Biografia Marc’Antonio Giuseppe Baretti, figlio primogenito di Luca e Anna Caterina Tesio, nacque a Torino, capitale del Regno di Sardegna governato da Casa Savoia. Nel 1733, per finanziare la sua formazione, il padre, impiegato a corte come architetto militare, rivendicò le rendite di una cappellanìa rimasta vacante alla morte di un lontano parente. Gian Luigi Rapetti Bovio della Torre, Baretti, Rivalta Bormida e le radici familiari, in Giuseppe Baretti: Rivalta, le radici familiari, l’opera, a cura di Carlo Prosperi, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 1999, pp. 9-10. Il quattordicenne Baretti fu così ordinato chierico tonsurato e, presumibilmente, venne iscritto al seminario metropolitano. Il Piemonte non stava forse alla pari con altre regioni italiane culturalmente più ricche ed avanzate, ma Torino era senz’altro riconosciuta come sede di governo di una delle più antiche dinastie regnanti ed una delle principali potenze politiche europee. Ospitando un gran numero di diplomatici stranieri e un’Accademia Reale di ottima reputazione, frequentata tanto da soggetti locali quanto da individui provenienti da altri stati italiani e dall’estero, la città poteva dirsi senz’altro cosmopolita. Paola Bianchi, Una palestra di arti cavalleresche e di politica. Presenze austro-tedesche all'Accademia Reale di Torino nel Settecento, in Le corti come luogo di comunicazione. Gli Asburgo e l'Italia (secoli XVI-XIX). Höfe als Orte der Kommunikation. Die Habsburger und Italien (16. bis 19. Jh.), a cura di M. Bellabarba e J.P. Niederkorn, Bologna-Berlin, il Mulino / Dunker & Humblot, 2010, pp. 135-153; ead., Conservazione e modernità: il binomio corte-città attraverso il prisma dell'Accademia Reale di Torino, in La città nel Settecento. Saperi e forme di rappresentazione, a cura di M. Formica, A. Merlotti, A.M. Rao, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2014, pp. 107-125; ead., The British at the Turin Royal Academy: Cosmopolitanism and Religious Pragmatism, in Turin and the British in the Age of the Grand Tour, edited by Paola Bianchi and Karin Wolfe, Cambridge, Cambridge University Press, 2017, pp. 91-107. Inoltre, l'Università di Torino, recentemente modernizzata e secolarizzata, era anch’essa diventata un’istituzione modello, attirando illustri studiosi e insegnanti come Girolamo Tagliazucchi, professore di eloquenza e di greco, alla cui cerchia di studenti Baretti si univa occasionalmente e informalmente, da adolescente già appassionato di letteratura. Nel 1735 moriva Caterina, madre di Giuseppe, Filippo, Giovanni e Amedeo Baretti. Un mese dopo la sua morte, il vedovo Luca sposò Genoveffa Astrua, di famiglia agiata e importante, la quale introdusse in casa Baretti il proprio cicisbeo o cavalier servente. Norbert Jonard, Giuseppe Baretti (1719-1789). L’homme et l’oeuvre, Clermont-Ferrand, G. De Bussac, 1963, pp. 21-23. Questa situazione familiare e la nascente vocazione letteraria, fortemente avversata dal padre, portarono a una rottura del giovane Baretti con il suddetto e lo indussero ad abbandonare abito e beneficio religioso e a lasciare Torino alla fine della quaresima del 1737. Rapetti Bovio della Torre, Baretti, Rivalta Bormida e le radici familiari, cit., p. 10. Trovò rifugio presso il fratello minore di suo padre, Giovanni Battista, segretario alla corte della duchessa di Guastalla, che gli procurò lavoro presso un mercante guastallese che serviva da tesoriere ducale. Presso questo mercante lavorava anche il poeta Carlo Cantoni, il quale sostenne e guidò gli studi letterari di Baretti e fu da lui considerato, insieme a Tagliazucchi, come un maestro. William Spaggiari, Preistoria del Baretti: le Piacevoli poesie e la scuola di Girolamo Tagliazucchi, in Giuseppe Baretti: Rivalta Bormida, le radici familiari, l’opera, cit., pp. 41-60. Il giovane cominciò allora a scrivere versi modellati su quelli di grandi autori della tradizione poetica italiana eroicomica, burlesca e