangenti di tutti i settori della pubblica amministrazione era sempre lo stesso, il 8655/92, quello del Pio Albergo Trivulzio, un fascicolo estensibile a piacere. Invece le regole nella sostanza volevano che a ogni notizia reato fosse attribuito un numero e ad ogni numero seguisse la competenza del gip non individuabile a priori. Nel 1994 vale la pena di ricordarlo, Ghitti divenne consigliere del Csm. I principi dell’ufficio furono quindi sovvertiti radicalmente e non si trattava di regole puramente organizzative o statistiche ma che dovevano presiedere al principio del giudice naturale e cioè che il giudice fosse del tutto indipendente e non fosse scelto da altri, soprattutto non dalla procura».
A tal proposito, l'esponente politico Davide Giacalone (all'epoca assistente del ministro Oscar Mammì, poi assolto in udienza preliminare dopo dodici anni) ha denunciato come il proprio fascicolo fosse stato sottratto al giudice Salvini per essere riassegnato a Ghitti, che ne dispose l'arresto.
L'avvocato Gian Domenico Caiazza affermò che era «come se la Procura di Palermo sostenesse che tutte le indagini di mafia, qualunque siano i fatti, le cosche e i protagonisti, debbano ritenersi facenti parte di un unico fascicolo, e dunque affidate agli stessi inquirenti e al controllo giurisdizionale di un unico GIP». Anche Carlo Sama, figura di spicco del Gruppo Ferruzzi-Montedison, dichiarò: «Io avevo dato le dimissioni da tutte le cariche. Il GIP Pisapia aveva rifiutato l'arresto che loro avevano richiesto. Perché ha detto: Sama ha dato le dimissioni, è lì interrogatelo. Poi è arrivato Ghitti che è stato il loro "GIP di fiducia", che ha firmato qualsiasi cosa. Infatti, un mese dopo ha firmato il mio arresto come quello di Cusani e quello di Gardini e di tantissime altre persone. Ma per una vicenda che riguardava Calcestruzzi. Io in Calcestruzzi non sono mai entrato, non ho mai prestato consulenze, nulla».
In sostanza, è stato evidenziato come l'espediente di tenere uniti tantissimi indagati sotto lo stesso numero di fascicolo avesse finito per aggirare la normale rotazione dei giudici, creando un asse forse troppo "simbiotico" e fluido tra l'organo d'accusa e il giudice che avrebbe dovuto controllarlo, violando quindi la garanzia di terzietà di quest'ultimo. Secondo queste tesi critiche, la custodia cautelare in carcere veniva talvolta concessa in modo automatico e utilizzata come strumento di pressione per indurre gli indagati alla confessione, in un clima di forte pressione mediatica.
Alla fine del 1994 si verificò l'episodio più clamoroso che coinvolse il magistrato, quando emerse un carteggio privato in cui il GIP Ghitti spiegava all'allora PM Antonio Di Pietro come formulare la richiesta di arresto per il manager Mario Maddaloni, anziché limitarsi a emettere un'ordinanza di rigetto della stessa.
Il ruolo nella vicenda di Daniele Barillà
Italo Ghitti convalidò l'arresto di Daniele Barillà, l'imprenditore di Nova Milanese che ottenne in seguito alla revisione del processo un risarcimento per l'ingiusta detenzione durata oltre 7 anni. Barillà venne condannato dal Tribunale di Livorno a 18 anni di reclusione; la Corte d’appello di Firenze ridusse la pena a 15 anni e nel 1996 la Cassazione confermò tale condanna. Solo nel luglio del 2000 si arrivò alla risoluzione del caso, con l'assoluzione dell'imputato.
Vittima di uno dei più clamorosi casi di errore giudiziario emersi in Italia, Barillà fu erroneamente considerato un trafficante di droga, ma l'equivoco era stato generato da uno sbaglio durante un pedinamento sulla tangenziale e strade limitrofe di Milano. Al pedinamento, avevano preso parte importanti membri del Ros dei Carabinieri, tra cui il noto Capitano Ultimo, Sergio De Caprio, il carabiniere che arrestò Totò Riina. La Fiat Tipo Amaranto alla guida della quale si trovava Barillà era infatti uguale per modello, colore e simile per numero di targa a quella di un vero narcotrafficante.
Come riporta il quotidiano Il Giornale, che grazie all'operato del giornalista Stefano Zurlo, contribuì a far emergere la vicenda, Ghitti, sulla base dei primi indizi, definì l'arresto «non casuale, ma frutto di specifici precedenti accordi la presenza di Barillà e la funzione svolta dallo stesso».
Una intervista