Limpresa di Fiume fu un episodio del periodo interbellico, che consistette nell'occupazione della città di Fiume, contesa tra il Regno d'Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, da parte di reparti ribelli del Regio Esercito italiano.
L'intento fu quello di proclamare l'annessione della città all'Italia forzando in tal modo la mano ai delegati delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, all'epoca impegnati nella Conferenza di pace di Parigi. La spedizione fu capeggiata dal poeta Gabriele D'Annunzio e organizzata da una coalizione politica guidata dall'Associazione Nazionalista Italiana, cui parteciparono esponenti del mazzinianesimo, del Futurismo e del sindacalismo rivoluzionario. L'occupazione iniziò il 12 settembre 1919 e durò 16 mesi con alterne vicende, tra cui la proclamazione della Reggenza italiana del Carnaro. Quando i ribelli si opposero al trattato di Rapallo, il governo italiano sgombrò la città con la forza durante il Natale 1920, per permettere la creazione dello Stato libero di Fiume.
Storia Il contesto nel primo dopoguerra
La città multietnica di Fiume era un Corpus separatum e municipio autonomo delle Terre della Corona di Santo Stefano nell'ambito dell'Impero austro-ungarico. Un censimento del 1910 (nel quale fu richiesta la lingua materna - Muttersprache), calcolò una popolazione di abitanti: dichiaravano come propria lingua l'italiano, il croato e altre lingue, soprattutto ungherese, sloveno e tedesco. Nel censimento non si consideravano i dati della località di Sussak, località a maggioranza croata separata dalla città dal fiume Eneo e appartenente al confinante Regno di Croazia e Slavonia.
A seguito delle trattative di pace del 1919 e del trattato di Rapallo (1920) l'Italia ottenne le terre "irredente": Trento, Trieste e l'Istria. Il presidente statunitense Woodrow Wilson si oppose all'annessione italiana di altre terre. I territori contesi erano, in particolare, la regione della Dalmazia (parte della quale era stata richiesta dall'Italia nel Patto di Londra) e la città di Fiume, situata in una regione prevalentemente croata ma reclamata da Roma in quanto abitata in maggioranza da italofoni.
Nell'ottobre 1918 si costituirono a Fiume due governi: un Consiglio nazionale croato e un Consiglio nazionale italiano,Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata nº 142, Settembre 1969, pag. 34: "La cittadinanza.... aveva proclamato fino dal 30 ottobre 1918, all'indomani del conflitto, la propria volontà di unirsi all'Italia." di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. Nel frattempo, i delegati italiani a Parigi Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino ingaggiarono con gli alleati una polemica che culminò con il loro temporaneo ritiro dalle trattative, tra il 24 aprile e il 5 maggio.
I preparativi e i primi tumulti A Fiume, nell'aprile 1919 l'irredentista fiumano Giovanni Host-Venturi e l'esponente nazionalista Giovanni Giuriati crearono una milizia di volontari filo-italiani per resistere in caso di annessione jugoslava della città.Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 223
Nel frattempo Gabriele D'Annunzio si era recato a Roma per tenere una serie di comizi in favore dell'italianità di Fiume. I discorsi di D'Annunzio coinvolsero un numero crescente di reduci e adolescenti.Leandro Castellani, L'impresa di Fiume, su Storia illustrata nº 142, Settembre 1969 pag. 35: "Sulle migliaia di giovani reduci senza lavoro le grandi parole fanno presto a far breccia." Questa campagna diede origine al mito della vittoria mutilata, un modello di revanscismo che reclamava l'annessione all'Italia dell'intera costa orientale dell'Adriatico, nonostante fosse in larga parte popolata da genti slave (a sud di Fiume, la sola città a maggioranza italiana era Zara, che fu infatti ceduta col Trattato di Saint-Germain-en-Laye).
Tra la primavera e l'estate 1919, la situazione a Fiume divenne sempre più incandescente, a causa delle tensioni tra attivisti irredentisti (appoggiati dai militari italiani) e militari francesi, filo-jugoslavi. Il 29 giugno scoppiò un tafferuglio fra militari francesi e militanti pro-italiani, che ricevettero man forte da soldati italiani. Gli scontri, noti come "Vespri fiumani", durarono fino al 6 luglio e provocarono la morte di nove francesi.
