La Corte suprema degli Stati Uniti d'America (abbreviato SCOTUS, ) è la più alta corte della magistratura federale degli Stati Uniti d'America.

In quanto corte suprema, ha ampia giurisdizione di appello di ultima istanza su tutti i casi di tribunali federali e tribunali degli Stati federati che incrociano il diritto federale e possiede giurisdizione originale su una ristretta gamma di casi, in particolare «tutti i casi che riguardano ambasciatori, altri ministri e consoli pubblici e quelli in cui uno Stato è parte». In quanto corte costituzionale, la Corte detiene il potere di controllo di legittimità costituzionale (judicial review, ), la facoltà di invalidare una legge ordinaria per violazione di una disposizione della Costituzione degli Stati Uniti d'America. È anche in grado di annullare gli ordini esecutivi presidenziali in caso di violazione della Costituzione o della legge ordinaria federale. Tuttavia, può agire solo nell'ambito specifico della sua competenza. La Corte può decidere su casi aventi connotazioni politiche, ma ha stabilito di non avere il potere di decidere su questioni meramente politiche.

Istituita dall'Articolo III della Costituzione degli Stati Uniti, la composizione e le procedure della Corte suprema furono inizialmente stabilite dal 1º Congresso degli Stati Uniti d'America nel 1789. Come successivamente stabilito nel 1869, la Corte è composta dal Presidente della Corte suprema e otto Giudici associati. Ogni Giudice ha un mandato a vita, il che significa che rimane nella Corte fino a quando non muore, si dimette o viene rimosso dall'incarico. Quando un posto è vacante, il Presidente degli Stati Uniti, con il consenso del Senato, nomina un nuovo Giudice. Ogni Giudice dispone di un solo voto per decidere i casi discussi dalla Corte. Quando è nella maggioranza, il Presidente della Corte decide chi scrive il parere della Corte; in caso contrario, il Giudice più anziano nella maggioranza assegna il compito di redigere il parere.

La Corte si riunisce nel Palazzo della Corte suprema degli Stati Uniti d'America a Washington. Ha il proprio corpo di forze dell'ordine, la "Polizia della Corte suprema".

Nomina dei Giudici, mandato e dimensione della Corte

L'Articolo II della Costituzione degli Stati Uniti conferisce al Presidente degli Stati Uniti il potere di proporre e, con il consenso confermativo del Senato degli Stati Uniti, di nominare funzionari pubblici, compresi i Giudici della Corte suprema. Questa clausola è un esempio del principio democratico di base dei pesi e contrappesi inerente alla Costituzione. Il Presidente ha il potere plenario di proporre, mentre il Senato possiede il potere plenario di respingere o confermare il candidato. La Costituzione non stabilisce le qualifiche per il posto di Giudice, quindi un Presidente può proporre chiunque in quel ruolo, e il Senato non può stabilire alcuna qualifica o limitare in altro modo la scelta del Presidente.

La Costituzione prevede che i Giudici «mantengano le loro funzioni per tutta la loro buona condotta». Con il termine «buona condotta» s'intende che i Giudici possono servire per il resto della loro vita, a meno che non si dimettano o vengano messi sotto accusa e condannati. Seguendo la logica dell'impeachment negli Stati Uniti, un Giudice della Corte può essere sottoposto ad accusa dalla Camera dei rappresentanti con un voto di maggioranza semplice; spetta poi al Senato, che assume il ruolo di giuria, condannare o meno il Giudice imputato con dei senatori presenti per confermare la condanna.

L'Articolo III della Costituzione non specifica la dimensione della Corte suprema. Pertanto, il potere di alterare la dimensione della Corte viene affidato al Congresso degli Stati Uniti, tramite legge ordinaria federale, che inizialmente ha istituito una Corte suprema di sei membri composta da un Presidente della Corte e cinque Giudici associati attraverso il Con il , la dimensione della Corte è stata portata a nove membri e da allora non è più stata cambiata.

