Letruscologia è la disciplina accademica che studia la civiltà etrusca in tutte le sue manifestazioni: la storia, l'arte, l'archeologia, la religione e la lingua. Per la natura eccezionale del suo oggetto di studio, una civiltà con una lingua non indoeuropea parzialmente decifrata e una produzione materiale di straordinaria ricchezza, l'etruscologia ha assunto nel corso del Novecento il carattere di disciplina autonoma all'interno delle scienze dell'antichità, pur mantenendo stretti legami con l'archeologia classica, la storia greca e quella romana, la linguistica, l'epigrafia e, più recentemente, l'archeogenetica.

L'interesse per gli Etruschi ha radici lontane: già nel Rinascimento il tema etrusco fu oggetto di speculazioni antiquarie, spesso a fini identitari e politici, come nella costruzione del mito dell'Etruria come progenitrice della Toscana medicea promossa sotto Cosimo I de' Medici. Una prima svolta scientifica si ebbe con il Saggio di lingua etrusca (1789) di Luigi Lanzi, che applicò per la prima volta criteri sistematici allo studio delle iscrizioni etrusche. Nel XIX secolo contributi decisivi vennero dalla filologia tedesca, in particolare con Die Etrusker (1828) di Karl Otfried Müller.

La disciplina raggiunse piena autonomia istituzionale solo nel XX secolo: il 27 aprile 1926, nel Salone dei Duecento di Palazzo Vecchio a Firenze, si aprì il I Convegno Nazionale Etrusco, promosso soprattutto per volontà di Antonio Minto, da cui scaturirono la rivista Studi Etruschi (fondata nel 1927), ancora oggi il principale organo scientifico del settore, e l'Istituto Internazionale di Studi Etruschi (fondato nel 1932), che coordina la ricerca a livello internazionale. La vera e propria fondazione teorica della disciplina viene comunemente attribuita a Massimo Pallottino, la cui opera Etruscologia (prima edizione 1942) ne definì il metodo: non più la ricerca delle origini degli Etruschi come problema centrale, ma la ricostruzione storica della loro civiltà a partire dalla documentazione interna, integrando archeologia, linguistica e storia dell'arte in un approccio interdisciplinare.

Oggi l'etruscologia si avvale anche di strumenti scientifici come l'archeogenetica e le analisi isotopiche, che hanno contribuito a risolvere alcune questioni di lunga durata. In particolare, ricerche genomiche condotte su individui dell'Età del ferro provenienti dall'Etruria hanno dimostrato l'assenza di apporti migratori dall'Anatolia o dall'Egeo in età protostorica, confermando l'origine autoctona degli Etruschi nell'Italia centrale.

Storia Gli Etruschi, pur essendo una civiltà letterata artefice della diffusione dell'alfabeto in tutta l'Italia centrale e settentrionale, non hanno lasciato testimonianze letterarie. Tutti i testi della letteratura etrusca, comprese le Tuscae historiae di cui un piccolo passo è ricordato da Censorino, sono andati perduti o distrutti,"Le Tuscae historiae sono andate distrutte. Perduti sono andati i venti volumi Tyrrhenikà scritti dall'imperatore Claudio. Per le notizie ci serviamo di alcuni classici greci e romani e naturalmente di quello che è emerso dagli scavi." in Valeriano Cecconi, Profili di città etrusche: Chiusi, Chianciano, Montepulciano, Tellini, 1980, p. 38. così come sono state smarrite le traduzioni latine. È arrivato fino a noi un corpus di circa 13 000 iscrizioni in lingua etrusca di carattere prevalentemente religioso, raccolte nel Corpus Inscriptionum Etruscarum (CIE) e nel Thesaurus linguae Etruscae (TLE). Esistono inoltre in forma di editio minor il Testimonia Linguae Etruscae (TLE) curato da Massimo Pallottino e lEtruskische Texte (ET) curato da Helmut Rix. Il Corpus Speculorum Etruscorum (CSE) invece raccoglie tutti gli specchi bronzei etruschi.

L'imperatore Claudio, amante della civiltà etrusca, appassionato studioso e sposato con l'etrusca Plauzia Urgulanilla, compose un'opera monumentale sugli Etruschi scritta in greco e suddivisa in venti libri dal titolo Τυρρηνικά (traslitterazione: Tyrrhenikà). Anche questa imponente opera risulta perduta in epoca medievale.Mario Torelli, Gli Etruschi, Bompiani, Milano 2000, p. 25.