Fu riunita una commissione militare interalleata, che decise lo scioglimento del Consiglio Nazionale Fiumano e pretese il ritiro dei reparti coinvolti negli scontri.
I militari più politicizzati erano alcuni battaglioni dei Granatieri. I reparti lasciarono Fiume il 25 agosto, accompagnati da manifestazioni irredentiste, e si acquartierarono a Ronchi di Monfalcone.Marina Cattaruzza, L'Italia e il confine orientale, Società editrice Il Mulino, Bologna, 2007, pag. 147-148: "...il ritiro dei granatieri di Sardegna era accompagnato da parossistiche dimostrazioni di folla, vestita di bianco rosso e verde, con le donne che si gettavano in ginocchio dinanzi ai partenti supplicandoli di non lasciarle nelle mani dei croati e i bambini che si aggrappavano alle loro gambe e li afferravano per le mani." Qui, sette ufficiali determinati a tornare a Fiume inviarono a D'Annunzio una lettera, invitandolo a sostenere la lotta irredentista.
Il 30 giugno d'Annunzio aveva già ricevuto una richiesta di sostegno da parte di una delegazione fiumana. Nel frattempo, nazionalisti e militari al confine avevano organizzato una rete di volontari, pronti a un'azione di forza.
L'occupazione della città Ai primi di settembre D'Annunzio garantì ai cospiratori che il 7 settembre avrebbe raggiunto Ronchi per guidare il ritorno dei granatieri a Fiume. I molti dubbi e un'improvvisa influenza lo costrinsero a onorare l'impegno solo l'11 settembre 1919.
Prima di partire, D'Annunzio informò uno dei principali sostenitori della ribellione adriatica: Benito Mussolini, direttore del giornale Il Popolo d'Italia e fondatore dei Fasci italiani di combattimento.Fonte: rigocamerano.org
D'Annunzio arrivò a Ronchi in compagnia di alcuni ufficiali, tra cui il tenente Guido Keller, il tenente Almerigo Ongaro e l'ufficiale degli alpini Cornelio Andersen, che requisì gli autocarri per il trasporto delle truppe. Il comandante dei granatieri presenti a Ronchi, il maggiore Carlo ReinaRoberto Vivarelli, Storia delle origini del fascismo, volume I, Il Mulino, 2012, pag. 563 accettò di affiancare il poeta guidando una colonna ribelle a Fiume. All'alba del 12 settembre 1919 la colonna si mise in viaggio verso Fiume. Lungo la strada si unirono bersaglieri, cavalleggeri e Arditi, cui si aggiunsero i volontari irredentisti di Host-Venturi.
Oltrepassato il confine e ignorati i richiami alla disciplina del governatore militare Vittorio Emanuele Pittaluga, D'Annunzio entrò in città acclamato dalla popolazione italiana. Nel pomeriggio lo scrittore si affacciò al palazzo del governatore e proclamò l'annessione di Fiume all'Italia.
Questa giornata sarà in seguito celebrata dallo stesso poeta come il giorno della "Santa Entrata", ricalcando il nome col quale per secoli venne ricordato l'ingresso dei rappresentanti veneziani a Zara nel 1409.
I francesi e gli inglesi evitarono ogni intromissione, per non aumentare il rischio di scontri. Nelle settimane successive, altri reparti provenienti dal confine si unirono ai ribelli, fino a raggiungere una cifra approssimativa di -9000 unità.
Il 10 ottobre, il sindacato Film (Federazione italiana lavoratori del mare) dirottò su Fiume il piroscafo Persia carico di armi e munizioni. L'azione fu eseguita su ordine del segretario del sindacato, Giuseppe Giulietti, simpatizzante della rivolta.