Giurisdizione e poteri La Corte suprema ha "giurisdizione originale" () ed esclusiva sui casi tra due o più Stati, ma può rifiutarsi di esaminare tali casi. Possiede anche giurisdizione originale ma non esclusiva per «tutti i casi che riguardano ambasciatori, altri ministri e consoli pubblici e quelli in cui uno Stato è parte; tutte le controversie tra gli Stati Uniti e uno Stato federato; e tutte le azioni o procedimenti da parte di uno Stato contro i cittadini di un altro Stato o contro gli stranieri».

La "giurisdizione di appello" () della Corte è costituita dai ricorsi, tramite certiorari, dalle Corti d'appello degli Stati Uniti (più raramente dalle Corti distrettuali), della "Corte d'appello degli Stati Uniti per le forze armate", la "Corte suprema di Porto Rico", la "Corte suprema delle Isole Vergini", la "Corte d'appello del Distretto di Columbia" e «giudizi o decreti definitivi emessi dal più alto giudice di uno Stato federato su cui si potrebbe decidere». Nell'ultimo caso, può essere presentato ricorso alla Corte suprema da un tribunale di Stato federato inferiore se la più alta corte dello Stato ha rifiutato di esaminare un appello o non è competente a giudicare un appello.

Il sistema giudiziario federale e l'interpretazione della Costituzione da parte della magistratura hanno ricevuto scarsa attenzione nei dibattiti al momento della stesura e ratifica della Costituzione. Il potere di controllo di legittimità costituzionale (judicial review) infatti, non vi è menzionato da nessuna parte. Negli anni successivi, la questione riguardo a se il potere di controllo di legittimità fosse anche solo voluto dagli autori della Costituzione è stata rapidamente esacerbata dalla mancanza di prove relative alla questione. Tuttavia, il potere della magistratura di ribaltare leggi e ordini esecutivi che ritiene illegittime o incostituzionali è un precedente ormai consolidato. Molti dei padri fondatori degli Stati Uniti d'America accettarono la nozione di controllo di legittimità costituzionale; in , Alexander Hamilton ha scritto: «Una Costituzione è infatti, e deve essere considerata dai giudici, come una legge fondamentale. Spetta quindi a loro accertare il suo significato, nonché il significato di ogni legge ordinaria proveniente dal potere legislativo. Se dovesse esserci un conflitto inconciliabile tra le due, quella che ha la precedenza e la validità superiore dovrebbe naturalmente essere preferita; o, in altre parole, la Costituzione [e ogni legge costituzionale, ndr] dovrebbe essere preferita rispetto alla legge ordinaria».

La Corte suprema stabilì fermamente il suo potere di dichiarare le leggi incostituzionali nel caso pietra miliare di , consolidando il sistema statunitense di pesi e contrappesi. In questo senso la Corte suprema è l'interprete autentico e finale della Costituzione degli Stati Uniti d'America e proprio in virtù di questa alta rappresentatività, usufruisce della teoria dei poteri impliciti per operare il potere di controllo di legittimità.

Quello che vale per le leggi ordinarie non vale però per gli emendamenti costituzionali. La Corte suprema degli Stati Uniti non possiede la capacità di controllo di legittimità sulla costituzionalità di nuove leggi costituzionali o emendamenti costituzionali, né ha la capacità di abrogare un emendamento costituzionale precedente: in sostanza, negli Stati Uniti non esistono limiti alla revisione costituzionale portata avanti dal potere legislativo. Pertanto alcune sentenze della Corte potrebbero essere annullate da futuri emendamenti costituzionali. Tuttavia, il robusto federalismo statunitense rende la Costituzione piuttosto blindata e difficile da modificare: prima di entrare a far parte della Costituzione, le proposte di emendamenti devono essere ratificate da dei parlamenti degli Stati federati degli Stati Uniti d'America.

