La socialdemocrazia è una filosofia politica, sociale ed economica che promuove riforme in senso socialista, nella direzione di una maggiore giustizia sociale in un sistema politico pienamente liberal democratico e con un'economia mista orientata al capitalismo.Dizionario Sabatini-Coletti: Socialdemocrazia: 1 Denominazione assunta dal partito socialista riformista tedesco nell'Ottocento; oggi designa ogni tendenza che voglia attuare una politica di riforme sociali senza mettere in discussione i fondamenti della società capitalistica; 2 Forma di governo costituita dal partito o da partiti socialisti democratici

Caratterizzata da un costante impegno a favore di politiche finalizzate a ridurre le disuguaglianze economiche e sociali, sostiene un efficiente modello di Stato sociale comprendente misure per la redistribuzione dei redditi, il sostegno a servizi pubblici universalmente accessibili quali l'assistenza agli anziani e l'assistenza all'infanzia, un'istruzione di qualità, l'assistenza sanitaria e l'assicurazione dei lavoratori contro gli infortuni.

Emersa alla fine del diciannovesimo secolo, è generalmente associata al complesso delle fondamentali politiche di centro-sinistra e di sinistra dell'Europa settentrionale e occidentale durante la seconda metà del XX secolo e si distingue da ulteriori forme di socialismo, cercando di umanizzare il capitalismo e creare le condizioni affinché porti a maggiori risultati democratici, egualitari e solidaristici, rifiutando categoricamente le teorie rivoluzionarie proprie del comunismo e del massimalismo.

Generalità Secondo alcuni storici, il concetto di democrazia sociale sarebbe nato in Francia negli anni quaranta dell'Ottocento relativamente alle istanze di riforma politica e sociale sostenute da movimenti democratici, spesso di matrice borghese, e solo in un secondo momento il termine sarebbe stato fatto proprio dal movimento operaioSalvadori, Massimo, Enciclopedia storica, Zanichelli, Bologna 2000, p. 1467. Albert Mathiez indica invece l'idea socialdemocratica come trasformazione pacifica delle idee rivoluzionarie del 1792: lo storico francese indica addirittura il leader giacobino Maximilien Robespierre (1758-1794) come il "padre della moderna socialdemocrazia", come esposta nella Costituzione francese del 1793, che riconosceva il diritto alla proprietà privata e prevedeva delle misure sociali in favore del popolo e della media e bassa borghesia e contro la nobiltà.

I socialdemocratici veri e propri, convinti che la transizione verso una società socialista potesse essere attuata attraverso un processo democratico e non mediante una svolta rivoluzionaria, si proponevano quindi di diffondere gli ideali del socialismo nel contesto di un sistema democratico, riconoscendo le loro radici politico-culturali soprattutto nel revisionismo bernsteiniano e nell'umanesimo socialista di impronta turatiana.

Col tempo, i socialdemocratici hanno elaborato tesi riguardanti il socialismo liberale, il laburismo e la terza via, distinguendosi dai "socialisti democratici" ortodossi, che hanno come obiettivo la fine pacifica del capitalismo attraverso le riforme.

Socialismo democratico e socialdemocrazia, a volte intesi in maniera analoga, presentano una caratterizzazione da parte di alcuni studiosi per cui tra i partiti socialdemocratici troveremmo coloro che originariamente hanno dato vita all'Internazionale Socialista in opposizione al Comintern, mentre tra i partiti socialisti democratici sarebbero collocati diversi partiti ex-comunisti.

Nel significato attuale, dunque, "la socialdemocrazia si riconosce e si identifica nelle politiche dello Stato sociale", prediligendo la democrazia parlamentare, il mercato capitalistico", nonché un "intervento regolatore dello Stato e la redistribuzione del reddito in senso egualitario".Marchese, Riccardo - Mancini, Bruno - Greco, Domenico - Assini, Luigi, Stato e società. Dizionario di educazione civica, La Nuova Italia, Firenze 1991, voce "Socialdemocrazia", pp. 419-421 La socialdemocrazia divenne in questo senso, come il socialismo liberale, una corrente politica aperta alla rappresentanza anche dei ceti medi e si allontanò definitivamente dalla radice operaia e rivoluzionaria del marxismo.