satirica, come Luigi Pulci, Francesco Berni, Ludovico Ariosto, Niccolò Machiavelli, Anton Francesco Grazzini e Lorenzo Lippi. William Spaggiari, Baretti e la poesia burlesca, in 1782. Studi di italianistica, Reggio Emilia, Diabasis, 2004, pp. 46-64. Questo tipo di poesia – intesa a contrastare la melliflua e frivola produzione lirica dei numerosissimi poeti membri dell'Accademia dell'Arcadia attivi in tutta Italia - era praticato da Vittore Vettori, un medico-poeta di Mantova con il quale Baretti corrispose in quegli anni Francesca Savoia, "Datemi carte, penna, e calamaio": Lettere di Giuseppe Baretti a Vittore Vettori, Verona, QuiEdit, 2019. e da molti altri scrittori che egli ebbe modo di conoscere e frequentare una volta lasciata Guastalla per vivere a Venezia (dove strinse amicizia con Gasparo e Carlo Gozzi e Luisa Bergalli) e poi a Milano (dove entrò nell'Accademia dei Trasformati). Riconciliatosi con il padre nel 1742, Baretti trascorse i due anni successivi a Cuneo, ricoprendo l’incarico di custode dell'erigenda cittadella e pubblicò le Stanze al Padre Serafino Bianchi da Novara (1744). Allo stesso periodo risale una canzone inedita sulla Liberazione di Cuneo dall’assedio delle truppe franco-ispane nel corso della guerra di successione austriaca. Giuseppe Baretti, «Nel bitume, nel fuoco , e nell'obblio». Poesie inedite, a cura di F. Savoia, Canterano (RM), Aracne, 2017, pp. 22-31. Alla morte del padre nel giugno del 1744, Baretti rientrò a Torino, partendone tuttavia presto per Milano e poi per Genova in cerca di opportunità di lavoro. Nella primavera del 1747 era di nuovo a Venezia, dove riprese a frequentare il circolo letterario dei Gozzi, l’Accademia dei Granelleschi, e diede la prima prova del suo talento di polemista pubblicando una lettera in cui metteva in ridicolo Biagio Schiavo, fervido quanto sofistico difensore del Petrarca. A Venezia Baretti attese inoltre alla traduzione delle tragedie di Pierre Corneille in versi italiani sciolti. Accettò l'incarico per bisogno, e avrebbe avuto poi sempre a denigrare la qualità mediocre della sua traduzione. Giovanni Ponte, Giuseppe Baretti traduttore del «Cid» di Pierre Corneille, in Giuseppe Baretti: Rivalta Bormida…, cit., pp. 61-73; Francesca Savoia, Fra letterati e galantuomini. Notizie e inedita del primo Baretti inglese, Firenze, SEF, 2010, pp. 120-129. Tuttavia, le prefazioni alle Tragedie di Pier Cornelio (1747-48) – nelle quali, pur riconoscendo l'alto calibro del teatro tragico francese, assegnava all'Italia il merito della migliore poesia epica, e rimproverava l’arroganza dei critici francesi e la loro ignoranza della lingua italiana - sono stati giustamente considerati precursori dello stile ferocemente polemico ma anche moderno e coinvolgente di Baretti. Tornato a Torino nel 1750, in tempo per comporre un’azione drammatica per musica a celebrazione del matrimonio del duca Vittorio Amedeo (futuro Vittorio Amedeo III di Savoia) con l'infanta spagnola (Maria Antonia di Borbone-Spagna), Baretti tentò invano di assicurarsi un impiego stabile nella capitale sabauda: la pubblicazione della sua raccolta poetica (Le piacevoli poesie, Torino, Campana, 1750) non valse a cambiare l'opinione negativa che il senato accademico torinese si era formato di lui alla precedente comparsa di un libello in cui Baretti attaccava spietatamente la pedante erudizione di Giuseppe Bartoli, successore del Tagliazucchi. Egli decise quindi di lasciare l'Italia e cercare fortuna in Inghilterra, seguendo fra le altre la raccomandazione di James Caufeild, conte di Charlemont, che sarebbe rimasto uno dei suoi più fedeli sostenitori in Gran Bretagna. Arrivò a Londra nel marzo del 1751 e andò probabilmente ad alloggiare presso il suo conterraneo, il famoso violinista e compositore Felice Giardini, allora direttore dell'orchestra del teatro d’opera londinese. La composizione di due intermezzi per musica (Don Chisciotte in Venezia e La Filippa trionfante), rimasti peraltro