Lapparato paramilitare del PCI indica una struttura paramilitare di natura clandestina, organizzata all'indomani della Liberazione (1945) e sciolta presumibilmente nel 1974, costituita da ex partigiani e militanti del Partito Comunista Italiano.
Storia Prima fase: 1944-1954 La formazione dell'apparato paramilitare La nascita di un'organizzazione paramilitare comunista risale agli ultimi anni della guerra e alla direttiva del PCUS che invitò i partiti comunisti dell'Europa occidentale (segnatamente PCI e PCF) a nascondere le armi utilizzate nella lotta partigiana per un loro utilizzo futuro.. Nel 1944 Stalin impresse al PCI la linea strategica da seguire: nell'Italia liberata il Partito comunista italiano avrebbe svolto la propria azione in un quadro di legalità, anche se accompagnata da un'attività clandestina.. La linea fu attuata da Palmiro Togliatti che, nell'aprile dello stesso anno, partì da Mosca per tornare in Italia. Tra i dirigenti comunisti, soltanto Pietro Secchia, membro della direzione nazionale, fu favorevole sin dall'inizio a un'azione insurrezionale.
Nel febbraio 1945, l'ultimo anno di guerra, Stati Uniti, URSS e Regno Unito si riunirono alla Conferenza di Jalta. In base agli accordi, l'Italia fu assegnata alla zona d'influenza degli Stati Uniti. In ragione della divisione del mondo in due sfere d'influenza, Stalin decise di non aprire un fronte contro l'occidente e di conservare lo status quo. L'organizzazione del partito fu improntata, quindi, a svolgere una duplice funzione: sia quella di prepararsi a un'azione insurrezionale decisa da Mosca, sia quella di reagire a un eventuale colpo di Stato ordito dagli avversari..
Secondo le ricerche di Gianni Donno (consulente della Commissione Mitrochin e Professore ordinario di Storia contemporanea presso l'Università del Salento), nel 1945, al momento del disarmo delle disciolte formazioni partigiane imposto dagli alleati, le armi più moderne ed efficienti non furono restituite. Venne invece costituito un nucleo di azione clandestino, costituito in maggioranza di ex-membri delle brigate partigiane «Garibaldi», con base soprattutto nel centro e nel nord del paese (teatro della guerra di liberazione dopo l'8 settembre 1943). Tale forza clandestina sarebbe stata direttamente dipendente dalle strutture dirigenti del Partito Comunista Italiano, in particolare da Pietro Secchia, braccio destro di Palmiro Togliatti, segretario del partito..
Il fatto che Mosca fosse costantemente informata dell'esistenza della forza paramilitare è confermato da un rapporto dell'ambasciatore sovietico ai suoi superiori, datato 15 giugno 1945. In esso il diplomatico riferisce che "i partigiani del Nord continuano a nascondere le loro armi"..
L'organizzazione paramilitare comunista avrebbe ottenuto aiuti in uomini, armi e mezzi dalla Jugoslavia e sarebbe stata guidata da combattenti addestrati dai sovietici o da ex-comandanti partigiani. Secondo altre fonti l'apparato ebbe contatti anche con la Politická škola soudruha Synka, formazione armata attiva in Cecoslovacchia.. Che tale struttura fosse finalizzata a compiti offensivi lo dimostra il fatto che i militanti comunisti italiani venivano militarmente addestrati oltre cortina a tre livelli (guerriglia, sabotaggio, intercettazione), del tutto sproporzionati se si accettasse l'ipotesi dei soli compiti difensiviGianni Donno, I comunisti italiani e i piani d'invasione del Patto di Varsavia, in ..
Come ebbe a dichiarare Paolo Emilio Taviani, furono due le funzioni principali cui la struttura paramilitare del PCI fu predisposta: sostenere una possibile insurrezione popolare; operare come "quinta colonna" in caso d'attacco da parte dell'Unione Sovietica sul continente europeoCfr. le dichiarazioni di Paolo Emilio Taviani in audizione in Commissione parlamentare riportate ..
Nel 1947 l'Unione Sovietica creò il Cominform, un organismo di coordinamento internazionale attraverso il quale Mosca esercitò un controllo più diretto sui partiti comunisti dell’Europa occidentale (PCI e PCF). Dopo la riunione costitutiva del Cominform (22-27 settembre 1947), Togliatti modificò la linea tenuta fino a quel momento sulla possibilità della lotta armata. Condannò le «incertezze, la mancanza di una linea nuova» e avvertì che bisognava prepararsi «se non alla illegalità, certo a una lotta molto dura»..
Dopo il grave episodio dell'occupazione della prefettura di Milano, avvenuto il 28 novembre 1947 da parte di militanti comunisti guidati da Gian Carlo PajettaAldo G. Ricci, I timori di guerra civile nelle discussioni dei governi De Gasperi, in .A Milano Gian Carlo Pajetta organizzò l'occupazione della prefettura a seguito della rimozione del prefetto Ettore Troilo., il 5 febbraio 1948 il governo emanò nuovi provvedimenti per l'ordine pubblico. In particolare furono approvate pene più severe per i detentori di armi e per le manifestazioni che vedevano l'uso di armi o di esplosivi; inoltre, fu stabilito il divieto assoluto di dar vita ad associazioni paramilitari e la condanna per omessa denuncia dell'ospitalità data agli stranieriAldo G. Ricci, I timori di..., in ..
Dal 1948 al 1954 Il 1948 fu un anno cruciale per la stabilità politica dell'Italia. In quell'anno avvenne il primo determinante scontro tra le forze centriste (in primo luogo la Democrazia Cristiana) e quelle della sinistra, coalizzate in un'alleanza social-comunista, denominata Fronte Democratico Popolare. Creato per vincere le elezioni politiche del 18 aprile, il Fronte era dato nettamente per favorito, come confermarono alcune elezioni locali tenutesi nei mesi precedenti nel centro Italia e vinte largamente. Tra i due schieramenti non c'era riconoscimento reciproco. Il PCI credeva fermamente che la DC non avrebbe riconosciuto la probabile vittoria. L'apparato paramilitare fu quindi tenuto in stato di allerta per tutta la durata della campagna elettorale, pronto ad intervenire nel caso in cui la vittoria elettorale del Fronte popolare fosse stata negata dalle forze avversarie.. In un comizio in piazza del Duomo a Milano, Togliatti terminò il suo intervento con le seguenti parole: «Se non vinceremo, vinceremo». Apparentemente «voleva attenuare l’ottimismo dei compagni sui risultati elettorali. […] L’applauso delirante con cui queste parole furono accolte diceva però chiaramente che esse erano state capite ben altrimenti: se non vinceremo con le schede, vinceremo in altro modo».
Nell'imminenza delle elezioni Togliatti chiese un incontro con l'ambasciatore sovietico Kostylev per chiedere «se si deve, nel caso di una o più provocazioni da parte dei democristiani, iniziare l'insurrezione armata delle forze del Fronte democratico popolare per prendere il potere».. Nel corso del colloquio, che ebbe luogo il 23 marzo in un luogo segreto fuori Roma, Togliatti riferì che i membri dell'apparato paramilitare erano stati allertati (soprattutto nell'Italia settentrionale), rassicurando il diplomatico sul fatto che prima di lanciare un'eventuale insurrezione armata avrebbe chiesto il consenso di Mosca. La risposta del governo sovietico giunse il 26 marzo: Mosca fece sapere che soltanto in caso di attacco alle sedi del PCI i militanti avrebbero dovuto imbracciare le armi, ma «per quanto riguarda la presa del potere attraverso un'insurrezione armata, consideriamo che il PCI in questo momento non può attuarla in nessun modo».. Alle elezioni la Democrazia Cristiana vinse con il 48,5% dei voti, battendo il Fronte popolare, che si fermò al 31%.