A livello europeo i partiti socialdemocratici, socialisti democratici e laburisti si sono organizzati nel Partito del Socialismo Europeo, diversamente da alcuni partiti che si definiscono socialisti democratici e socialdemocratici che hanno aderito, unitamente a partiti di ispirazione comunista e post-comunista, al Partito della Sinistra Europea.

Storia Le origini

Numerosi partiti, nella seconda metà del XIX secolo, si autodefinirono "socialdemocratici", come l'inglese Social Democratic Federation, e il Partito Operaio Socialdemocratico Russo; all'epoca erano prevalentemente marxisti e prevedevano la necessità di una rivoluzione per giungere al socialismo.

La situazione variò nel corso degli anni e la pubblicazione nel 1899 da parte di Eduard Bernstein de I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia diede inizio a una profonda revisione del pensiero marxista e l'abbandono della necessità della prospettiva rivoluzionaria. Il rifiuto della prospettiva rivoluzionaria, già prima della fine della grande guerra, caratterizzò, probabilmente per primo, il Partito Socialdemocratico di Germania, pur in presenza di distinguo tra il revisionismo di Eduard Bernstein ed il marxismo ortodosso di Karl Kautsky. Nonostante le divergenze, i socialisti riformisti e quelli rivoluzionari rimasero uniti fino allo scoppio della prima guerra mondiale. Il conflitto però, acuì le tensioni interne fino alla rottura definitiva.

I socialisti riformisti scelsero di appoggiare i rispettivi governi nazionali in occasione dell'entrata in guerra, circostanza che per i socialisti rivoluzionari significò un vero e proprio tradimento ai danni del proletariato (visto che si tradiva il principio secondo cui i proletari di tutti i paesi dovevano essere uniti nella loro lotta al capitalismo, non prendendo parte ai conflitti fra i governi "capitalisti"). Si ebbero quindi violenti scontri fra i due schieramenti, questa nuova posizione e la successiva Rivoluzione russa del 1917 portarono a una frattura all'interno del movimento socialista, con i socialdemocratici che abbandonarono i metodi rivoluzionari e i socialisti rivoluzionari marxisti che iniziarono a definirsi "comunisti".

Il secondo dopoguerra La maggioranza dei partiti socialdemocratici fra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni ottanta del XX secolo però finì con l'abbandonare definitivamente ogni proposta di superamento del capitalismo, rappresentando in tal modo l'ala moderata del movimento socialista, sostenitrice di riforme sociali all'interno delle istituzioni liberal democratiche. Tappa fondamentale di questo processo fu il congresso di Bad Godesberg del 1959, in cui il Partito Socialdemocratico di Germania eliminò qualunque riferimento al marxismo nel suo programma.

I partiti socialdemocratici dei paesi del Nord Europa (come Norvegia, Finlandia, Danimarca, Svezia, Islanda), in realtà, avevano già ideato negli anni trenta un sistema, definito modello nordico, in cui vengono fortemente promossi l'uguaglianza di status ed un ampio stato sociale.

Dopo il crollo del Muro di Berlino A partire dalla fine degli anni ottanta, i partiti socialdemocratici europei intrapresero la "terza via", una politica moderata volta a corrispondere ancor meglio alle esigenze del ceto medio, traguardando sia la stabilità economica che il pieno consenso elettorale.