inediti, e la pubblicazione di due opuscoli su argomenti operistici e musicali nel 1753, Giuseppe Baretti, Scritti teatrali, a cura di Franco Fido, Ravenna, Longo, 1977; Franco Fido, Un libello dei primi anni di Baretti a Londra, in Da una riva e dall’altra. Studi in onore di A. D’Andrea, a cura di Dante Della Terza, Firenze, Cadmo, 1995, pp. 293-305. hanno convinto molti studiosi che Baretti venisse assunto come poeta librettista da quel teatro. Non esiste tuttavia alcuna documentazione ufficiale di un suo impiego, anche temporaneo, presso il King's Theatre. Sappiamo tuttavia che, applicandosi alacremente e seriamente allo studio della lingua inglese, Baretti la padroneggiò rapidamente e fu in grado di conoscere, brevemente, lo scrittore e giudice di pace Henry Fielding ed entrare in contatto con i romanzieri Charlotte Lennox e Samuel Richardson, con l'attore shakespeariano David Garrick, il pittore Joshua Reynolds e il dottor Samuel Johnson, assicurandosi così un posto nei più importanti circoli artistici e letterari della capitale britannica. Baretti mise le sue notevoli conoscenze e doti linguistiche al servizio dei suoi amici inglesi e degli allievi ch'essi gli procurarono, ed intraprese il ruolo di promotore della lingua e letteratura italiane, scrivendo testi volti a renderle accessibili a un’ampia varietà di lettori britannici. Fra le opere del primo decennale soggiorno inglese di Baretti va citata The Italian Library (1757), un repertorio bio-bibliografico da considerarsi come la prima crestomazia della letteratura italiana in lingua inglese. In quest'opera compare fra l'altro, per la prima volta, la citazione della frase "E pur si muove!" attribuita a Galileo ma non registrata in alcun documento precedente. Corrado Viola, Baretti inglese. In margine (e dentro) a «The Italian Library», in Giuseppe Baretti a trecento anni dalla sua nascita. Atti del convegno internazionale (Seravezza, 3-4 maggio 2019), a cura di D. Marcheschi e F. Savoia, Pisa, ETS Editrice, 2020, pp. 101-131. All’inizio del 1760, Baretti finì di compilare e pubblicò A Dictionary of the English and Italian Languages, un lavoro che gli fruttò molta fama e un buon guadagno. Giovanni Iamartino, The lexicographer as a biased witness: social, political, and religious criticism in Baretti’s «English-Italian Dictionary», «Aevum», 64, 3 (1990), pp. 435-444. Baretti accettò poi di accompagnare un giovane gentiluomo inglese nel suo grand tour sul continente. I due salparono per Lisbona nell'agosto del 1760 e condussero un lungo viaggio via terra, attraverso Portogallo, Spagna e Francia, viaggio del quale Baretti stilò un dettagliato resoconto in forma epistolare (Lettere familiari a ’ suoi tre fratelli, Tomo I, Milano, Malatesta, 1762; Tomo II, Venezia, Pasquali, 1763). Elvio Guagnini, Un caos di roba: le lettere familiari di Giuseppe Baretti tra autobiografia, narrativa e scrittura di viaggio, «Italies», 1, 1997, pp. 7-25; id., Baretti e le scritture del (e sul) viaggio, «Kamen’», 55, 2019, pp. 35-47; id., Forme e modi del racconto di viaggio. Qualche considerazione a proposito dell’incipit delle «Lettere familiari», in Giuseppe Baretti a trecento anni dalla sua nascita, cit., pp. 257-266. Arrivato in Italia alla fine di quell'anno, e trascorso qualche tempo con la sua famiglia, Baretti finì per stabilirsi a Milano, dove Antonio Greppi intercedette per lui presso il ministro plenipotenziario Carlo Giuseppe di Firmian affinché gli ottenesse un impiego nell'amministrazione lombardo-asburgica. Nell’autunno del 1762, quando stava ancora aspettando che tale posizione si materializzasse, i diplomatici portoghesi - offesi da poco lusinghiere osservazioni sul Portogallo contenute nel primo tomo delle lettere di viaggio di Baretti - manifestarono il proprio malcontento ottenendo la sospensione della stampa e circolazione dell'opera. Luísa Marinho Antunes, Giuseppe Baretti in viaggio: uno sguardo critico sul Portogallo, ivi, pp. 211-256: 226-230.