Importanti informazioni storiche sugli Etruschi ci vengono fornite dagli storici greci e romani, anche se in modo frammentato, contraddittorio e non organico: Erodoto, Ellanico di Lesbo, Livio, Dionigi di Alicarnasso. La maggioranza delle informazioni si ricavano così dalle numerose fonti archeologiche, presenti in buono stato di conservazione in tutti i territori che costituiscono ancora oggi l'antica Etruria.

Dalle origini al Rinascimento L'interesse per gli Etruschi affonda le radici nel Rinascimento fiorentino. A partire dalle speculazioni del frate domenicano Annio da Viterbo (1432?-1502), confluite nelle Antiquitates (1498), gli Etruschi vennero considerati progenitori dei Toscani, fornendo un'antica identità alla formazione del Granducato voluto da Cosimo I de' Medici, che si autodefinì dux Etruriae. In questo contesto risultò di importanza decisiva la serie di rinvenimenti di grandi bronzi: ad Arezzo la Minerva nel 1541 e la Chimera nel 1553, e nei pressi del lago Trasimeno l'Arringatore nel 1566. Questi capolavori insospettati parvero un impressionante concretamento dell'utopia del passato etrusco che accomunava intellettuali e dinasti. Fu Giorgio Vasari a cogliere con cultura di storico e sensibilità d'artista il carattere inequivocabilmente etrusco della Chimera, riconoscendone la «maniera etrusca» nella stilizzazione della criniera, e a porre per primo l'esigenza di dare contenuti morfologici alla categoria dell'etruscità. Costituito il Granducato, il tema etrusco venne progressivamente confinato nell'ambito della cultura cortigiana ed encomiastica, trasferendosi nel corso del XVII secolo in provincia, entro una letteratura municipalistica tesa a valorizzare i monumenti scoperti casualmente.

Il Settecento: l'«etruscheria» e le prime istituzioni

La pubblicazione postuma del De Etruria Regali Libri Septem dello storico scozzese Thomas Dempster, composto probabilmente tra il 1616 e il 1619 su commissione del granduca Cosimo II de' Medici, rimasto manoscritto per oltre un secolo e infine dato alle stampe a Firenze tra il 1723 e il 1726 per iniziativa del viaggiatore inglese Thomas Coke, con la cura editoriale dell'antiquario Filippo Buonarroti, diede impulso a un fervore erudito che la storiografia successiva ha definito con il termine di etruscheria.

In un momento nel quale il declino dei Medici rendeva nuovamente urgente una ricerca d'identità toscana, il dibattito si concentrò sulla decifrazione delle iscrizioni, sulle origini degli Etruschi e sull'interpretazione delle scene su vasi e urne, con risultati spesso più entusiastici che scientifici. Protagonisti di questa stagione furono i massimi antiquari del secolo: Scipione Maffei, Anton Francesco Gori, autore del monumentale Museum Etruscum (1737-43), Giovan Battista Passeri e Mario Guarnacci. Nel 1726 nacque a Cortona l'Accademia Etrusca, che divenne il principale foro scientifico del settore, mentre a Firenze sorgeva nel 1735 la Società Colombaria. Sul piano della storia dell'arte, Johann Joachim Winckelmann dedicò pagine significative all'arte etrusca proponendo un modello di sviluppo tripartito, mentre il filologo Christian Gottlob Heyne elaborò da Gottinga una periodizzazione stilistica alternativa in cinque fasi, e l'antiquario francese Anne-Claude-Philippe de Caylus inserì nel suo Recueil (1752-67) le antichità etrusche accanto a quelle egizie, greche, romane e celtiche, anticipando un approccio comparativo che i contemporanei non seppero apprezzare pienamente.

