La Bhagavadgītā (sanscrito, sf.pl.; devanāgarī: भगवद्गीता, "Canto del Divino" o "Canto dell'Adorabile" o, meno comunemente, Śrīmadbhagavadgītā; devanāgarī: श्रीमद्भगवद्गीता, il "Meraviglioso canto del Divino"'Śrīmat' come aggettivo indica ciò che è "bello", "affascinante", "glorioso", "meraviglioso", come nome è invece uno degli epiteti di Viṣṇu.) è quella parte dall'importante contenuto religioso, di circa 700 versi (śloka, quartine di ottonari) divisi in 18 canti (adhyāya, "letture"), nella versione detta vulgata, collocata nel VI parvan del grande poema epico Mahābhārata.

La Bhagavadgītā ha valore di testo sacro, ed è divenuto nella storia tra i testi più prestigiosi, diffusi e amati tra i fedeli dell'Induismo; talvolta è considerata dagli studiosi una delle Upaniṣad posteriori.

In tale contesto la Bhagavadgītā è il testo sacro per eccellenza delle scuole viṣṇuite e kṛṣṇaite, eredi dell'antico culto devozionale del Bhagavat, ma è venerato come testo rivelato anche dagli śivaiti e dai seguaci dei culti śākta.

L'unicità di questo testo, rispetto ad altri coevi, consiste anche nel fatto che qui non viene data un'astratta descrizione del Bhagavat,Il termine sanscrito bhagavat indica come sostantivo maschile il "divino" o "colui che è degno di adorazione" ed indica in questo contesto il divino Kṛṣṇa considerato come espressione della "divinità suprema". qui inteso come il dio Kṛṣṇa, la Persona Suprema che si rivela, ma questa figura divina è un personaggio protagonista che parla in prima persona, offrendo all'uditore la sua darśana (dottrina) completa.

Datazione e testi

Eliot Deutsch e Lee SiegelEncyclopedia of Religion, NY, MacMillan, 2006, vol. 2, p. 852. datano l'inserimento della Bhagavadgītā nel Mahābhārata, probabilmente, al III secolo a.C.Anche Margaret Sutley e James Sutley A Dictionary of Hinduism, London, Routledge & Kegan Paul, 1977; trad.it. Dizionario dell'Induismo, Roma, Ubaldini, 1980 datano questo inserimento tra il IV e il II secolo a.C.. Altri autori giungono fino al I sec. d.C.

Il primo testo completo di commentario, la Bhagavadgītābhāṣya, è opera di Śaṅkara (788-821) anche se, evidenzia Mario PiantelliIn Hindūismo i testi e le dottrine in Hindūismo, a cura di Giovanni Filoramo, Bari, Laterza, 2002, p. 114., vi sono certamente delle redazioni anteriori più estese di cui restano tuttavia solo tracce emergenti in quella versione detta kaśmīra commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Comunque sia il poema presenta diversi rimaneggiamenti operati nel corso del tempoMargaret Sutley e James Sutley Op. cit..

Esistono dunque due recensioni della Bhagavadgītā giunte a noi: la prima, la più diffusa in tutta l'India, è detta vulgata e si compone di complessivi settecento versi, ed è quella già commentata da Śaṅkara nell'VIII secolo d.C.; la seconda, detta kaśmīra, è leggermente più lunga, comprendendo complessive trecento varianti minori, ed è quella commentata da Rāmakaṇṭha (VII-VIII secolo) e, successivamente da Abhinavagupta (X-XI secolo). Le differenze tra le due recensioni non manifestano, tuttavia, diversità dottrinali.

Antonio Rigopoulosp. CLXXVI osserva come si possa ipotizzare che già a partire dall'XI secolo la versione detta vulgata si sia affermata come "canonica".

Dal punto di vista filologico sono state individuate tre stratificazioni temporali all'interno di questa opera: la prima, di contenuto "epico", è la più antica; la seconda che riporta insegnamenti propri delle dottrine del Sāṃkhya-Yoga (canti 2-5); la terza è la stratificazione "teista" legata al culto di Kṛṣṇa (canti 7-11), la quale trova, nel canto 12, un vero e proprio inno alla bhaktiAntonio Rigopoulos, in Hinduismo antico (a cura di Francesco Sferra), pag. CLXXV..