Tali partiti socialdemocratici, impegnati a sottolineare con vigore il concetto di "uguaglianza di opportunità" quale misura dell'uguaglianza sociale, hanno gradualmente aggiornato i tradizionali obiettivi del socialismo delle origini, spostando la propria attenzione verso la tutela dei diritti umani e le richieste di sviluppo, tagliando (ove possibile) la tassazione e procedendo a una moderata deregolamentazione in campo industriale per favorire gli investimenti, abbandonando il concetto di nazionalizzazione (precedentemente pilastro della vecchia socialdemocrazia) ed ha invece avviato processi di privatizzazione (totale o parziale) di aziende e servizi di proprietà dello Stato. Simili mutamenti sono avvenuti in governi come quelli di Bob Hawke e Paul Keating (Australia), in quello di Tony Blair (Regno Unito), in quello di Gerhard Schröder (Germania) e nella Rogernomics di Roger Douglas (Nuova Zelanda). In questo senso tale forma di socialdemocrazia sembra essersi contaminata con il socialismo liberale.

Una socialdemocrazia di questo tipo, "socialdemocrazia liberale" secondo la definizione di Blair, è sostenitrice di significative riforme sociali all'interno delle istituzioni liberal democratiche. Questi sviluppi avevano portato alcuni commentatori a teorizzare la nascita di un vasto schieramento progressista internazionale che integrasse il socialismo liberale) e il cristianesimo sociale, sul modello del Partito Democratico statunitense e de L'Ulivo.

I moderni socialdemocratici sono sostenitori di un'economia mista che bilanci il capitalismo con provvedimenti statali in favore di certi servizi d'interesse pubblico.

Diverse scelte politiche approvate da socialdemocratici nel passato permangono ancora oggi nei vari paesi dove sono state applicate, essendo state ormai adottate dai principali partiti politici; tra questi provvedimenti si collocano, ad esempio, il principio di progressività nella tassazione sul reddito, la sanità e l'istruzione pubbliche.

Definizione La socialdemocrazia sostiene la necessità di un programma di graduali riforme legislative del sistema capitalistico, al fine di rendere quest'ultimo maggiormente equo.

Si definiscono socialdemocratici partiti che si ispirano all'esperienza dei partiti socialisti nati alla fine del XIX secolo. Nella prassi contemporanea, pertanto, i partiti socialdemocratici sono formazioni progressiste, in genere aperte alle libertà personali e alla tutela della classe lavoratrice e del lavoro autonomo, aperto alle classi medie. I partiti socialdemocratici sono forti nell'Europa settentrionale (Svezia, Norvegia e Danimarca) e in Germania.

L'Internazionale Socialista definì la socialdemocrazia come la forma ideale di democrazia rappresentativa, che avrebbe potuto risolvere i problemi tipici della democrazia liberale. Tale forma ideale si sarebbe raggiunta seguendo i principi dello stato sociale (welfare state). Il primo di questi principi guida è la libertà, che include le libertà individuali, la libertà dalla discriminazione e quella dalla dipendenza dai proprietari dei mezzi di produzione o dai detentori illegittimi del potere politico, al pari della libertà di poter determinare il proprio destino. Si aggiungono l'equità e la giustizia sociale, intese come eguaglianza di fronte alla legge ed equità socioeconomica e culturale, concedendo perciò a tutti gli esseri umani in quanto tali le medesime opportunità, a prescindere dalle loro differenze. Infine, vi è una sorta di solidarietà che porta all'unità e a un senso di compassione (da intendersi, però, con accezione positiva) nei confronti delle vittime delle ingiustizie e delle disuguaglianze.

Obiettivi politici Adeguato sistema di regolamentazione del settore privato con elevata tassazione fiscale progressiva, onde pervenire ad una robusta ed efficiente spesa pubblica nell'interesse delle classi meno abbienti e dei consumatori, chiaramente ispirato ai fondamenti dell'economia keynesiana. Esteso sistema di sicurezza sociale finalizzato a limitare le conseguenze della povertà e a proteggere i cittadini dalla perdita di potere di acquisto a causa della disoccupazione o delle malattie (vedi welfare state). Leggi per la tutela dell'ambiente.