Tendenze ideologiche della Corte I Giudici della Corte suprema degli Stati Uniti vengono nominati dal Presidente degli Stati Uniti in carica e devono essere confermati dal Senato. Storicamente, tendono a riflettere molte delle posizioni del partito politico del Presidente che li ha scelti. Sebbene non rappresentino ufficialmente alcun partito né ricevano endorsement formali, come invece accade nei rami legislativo ed esecutivo, gruppi di pressione e organizzazioni di advocacy hanno spesso avuto un ruolo nel processo di selezione, nomina e conferma. Nei media, i Giudici vengono frequentemente classificati in modo informale come “conservatori” o “liberali”. Esistono anche tentativi più sistematici di misurarne l’orientamento ideologico, attraverso indicatori come il Segal–Cover score, il Martin–Quinn score e il Judicial Common Space score.

Secondo gli studiosi Neal Devins e Lawrence Baum, fino al 2010 la Corte non presentava blocchi ideologici nettamente definiti lungo linee di partito. Nella scelta dei candidati, i Presidenti tendevano spesso a privilegiare rapporti personali e legami politici più che una rigorosa coerenza ideologica. Così, Presidenti Repubblicani talvolta nominavano Giudici di orientamento liberale, mentre Presidenti Democratici potevano scegliere figure conservatrici. Di conseguenza, tra il 1790 e l’inizio del 2010, solo due decisioni considerate rilevanti dalla letteratura specializzata registrarono divisioni interne con almeno due voti dissenzienti allineati chiaramente lungo linee di partito: una percentuale estremamente ridotta.

Anche nei turbolenti anni Sessanta e Settanta, le élite politiche di entrambi i principali partiti — democratico e repubblicano — tendevano a convergere su alcune questioni fondamentali, in particolare in materia di diritti civili e libertà individuali; una convergenza che si rifletteva anche nelle decisioni dei Giudici.

A partire dagli anni Novanta, tuttavia, l’ideologia ha assunto un peso molto più marcato nella selezione dei Giudici. Tutti i nominati da Presidenti Repubblicani si sono progressivamente identificati con posizioni conservatrici, mentre quelli scelti da Presidenti Democratici si sono collocati su posizioni liberali. Con il ritiro dei Giudici repubblicani più moderati, la Corte è diventata via via più polarizzata, mostrando una divisione sempre più netta: da un lato, Giudici nominati da Presidenti Repubblicani con orientamenti marcatamente conservatori; dall’altro, Giudici nominati da Presidenti Democratici con posizioni sempre più liberali.

Dopo la conferma di Amy Coney Barrett nel 2020, avvenuta in seguito alla scomparsa di Ruth Bader Ginsburg, la Corte suprema degli Stati Uniti risulta composta da sei Giudici nominati da Presidenti Repubblicani e tre da Presidenti Democratici. È opinione diffusa che il Presidente della Corte, John Roberts, insieme ai Giudici Clarence Thomas, Samuel Alito, Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett — tutti nominati da Presidenti Repubblicani — costituiscano l’ala conservatrice della Corte. Al contrario, le Giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson, nominate da Presidenti Democratici, sono generalmente considerate espressione dell’area liberale.

Prima della morte della giudice Ginsburg nel 2020, il Presidente della Corte Roberts, pur appartenendo al fronte conservatore, veniva talvolta descritto come il “giudice mediano” della Corte, collocandosi tra quattro colleghi più progressisti e quattro più conservatori rispetto a lui. Successivamente, alcuni analisti, come Darragh Roche, hanno individuato nel giudice Kavanaugh la nuova figura centrale (almeno nel 2021), interpretando questo spostamento come un segnale di un orientamento complessivamente più a destra dell’istituzione. Noah Feldman propone invece una lettura più articolata, descrivendo la Corte come divisa in tre blocchi distinti, uno liberale, uno conservatore moderato e uno fortemente conservatore, ciascuno composto da tre membri.