Nella sua redazione finaleProbabilmente intorno al I secolo d.C., cfr. Antonio Rigopoulos Op.cit.., secondo Mircea Eliade, la Bhagavadgītā riassume quattro dottrine: Alcune persone suggeriscono che durante l'era coloniale dell'Hindustan, Warren Hastings separò il 25° e il 42° capitolo del Mahabharata e pubblicò questi 18 capitoli sotto il nome Dialogues of Kreeshna and Arjoon in Eighteen lectures with Notes. Prima di questa edizione del 18º secolo, non esisteva un libro separato intitolato Geeta durante l'era Puthi.

Contenuti e dottrine

L'episodio narrato nel testo si colloca nel momento in cui il virtuoso guerriero Arjuna - uno dei fratelli Pāṇḍava, figlio del dio Indra, prototipo dell'eroe - sta per dare inizio alla battaglia di Kurukṣetra, che durerà 18 giorni, durante la quale si troverà a dover combattere e quindi uccidere i membri della sua stessa famiglia, parenti, mentori e amici, facenti tuttavia parte della fazione dei malvagi Kaurava, usurpatori del trono di Hastināpura, i quali simboleggiano anche metaforicamente le difficoltà morali e fisiche di ogni essere e yogi.

Di fronte a questa prospettiva drammatica, Arjuna si lascia prendere dallo sconforto, rifiutandosi di combattere. A questo punto il suo auriga Kṛṣṇa, principe del clan degli Yādava ma in realtà avatāra di Viṣṇu qui inteso come divinità suprema, si avvia ad impartirgli degli insegnamenti, dal profondo contenuto religioso, per dissiparne i dubbi e lo sconforto imponendogli di rispettare i suoi doveri di kṣatriya, quindi di combattere e uccidere, senza farsi coinvolgere da quelle stesse azioni (karman), senza costituire un incitamento alla guerra ma intendendo ciò come un dovere dovuto alle contingenze

Contro alcune correnti e interpretazioni mondane e letterali del testo sacroTali interpretazioni distorte non sono mancate in ambito nazionalista induista o tra gli arianisti occidentali (cfr. Padfield, Peter, Himmler, New York: Henry Holt, 1990, p. 402)., Sri Aurobindo spiega: Prima Krishna richiama Arjuna affermando che non bisogna affliggersi per la morte, specie quando è dovuta al karma e al dharma, ribadendo la teoria della reincarnazione in un nuovo corpo, oppure l'anima raggiunge la mokṣa, cioè l'uscita dal ciclo e l'approdo alla condizione divina, divenendo tutt'una con Krishna o comunque vivendo nel luogo dove risiede la divinità e ottenendo le caratteristiche dei Deva.Stefano Piano, Enciclopedia dello yoga, 6.ª ed., Torino, Promolibri Magnanelli, 2011, p. 207.

Maharishi Mahesh Yogi commenta questo passo:

Krishna poi prosegue

E ancora:

Per convincere Arjuna della bontà dei propri suggerimenti Kṛṣṇa espone una vera e propria rivelazione religiosa finendo per manifestarsi come l'Essere Supremo, l'Uno"L'Uno che pervade tutte le cose è imperituro. Nessuno ha il potere di distruggere lo Spirito Immutabile". (Capitolo II, 17) di cui Brahmā, Shiva e Visnù e tutti i Deva sono anch'essi manifestazione. Innanzitutto Kṛṣṇa precisa che la sua "teologia" e la sua "rivelazione" non sono affatto delle novità (IV,1 e 3) in quanto già da lui trasmesse a Vivasvat e da questi a Manu in tempi immemorabili con l'istituzione delle caste in base al karma, ma che tale conoscenza venne poi a mancare e con essa il Dharma; quando ciò accadde (ed ogni volta che accade), per proteggere gli esseri benevoli dalle distruzioni provocate da quelli malvagi, lo stesso Kṛṣṇa affermò, «io vengo all'esistenza» (IV, 8; dottrina dellavatāra). Egli è l'inizio e la fine ciclica dell'universo, che a ogni kalpa ricrea dopo la fine del tempo precedente. Il dio appare quindi con gli attributi divini di Vishnu e in molte forme, ed Arjuna gli dedica un canto di lode, proclamandolo "più grande di Brahmā" (la divinità suprema per l'induismo maggioritario). Il testo esprime poi una visione di tipo panenteista, dove il dio supremo contiene in sé l'universo (tutte le cose sono in lui, a differenza del panteismo dove tutte le cose sono lui), quindi è sia esterno al mondo sia presente ovunque per chi lo cerca"Il panenteismo consiste nel vedere l'universo come parte dell'Essere supremo, quindi differente dal panteismo (dottrina del "tutto-è-Dio"), che identifica Dio con tutto ciò che esiste. Al contrario, il panenteismo sostiene che Dio pervade il mondo, ma è anche oltre il mondo. Egli è immanente e trascendente, relativo ed Assoluto. Questo ricomprendere gli opposti è detto dipolarismo. Per i panenteisti, Dio è in ogni cosa, e ogni cosa è in Dio." (Satguru Sivaya Subramuniyaswami), è brahman, Puruṣa e Ātman:

Kṛṣṇa si manifesta nel mondo affinché gli uomini, e in questo caso Arjuna, lo imitino (III, 23-4). Così Kṛṣṇa, l'Essere Supremo manifestatosi, spiega che ogni aspetto della Creazione proviene da Lui (VII, 4-6, ed altri) per mezzo della sua prakṛti, continuamente la sostieneBhagavadgītā, X, 42 e che, nonostante questo, egli rimane solo uno spettatore di questa creazione:

Ogni essere umano deve quindi imparare a fare lo stesso essendo legato alle proprie azioni, in quanto anche se si astiene dal compierle, come stava per fare Arjuna rifiutandosi di combattere, i guṇa agiranno lo stesso incatenandolo al proprio karman (III, 4-5), egli deve comunque compiere il proprio dovere (svadharma, vedi anche più avanti) persino in modo "mediocre" (III, 35), quindi essere presente ma al contempo spettatore.

Tutto è infatti condizionato dai tre guṇaVedi tra gli altri XVII 7 e segg. che procedono da Kṛṣṇa senza condizionarlo.

Mircea Eliade così riassume l'insegnamento principale di Kṛṣṇa ad Arjuna e a tutti gli uomini, cioè di imitarlo:

Quindi la 'novità' della 'rivelazione' della Bhagavadgītā consiste nel comunicare agli esseri umani che non solo il sacrificio vedico tiene unito il cosmo, ma anche qualsiasi suo atto purché questo sia privo di attaccamento o di desiderio verso il 'risultato', ovvero gli venga attribuito un significato che prescinda dall'interesse di chi lo agisce; e tale meta è raggiungibile solo con lo yoga.

Generalmente si ritiene che la Bhagavadgītā vieti (come i Purāṇa) i sacrifici animali praticati dai brahmini o a livello popolare, in alcune correnti induiste (oggi principalmente nello shaktismo) e consigli inoltre implicitamenteCapitoli XVI-XVII il vegetarianismo.

Tale obiettivo diviene conseguito pienamente solo se lo yogin focalizza la sua attenzione, e quindi dedica i suoi atti, in Dio, in Kṛṣṇa (VI, 30-1). In questo modo la Bhagavadgītā proclama la superiorità della bhakti su ogni altra 'via' spirituale o mondana; la bhakti è la 'via' supremaMircea Eliade. Op. cit.. pag. 243.

Da ciò ne consegue che se nel Veda è il brahmodya, la contesa sacrificale, il luogo per conquistare ruolo e beni terreni; nei Brāhmaṇa è lo yajña, il rito sacrificale officiato da una casta sacerdotale maschile che garantisce in una vita futura, anche successiva a questa, i benefici cercati, e nelle Upaniṣad è il vimokṣa, la liberazione dalla mondanità l'obiettivo ultimo, nella Bhagavadgītā l'intera vita ordinaria acquisisce il luogo ultimo di salvezza, se essa è bhakti, devozione offerta per intero a Dio, Kṛṣṇa, "abbandonarsi" a lui.

La novità teologica espressa dalla Bhagavadgītā, rispetto all'ideale della "rinuncia" al mondo propria delle dottrine upaniṣadiche, e di alcune coeve buddhiste e jainiste, consiste dunque in una lettura e in un giudizio diversi della condotta umana e del mondo: