Serra d'Aiello (Serrë in arbëreshë) è un comune italiano di abitanti della provincia di Cosenza in Calabria. Ha un territorio compreso tra 45 e 417 metri s.l.m.; l'abitato è situato a 373 metri di altitudine.

Storia Agli inizi dell'Ottocento, contava una popolazione di circa 900 abitanti, dediti prevalentemente all'agricoltura e all'allevamento del baco da seta, con ottima produzione di vino, olio di oliva e frutta.

Serra d'Aiello era, fino al 1870 circa, un paese in cui era d'uso la lingua arbereshe (gjuha arbëreshe) ovvero l'antico idioma italo albanese che ancora oggi viene parlato in altre comunità albanesi d'Italia. Si è inoltre completamente perso il rito bizantino, contemporaneamente ai paesi di Santa Caterina Albanese, San Martino di Finita, Cerzeto, Rota Greca e Spezzano Albanese, venendo sostituito da quello latino. Le origini albanesi restano negli usi, nei costumi ed in molti vocaboli del dialetto.

Istituto Papa Giovanni XXIII Alla fine degli anni ’60 venne edificata, nei pressi del cimitero comunale, una struttura nota come «Istituto Papa Giovanni XXIII», promossa dalla Curia arcivescovile di Cosenza e riconosciuta come «fondazione di culto e religione» nel 1976. Inizialmente concepita come istituto di riabilitazione per persone con disabilità psichiche, la struttura arrivò ad ospitare centinaia di degenti — fino a circa 800 negli anni ’90 — e un numero spesso ritenuto sproporzionato di operatori, con contributi finanziari pubblici mensili che nel 2004 ammontavano a circa 800 000 €.

Alla struttura furono imputati gravi abusi e una gestione clientelare e oscura: fondi pubblici — pari a circa 13 milioni di finanziamenti e 15 milioni di contributi previdenziali mai versati — sarebbero stati distratti per spese personali e beni di lusso. Come ricostruito dai periti nominati dalla Procura di Paola, la Regione versava per ogni ricoverato una retta giornaliera fra i 110 ed i 195 euro, ma la spesa che la struttura destinava effettivamente alla cura degli indigenti era pari a solo 8-11 euro al giorno per ricoverato.

Gran parte della popolazione del paese risultava inoltre impiegata nell’istituto, spesso senza qualifiche mediche, trasformandolo nella principale fonte occupazionale del territorio. Le condizioni igieniche e assistenziali venivano inoltre denunciate come disumane, con pazienti costretti a vivere in degrado, scabbia, letti fatiscenti e spazi invivibili.

Nel 2007–2009 le indagini della Procura di Paola portarono alla luce una presunta associazione per delinquere. Il sacerdote Alfredo Luberto, ex presidente dell’Istituto, fu arrestato e condannato; anche l’arcivescovo emerito Giuseppe Agostino risultò indagato per omissione di controllo. Un blitz della Guardia di Finanza nel marzo 2007 mise in evidenza il degrado e lo stato di abbandono materiale e umano. La mattina del 17 marzo 2009, la struttura fu sequestrata e i degenti trasferiti: venne ordinato lo sgombero forzato con centinaia di ricoverati trasferiti senza preavviso, lasciando nella sede cartelle cliniche e ricordi opachi delle violazioni. Nel febbraio 2010 la Procura di Paola, guidata dal procuratore capo Bruno Giordano, dispose l’apertura di 67 loculi nel vicino cimitero, sospettando la sepoltura di degenti scomparsi. Le bare, spesso anonime, confermarono la mancanza di registrazioni e diagnosi affidabili. Le indagini ipotizzarono dodici casi di scomparsa (otto furono poi accertati), cinque morti sospette certificate e centinaia di episodi di maltrattamenti e lesioni aggravate. In uno dei loculi furono ritrovate ben quattro bare ammassate, tutte senza nome.

Il sostituto procuratore Eugenio Facciolla formalizzò un’inchiesta su 12 scomparsi e su 15 presunti omicidi, oltre ad almeno un centinaio di casi di gravi lesioni a carico di pazienti. Alcune denunce anonime pervenute in Procura parlarono anche di un presunto traffico di organi, circostanza che rimase oggetto di accertamenti giudiziari.A rinvio a giudizio andranno in totale in 27, per associazione a delinquere, truffa e appropriazione indebita.

A seguito delle condanne penali e del fallimento gestionale, la proprietà passò prima a una società di gestione fallimentare e successivamente alla società “Comabio”, con sede a Roma e capitali belgi, che ha avviato una causa civile contro l’Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano.

Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con DPR del 14 ottobre 1958.

Il gonfalone è un drappo partito di bianco di azzurro.

Società Evoluzione demografica

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