La corazzata Potëmkin () è un film del 1925 diretto da Sergej Michajlovič Ėjzenštejn.

La pellicola narra la vicenda realmente accaduta dell'ammutinamento della ciurma della nave da guerra russa Potëmkin avvenuto nel 1905.

Si tratta di una delle più note e influenti opere della storia del cinema, e per i suoi valori tecnici ed estetici è generalmente ritenuto fra i migliori film del Novecento nonché una delle più compiute espressioni cinematografiche. Prodotto dal primo stabilimento del Goskino a Mosca, fu presentato il 21 dicembre 1925 al teatro Bol'šoj. La prima proiezione aperta al pubblico avvenne il 21 gennaio 1926.

Trama Il film, ambientato a giugno del 1905, ha come protagonisti i membri dell'equipaggio della corazzata russa che dà titolo all'opera. I fatti narrati nel film sono in parte veri e in parte fittizi: in sostanza si può parlare di una rielaborazione a fini narrativi dei fatti storici realmente accaduti e che portarono all'inizio della rivoluzione russa del 1905: il massacro di Odessa non avvenne sulla celeberrima scalinata, bensì in vie e stradine secondarie, e non avvenne di giorno ma di notte.

Lo stesso regista ha suddiviso la trama dell'opera in cinque atti, ognuno con un proprio titolo:

Uomini e vermi Dramma sul ponte Il morto chiama La scalinata di Odessa Una contro tutte

Atto I: Uomini e vermi

La corazzata Potëmkin è ancorata al largo dell'isola di Tendra: durante la distribuzione di una razione di cibo, i marinai si accorgono che la carne riservata all'equipaggio è deteriorata a tal punto da ospitare numerosi vermi. Capeggiati dal valoroso Grigorij Nikitič Vakulenčuk (interpretato da Aleksandr Antonov), i marinai chiedono alle autorità della nave una razione a base di cibo sano. Per tutta risposta le autorità convocano il medico di bordo, il quale nega l'evidenza, affermando che la carne dell'equipaggio è buona e perfettamente commestibile e invita l'equipaggio a mangiarla senza fare storie. In seguito alla decisione dell'equipaggio di non mangiare la zuppa come simbolo di protesta, viene dato l'ordine, da parte dei comandanti, di fucilare chiunque rifiuti di affermare che la zuppa fosse buona da mangiare. Alcuni di essi cedono al ricatto (gli ufficiali, i sottufficiali e qualche marinaio), ma altri rifiutano e vengono raggruppati sul ponte della corazzata, sotto un telone davanti al plotone di esecuzione, in attesa di essere fucilati come monito per tutti coloro che osano anche solo immaginare una insubordinazione.

Atto II: Dramma sul ponte Tutti coloro che rifiutano il cibo vengono giudicati all'istante colpevoli di insubordinazione e, senza regolare processo, portati sul bordo del ponte dove ricevono i riti religiosi riservati ai condannati a morte. Davanti al plotone di esecuzione nessuno di loro mostra rimorso, convinti di ciò che stanno facendo; giunto il momento, il comandante dà l'ordine di aprire il fuoco ma, sorprendentemente, i soldati del plotone di esecuzione, anziché sparare, dopo un breve discorso del marinaio Vakulinčuk, che fa capire loro la dimensione inumana dello sparare a sangue freddo ai propri compagni, abbassano le canne dei fucili, dando il via all'inizio della rivolta. I marinai sono male armati ma in soprannumero rispetto agli ufficiali, il che consente loro di prendere ugualmente il controllo della nave. Il medico che aveva giudicato buona la carne viene gettato in acqua e così alcuni ufficiali, mentre altri rimangono uccisi.

Atto III: Il morto chiama

L'ammutinamento tuttavia ha un prezzo altissimo dato che negli scontri molti restano uccisi: tra essi anche il grande marinaio di origine ucraina Vakulinčuk, capo carismatico dei rivoltosi che hanno preso possesso della nave. Durante la rivolta l'ufficiale in seconda della nave scarica l'intero caricatore del suo fucile contro il marinaio, senza lasciargli scampo. Arrivati nel porto di Odessa il cadavere del marinaio Vakulinčuk viene trasportato a terra ed esposto pubblicamente dai suoi compagni in una tenda con un amaro cartello appoggiato al petto: "Morto per un cucchiaio di minestra". Tutta la popolazione si raduna per rendergli l'estremo saluto e inneggia a lui come a un eroe, manifestando pubblicamente il proprio appoggio con comizi e ovazioni di gruppo, ma attirandosi inevitabilmente le attenzioni della severa polizia zarista.

Atto IV: La scalinata di Odessa

Sulla scena irrompono i cosacchi dello zar, che, per rappresaglia, iniziano a marciare verso la folla inerme con i fucili puntati. Il popolo scappa, dimostrando di non avere intenzioni bellicose nei confronti dei soldati, i quali però si rivelano inflessibili, facendo fuoco, sparando e travolgendo tutto ciò che trovano a tiro: uomini, donne e bambini indifesi. I soldati vengono mostrati solo attraverso dettagli che li rendono impersonali, inflessibili (gli stivali che marciano e che calpestano le vittime, i fucili che sparano), mentre la gente di Odessa cade in sequenze estremamente enfatiche e violente come quella della morte della madre, inquadrata ben due volte (ripetizione poeticaBernandi, cit., pag. 89.), della carrozzella che rotola giù dalla scalinata e degli occhiali di una donna anziana frantumati da una sciabolata. I soldati non cessano il massacro: i marinai della Potëmkin decidono allora di sparare su di loro con i cannoni della corazzata. Intanto giunge la notizia che una flotta di navi dello zar sta arrivando nel porto per soffocare la rivolta della Potëmkin. È stato sottolineato l'aspetto estetico della sequenza: «Storicamente, non c'è "mai" stato nessun massacro sugli scalini di Odessa. È un'idea geniale del regista (...) Egli non sapeva che, al tempo stesso, metteva in scena l'immaginario di molte generazioni».

Atto V: Una contro tutte I marinai della Potëmkin decidono di andare fino in fondo e conducono la corazzata fuori dal porto di Odessa per affrontare la flotta dello zar. Quando ormai lo scontro sembra inevitabile, i marinai delle navi zariste si rifiutano incredibilmente di aprire il fuoco contro i loro compagni, esternando con canti e grida di giubilo la loro solidarietà verso gli ammutinati e consentendo loro di passare indisturbati attraverso la flotta, sventolando la bandiera rossa.

Produzione

Nel 1925 ricorreva il ventesimo anniversario della rivolta del 1905 e per celebrare l'evento si decise di girare alcuni film commemorativi. Una delle persone che si mise in moto per scrivere un copione fu la scrittrice di origine armena Nina Agadžanova-Šutko che eseguì degli studi storici e si documentò a fondo sull'argomento per scrivere una sceneggiatura valida. Una volta terminata, la sceneggiatura fu proposta al comitato responsabile delle celebrazioni (appositamente costituito dal governo) che decise di approvare e finanziare il progetto della scrittrice. La regia venne affidata senza troppe esitazioni al giovane ventisettenne Ėjzenštejn che si era distinto all'inizio di quello stesso anno per il suo film di esordio Sciopero!, raccomandandogli però di riuscire a terminare l'opera entro l'anno.

Il progetto originario della Agadžanova-Šutko non prevedeva un singolo film, ma un'opera divisa in otto distinti episodi che raccontavano la vita di quegli anni in un grande affresco che partiva dalla guerra russo-giapponese, combattuta dall'Impero russo e dall'Impero giapponese tra il 1904 e il 1905 per il possesso della Manciuria e delle zone limitrofeLa vittoria dei giapponesi mise in moto l'insurrezione armata di Mosca..

Dopo le prime scene girate ad aprile a Leningrado, un periodo di insistente maltempo convinse la troupe a trasferirsi a Odessa dove era previsto che si girassero le scene riguardanti lo sciopero dei portuali e l'ammutinamento della corazzata Potëmkin. Ejzenštejn già da tempo pensava che il progetto fosse troppo ambizioso e difficile da terminare entro i tempi previsti imposti dal governo. Analizzando a Odessa lo stato della produzione, il regista si rese conto che sarebbe stato impossibile realizzare tutto il progetto entro la data fissata, e scelse quindi di proporre al Goskino di realizzare solo l'episodio della Potëmkin, che nella stesura originale della sceneggiatura scritta dalla Agadžanova occupa meno di cinquanta righe. Anni dopo, lo stesso Ejzenštejn avrebbe precisato che aveva scelto proprio quell'episodio anche per via del grande fascino che la scalinata di Odessa aveva esercitato su di lui e che egli stesso così descrisse:

Si recò a Mosca per esporre il suo nuovo progetto e al termine di una trattativa ottenne l'approvazione dell'autorità per la nuova idea concepita. Stese in breve tempo la sceneggiatura del film, basata sulle cinquanta righe del testo originale del progetto, con la collaborazione del suo aiutante Grigorij Vasil'evič Aleksandrov.

Riprese

Dopo l'approvazione del Goskino, Ejzenštejn e i suoi cinque assistenti (Aleksandrov, Strauch, Antonov, Gomarov e Levsin), più l'operatore Ėduard Tissė, ritornarono a Odessa per dare il via alla produzione del film. Il regista cominciò a effettuare le prime selezioni per il cast, ma alla fine si convinse che un attore famoso non avrebbe potuto rispecchiare molto la collettività e le persone normali e decise, quindi, di affidare molte delle parti ad attori non professionisti scelti tra i marinai e tra gli abitanti delle città di Odessa e Sebastopoli. Furono scelti dal regista anche alcuni attori professionisti, membri di una compagnia teatrale locale. Una volta assegnate le parti, la produzione incontrò un altro ostacolo, perché le scenografie che dovevano sostituire la corazzata Potëmkin (fuori servizio dal 1918 e demolita tra il 1922 e il 1924) non erano gradite al regista, che le giudicava insufficienti per un'opera di qualità; fu così che Ejzenštejn chiese e ottenne dopo una lunga trattativa di potere usare una nave simile alla Potëmkin, la Corazzata Dodici Apostoli, che però giaceva arrugginita e in disarmo da alcuni anni, e lo stato di totale abbandono era tale da renderla inutile perfino come teatro di posa per le riprese. Si rese necessaria, quindi, un'operazione di parziale verniciatura e rapido restauro essenziale, per consentire alla nave di apparire come nuova e restare a galla il tempo sufficiente per le riprese del film.

Risolti gli inconvenienti tecnici e burocratici, Ejzenštejn e il suo staff si dedicarono anima e corpo alle riprese lavorando a ritmo forsennato fino ai primi di dicembre. La produzione richiese molti mesi a causa del perfezionismo del regista, che voleva ripetere le scene molte volte per sicurezza. Anche se le giudicava soddisfacenti, cercava sempre di fare meglio, e spesso il set lavorava un giorno intero per produrre solo poche sequenze comunque scartate dal regista. Inoltre, per via di alcuni problemi organizzativi, in un paio di occasioni il lavoro dovette fermarsi del tutto per alcuni giorni avvicinando pericolosamente la data imposta dal governo per l'ultimazione della pellicola.

Regia

Per organicità Ejzenštejn fa riferimento al modo in cui la natura stessa struttura il suo creato: riversando il pensiero nell'arte cinematografica, egli si pone il problema della percezione, da parte dello spettatore, dell'opera come unicum e della sua struttura interna, che dovrà riflettere quello dello stato naturale delle cose, ossia la crescitaSergej M. Ejzenštejn, La natura non indifferente, Marsilio, Venezia 1981, p. 11 e segg.. A questo proposito il modello di riferimento per lo sviluppo dell'opera fu la sezione aurea.