La vera fondazione dell'etruscologia come disciplina scientifica si deve a Luigi Lanzi (1732-1810), gesuita formatosi a Roma e antiquario regio degli Uffizi sotto Pietro Leopoldo. Con la pubblicazione nel 1789 del Saggio di lingua etrusca, Lanzi applicò per la prima volta criteri sistematici allo studio delle iscrizioni etrusche: ne realizzò la raccolta su basi filologiche, ne propose una prima interpretazione grammaticale e stabilì un metodo che separava definitivamente la ricerca scientifica dall'erudizione antiquaria. Contestualmente, una sua rigorosa critica stilistica gli consentì di riassegnare alla Grecia i vasi figurati fino ad allora ritenuti etruschi (1807), correggendo uno degli equivoci più radicati dell'«etruscheria». È a Lanzi, e non a Dempster, che la storiografia disciplinare riconosce il titolo di fondatore dell'etruscologia moderna.

L'Ottocento: filologia, grandi scavi e corpora Nel XIX secolo lo studio delle antichità etrusche assunse carattere sempre più scientifico. Contributi decisivi vennero dalla filologia tedesca, in particolare con Die Etrusker (1828) di Karl Otfried Müller, che sottopose la documentazione disponibile a una critica rigorosa di tipo storico-filologico. A Roma, il sodalizio scientifico degli «Iperborei» guidato da Eduard Gerhard diede origine nel 1829 all'Instituto di Corrispondenza Archeologica, antenato del futuro Deutsches Archäologisches Institut, improntando la ricerca etrusca a un'archeologia filologica attenta all'attendibilità della documentazione e alla tassonomia. In Italia, Luigi Lanzi fu tra i primi a riconoscere agli Etruschi una propria identità culturale e linguistica distinta dal mondo romano, contribuendo a conferire dignità scientifica alla disciplina.

Con il Romanticismo si aprì la grande stagione degli scavi e delle scoperte, che alimentò un mercato antiquario vivacissimo e consentì la concentrazione dei reperti nelle grandi raccolte europee. Vi contribuì l'erudito umbro Giovanni Battista Vermiglioli, che elaborò le prime interpretazioni sistematiche delle necropoli e delle iscrizioni etrusche. Di primo piano fu anche il ruolo dei fratelli Campanari di Toscanella (oggi Tuscania), tra i più celebri scavatori e antiquari dell'Ottocento: le loro campagne alimentarono musei e collezioni in tutta Europa e nel 1837 proposero al pubblico londinese del Pall Mall una mostra-mercato di memorabile impatto espositivo. Protagonista assoluto del collezionismo fu il marchese Giampietro Campana, le cui straordinarie raccolte di antichità etrusche si dispersero nei maggiori musei europei, dal Louvre al British Museum, in seguito al suo dissesto finanziario. Le esplorazioni si concentrarono soprattutto nello Stato Pontificio: Perugia, le necropoli rupestri del Viterbese, Tarquinia e Vulci. Il primo museo interamente dedicato agli Etruschi fu il Museo Gregoriano Etrusco, inaugurato in Vaticano nel 1837. George Dennis offrì nell'opera Cities and Cemeteries of Etruria (1848) una sintesi divulgativa di alto valore scientifico, più volte ristampata fino al 1907, mentre il francese Jules Martha pubblicò nel 1889 la prima trattazione d'insieme dell'arte etrusca (L'art étrusque), ancora condizionata dal pregiudizio winckelmanniano dell'inimitabilità dell'arte greca.

Tra le acquisizioni epigrafiche fondamentali del secolo va ricordato il cosiddetto Liber linteus zagabriensis, un calendario liturgico etrusco trascritto su un telo di lino acquistato dal Museo di Zagabria nel 1862 e riconosciuto come il testo etrusco più lungo pervenutoci; e il modello bronzeo di fegato ovino rinvenuto a Settima di Gossolengo (Piacenza) nel 1877, concepito per l'addestramento degli indovini praticanti l'epatoscopia. Nella seconda metà del secolo emerse Isidoro Falchi, medico di formazione ma archeologo per passione, che rivoluzionò la conoscenza dell'Etruria settentrionale con i suoi scavi in Maremma, riportando alla luce la città di Vetulonia, dimenticata per secoli. Accanto a lui operò Luigi Adriano Milani, fondatore e primo direttore del Museo Topografico dell'Etruria di Firenze, nato nel Palazzo della Crocetta dopo il 1880 e destinato a diventare il nucleo dell'attuale Museo Archeologico Nazionale di Firenze; Milani introdusse un approccio moderno all'esposizione, organizzando i materiali secondo criteri scientifici e territoriali innovativi per l'epoca.