La caduta dell'Impero romano è un film del 1964 diretto da Anthony Mann.
È un film storico ambientato nell'antica Roma con Sophia Loren, Stephen Boyd e Alec Guinness, presentato fuori concorso al 17º Festival di Cannes.
Trama Nel 180, l’imperatore romano Marco Aurelio si trova alla frontiera del Danubio per combattere i barbari, ma è ormai vecchio e stanco e sente che la sua fine si avvicina. A sostenerlo nei suoi sforzi ci sono il suo fidato consigliere Timonide, un liberto di origine greca, e il generale Gaio Metello Livio. Davanti all’imperatore si radunano tutti i principi e i comandanti delle province dell’impero. Marco Aurelio annuncia la sua idea di pace: coinvolgere i popoli germanici nell’impero, in modo da rendere Romani anche loro e vivere tutti in prosperità. Con il tempo, si augura che a tutti venga concessa la cittadinanza. Questo ideale dell’imperatore è condiviso da Livio, ma non dal figlio di Marco Aurelio, Commodo, che vuole invece usare la forza per asserire ovunque il predominio di Roma. Per questo Marco Aurelio annuncia in privato a sua figlia Lucilla e a Livio di aver scelto quest’ultimo come successore.
Livio va ad accogliere Commodo, che ha raggiunto suo padre alla frontiera. I due si salutano come vecchi amici e sono felici di rivedersi dopo tanto tempo. Tuttavia, dopo aver bevuto, Livio confessa a Commodo la decisione di suo padre di lasciare a lui l’impero e i rapporti tra i due si incrinano. Nel frattempo, Livio stringe invece sempre di più i rapporti con Lucilla, di cui è innamorato e da cui è ricambiato. La donna, tuttavia, viene promessa in sposa al re dell’Armenia, Sohaemus, per garantire l’alleanza tra i due Paesi contro i Persiani a Est.
La campagna contro i Germani prosegue e Commodo decide di partecipare in prima linea, affermando che, se davvero è destino che sia Livio a governare Roma, gli dei lo faranno morire in battaglia. Commodo sopravvive allo scontro ma le sue truppe, che sono composte principalmente da gladiatori, si dimostrano codarde e portano a gravi perdite per l’esercito romano. Livio ordina dunque una decimazione, ma Commodo gli si oppone. I due finiscono per litigare e azzuffarsi dopo aver corso con i carri. Nel frattempo, ai sostenitori di Commodo è arrivata voce del fatto che Marco Aurelio intenda escluderlo dalla successione. Così si organizzano per uccidere l’imperatore prima che la sua decisione diventi ufficiale. Uno di loro, il cieco Cleandro, usa un pugnale avvelenato per tagliare una mela e offrirla all’imperatore, che muore poco dopo tra le braccia di Lucilla. La sua ultima parola prima di morire è proprio il nome di Livio. Ai funerali dell’imperatore, tutto l’esercito si raduna davanti alla pira. Livio avanza con la torcia in mano ma, invece di usarla, la passa a Commodo, comunicando così di rinunciare all’impero. Commodo approfitta della situazione per proclamarsi legittimo imperatore di Roma.
Tornato a Roma in pompa magna, Commodo inizia subito a disfare tutto ciò che suo padre aveva realizzato. decide di organizzare de giochi magnifici nella capitale raddoppiando le tasse nelle varie province per finanziarli. Nonostante l’avvertimento dei suoi governatori, secondo cui a Est si soffre già la fame, Commodo decide di proseguire per la sua strada.
Nel frattempo, le truppe di Livio sconfiggono i Germani e prendono prigionieri Ballomar e i suoi collaboratori. Timonide viene mandato da loro per cercare di convincerli ad accettare la proposta di pace di Livio: entrare nell’impero non come nemici, ma come cittadini. Ballomar sottopone Timonide a un’ordalia, briciandogli la mano con una torcia senza che lui gridi e alla fine accetta. Livio torna quindi a Roma per convincere il Senato a sostenere la sua idea. Commodo cerca di scoraggiarlo proponendogli la possibilità di un futuro in cui possa vivere con Lucilla, ma è lei stessa a consigliargli di continuare a lottare per il suo ideale. Livio parla quindi davanti al Senato insieme a Timonide. Grazie anche all’iuto del discorso di un vecchio senatore, l’assemblea accetta la proposta di Livio e i Germani vengono accolti in territorio italiano, dove vengono affidati loro dei campi incolti. Commodo, tuttavia, resta offeso e decide di rimandare Livio a nord e sua sorella in Armenia, in modo che i due non si possano più rivedere.
Livio prosegue il suo incarico, ma poi viene improvvisamente richiamato a Roma da Commodo. Le province orientali si sono ribellate portando con sé l’esercito e le truppe del Nord, guidate da Livio, sono le uniche rimaste fedeli. Commodo chiede quindi a Livio di marciare a est per sedare la ribellione. Livio esegue solo per scoprire Lucilla non solo fa parte della ribellione, ma ne è anche la principale promotrice. Nonostante l’amore che prova per lei, Livio decide di affrontare i ribelli in battaglia. Prima che finisca la tregua, Soahemus attacca l’esercito di Livio insieme ai Persiani, con i quali si è segretamente alleato. I ribelli romani decidono allora di unirsi alla parte di Livio per combattere contro i barbari. Livio si scontra direttamente con il re di Armenia, ma esita a colpirlo quando lui afferma che, nel caso morisse, i suoi uomini hanno ordine di uccidere Lucilla. Tuttavia, mentre Sohaemus parla un soldato romano lo uccide lanciandogli un giavellotto. Livio corre a salvare Lucilla arrivando giusto in tempo.
Le truppe romane vincono lo scontro e Commodo manda i suoi uomini a congratularsi con Livio, promettendo di renderlo suo pari come imperatore. Prima, però, dovrà giustiziare migliaia di persone che abitano nelle province orientali. Livio si rifiuta e fa arrestare gli inviati di Commodo, rimandandoglieli indietro chiusi in una gabbia. Poi decide di marciare su Roma con il suo esercito per convincere Commodo ad abdicare.
Livio va a parlare in Senato, ma Commodo compra tutti i Senatori, che si schierano dalla sua parte e lo fa arrestare. Contemporaneamente manda i suoi uomini a offrire folli cifre di denaro ai soldati di Livio, che passano così dalla sua parte. Fa anche massacrare Timonide e tutta la colonia di Germani. Lucilla, disperata, entra in città e raggiunge il palazzo imperiale. Qui chiede a Verulo, il gladiatore che fa da guardia del corpo a Commodo, di assassinarlo, promettendogli tutto ciò che vorrà. Verulo tuttavia rifiuta affermando che Commodo è suo figlio. Commodo sente la conversazione e, sconvolto, uccide Verulo.
Commodo si fa dichiarare un dio dal Senato e ordina che Lucilla, Livio e gli altri prigionieri politici siano bruciati vivi come sacrificio in suo nome. Prima, però, decide di sfidare Livio a duello per dimostrare una volta per tutte chi sia il favorito degli dei. Livio vince lo scontro uccidendo Commodo, ma prima di morire l'Imperatore ordina di uccidere tutti i prigionieri. Livio salva Lucilla, ma decide di rinunciare al trono. Mentre si allontana, diversi senatori tentano di convincere Vittorino, capo delle truppe romane, a farli diventare imperatori, offrendo prezzi sempre più alti.
Riproposta e rilettura critica La caduta dell'Impero romano, a suo tempo detestato su Cahiers du cinéma, ottiene nella stessa rivista una scheda che lo rivaluta dandone una nuova interpretazione in occasione della sua riproposta nelle sale parigine nell'estate del 2024. Tra l'altro viene sottolineata l'ironia che questo film si trovi, insieme ad altre produzioni di Samuel Bronston quali El Cid o 55 giorni a Pechino, a mettere in luce, nell'ambito delle grandi superproduzioni, tanto la decadenza storica che quella dello spettacolo di tipo colossale.
Insieme a Spartacus (1960) di Kubrick, questo film è stato una forte fonte di ispirazione per Il Gladiatore (2000) di Ridley Scott.
Riconoscimenti Premi Oscar 1965: Candidatura al premio Oscar alla migliore colonna sonora Golden Globe 1965: Premio per la migliore colonna sonora originale
Note
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