All'insediamento del nuovo governo non fece seguito l'adozione di alcun provvedimento di repressione nei confronti delle opposizioni politiche. Questo non significa però che l'apparato paramilitare del PCI fosse stato smantellato. Lo dimostra la reazione delle forze di sinistra all'attentato a Palmiro Togliatti. Il 14 luglio 1948 lo studente Antonio Pallante tentò di uccidere il segretario del PCI. I militanti del partito reagirono immediatamente e tutto il Paese fu teatro di disordini: vennero occupate fabbriche ed edifici pubblici, furono attuati blocchi stradali, scioperi, requisizioni di mezzi militari, assalti alle forze dell'ordine, con morti e feriti. La CGIL indisse il giorno stesso uno sciopero generale. Secondo alcune interpretazioni, tale reazione fu il segno dell'attivazione dell'organizzazione paramilitare del partito, la quale ritenne che fosse giunto il momento di agire.. Secondo altre, si trattò di una reazione popolare a quella che venne ritenuta una gravissima provocazione politica Seconda edizione 2009..
Dal suo letto d'ospedale il capo del PCI, allarmato per le possibili conseguenze sociali e politiche, mandò un messaggio ai propri compagni di partito: «State attenti, non perdete la testa». Il gruppo dirigente comunista, riunitosi la sera stessa, ribadì il no ad ogni ipotesi di insurrezione armata, che pure aveva cominciato a manifestarsi. Di quella riunione non esiste tuttavia alcun verbale: secondo la testimonianza del figlio Matteo, fu Pietro Secchia a dare le direttive per bloccare ogni tentativo rivoluzionario, argomentando che «non vogliamo la guerra civile, anche perché non la vogliono i nostri amici».. Lo stesso Secchia indicò la posizione del PCI riguardo all'ipotesi insurrezionale in un dettagliato resoconto di quelle giornate:
Nella riunione del Consiglio dei ministri del 29 luglio 1948 si affermò:
Nella successiva riunione del Consiglio dei ministri, Mario Scelba, titolare degli Interni, presentò un'imponente documentazione: non solo venivano elencati i reati compiuti dai singoli, ma appariva evidente come essi poggiassero sull'esistenza di una rete organizzata. Venne posto il problema di un partito, quello comunista che, con la sua organizzazione ed i suoi metodi di lotta politica, si allontanava da un piano di legalità. La questione della messa al bando del partito venne chiusa dal presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, che si mostrò subito contrario all'ipotesi..
Che l'organizzazione sia stata mantenuta in vita anche dopo le elezioni del 1948 viene affermato anche in un rapporto del Sifar. Secondo la relazione, datata dicembre 1950., i dirigenti dell'apparato militare del partito erano: Arrigo Boldrini, che ricopriva le cariche di presidente dell'ANPI e comandante dei comitati rivoluzionari dell'Italia settentrionale; Vincenzo Moscatelli, capo dell'organizzazione delle ex brigate partigiane piemontesi e responsabile dei quadri e delle brigate autonome; Ilio Barontini, responsabile del controllo militare dell'Emilia e dell'organizzazione dei GAP e dei gruppi di sabotatori addestrati per l'azione nei centri abitati delle più importanti città; Giorgio Amendola, responsabile dell'organizzazione militare dell'Italia centro-meridionale. «I documenti attestano in modo inequivocabile che l'organizzazione paramilitare era parte integrante del partito e rimase subordinata alla sua autorità».
Seconda fase: 1955-1974 Dopo la costituzione nel 1955 del Patto di Varsavia, il PCI decise di riorganizzare il suo apparato militare clandestino, formando squadre ristrette di specialisti addestrati nei campi oltre cortina, destinate a fungere da "quinte colonne" a sostegno di forze d'invasione del PattoGianni Donno, I comunisti italiani e i piani d'invasione del Patto di Varsavia, in .. Al vecchio esercito di massa di derivazione partigiana si sostituì una struttura più agile e coesa. Parallelamente, nel partito la responsabilità dell'organizzazione passò dalle mani di Secchia a quelle di Giorgio Amendola.