Le reazioni del governo italiano D'Annunzio costituì un "Gabinetto di Comando" al cui vertice pose Giovanni Giuriati. Il governo di Francesco Saverio Nitti disconobbe l'azione di d'Annunzio e incaricò il Commissario straordinario per la Venezia-Giulia, il generale Pietro Badoglio, di reprimere la ribellione. Il commissario inviò un aereo su Fiume per lanciare un proclama in cui si ordinava ai ribelli di rientrare nei ranghi, dichiarando disertori coloro che avessero persistito nell'occupazione di Fiume.
L'ultimatum di Badoglio non sortì effetti significativi. Nitti decise di porre la città sotto embargo impedendo l'afflusso di viveri per i ribelli, ma rifornendo la popolazione tramite la Croce Rossa. Nonostante ciò, D'Annunzio denunciò il blocco come un'infamia, accusando Nitti "di affamare i bambini e le donne" e invitando tutti gli alleati in Italia a raccogliere fondi per l'Impresa. Il 16 settembre D'Annunzio inviò una polemica lettera a Mussolini, contestandogli lo scarso sostegno finanziario:
Questa lettera apparve su Il Popolo d'Italia il 20 settembre emendata dalle parti più polemiche (quelle che appaiono in corsivo). Mussolini avviò rapidamente una sottoscrizione pubblica per finanziare Fiume che raccolse quasi tre milioni di lire. Una prima tranche di denaro, ammontante a lire, fu consegnata a D'Annunzio il 7 ottobre. Parte del denaro, con un'autorizzazione pubblica del poeta, fu utilizzata per finanziare lo squadrismo milanese.Giordano Bruno Guerri, D'Annunzio, Oscar Mondadori, Milano 2008 pag. 232: "Il Comandante riconosceva di averlo autorizzato a trattenere una cifra imprecisata per i suoi "combattenti".
Quando alcuni redattori de Il Popolo d'Italia accusarono Mussolini di avere sottratto a D'Annunzio una parte dei fondi, il poeta prese le difese del capo fascista con una lettera pubblica, nella quale affermò che legionari e fascisti stavano combattendo la stessa lotta: "dichiaro anche una volta che – avendo spedito a Milano una compagnia di miei legionari bene scelti per rinforzo alla vostra e nostra lotta civica – io vi pregai di prelevare dalla somma delle generosissime offerte il soldo fiumano per quei combattenti".
Il 26 ottobre si tennero a Fiume le elezioni che videro proporsi, per la prima volta, i fautori dell'annessione all'Italia guidati da Riccardo Gigante. La lista annessionistica ottenne circa il 77% dei consensi e Gigante divenne sindaco della città il 26 novembre.
La spedizione a Zara
Mentre ancora duravano gli incontri con Badoglio, D'Annunzio il 14 novembre prese l'iniziativa di recarsi a Zara. Infatti il 14 novembre si imbarcò sulla nave Nullo insieme a Guido Keller, Ernesto Cabruna, Giovanni Giuriati, Giovanni Host-Venturi e Luigi Rizzo. A Zara venne benevolmente accolto dall'ammiraglio Enrico Millo, divenuto governatore di quei territori occupati, che davanti al Vate prese solennemente l'impegno di non abbandonare la Dalmazia finché questa non fosse stata ufficialmente annessa all'Italia.
Dopo le Elezioni politiche italiane del 1919 tenutesi il 16 novembre Francesco Saverio Nitti fu riconfermato al governo (Governo Nitti II).
Il plebiscito per il Modus vivendi Al fine di risolvere pacificamente la crisi, a metà ottobre Nitti incaricò il generale Badoglio di intavolare delle trattative dirette con D'Annunzio e i suoi rappresentanti, al fine di trovare una soluzione di compromesso. Il 23 novembre il governo italiano consegnò a D'Annunzio una proposta (definita Modus vivendi). Con questo documento, il governo italiano si impegnava a impedire che la città potesse essere annessa alla Jugoslavia. D'Annunzio rifiutò l'offerta reclamando l'annessione immediata, ma nella notte il testo fu affisso sui muri della città da Riccardo Zanella, che intendeva rendere partecipi i cittadini fiumani. Il manifesto di accompagnamento dichiarava: