Pseudolus (Pseudolo) è una commedia di Plauto composta e rappresentata per la prima volta in occasione dei Giochi Megalesi del 191 a.C., mentre era in carica il pretore urbano Marco Giunio.Tito Maccio Plauto, Pseudolo, 1983, p.91. Fu scritta da Plauto intorno ai 60 anni d'età e rappresenta una delle commedie varroniane più celebri e meglio riuscite, di cui Plauto stesso era particolarmente orgoglioso come ci tramanda Cicerone.Cicerone, De senectute
Personaggi Principali Calidoro è il coprotagonista della commedia, nonché il soggetto su cui si basa l'intera vicenda. È il giovane figlio di Simone, il padrone di Pseudolo e l'amante di Fenicio. Pseudolo è il protagonista e servo fidato di Calidoro, disposto ad aiutare il giovane padrone in qualsiasi modo, ideando brillanti imbrogli e stratagemmi. Egli è non curante dell'autorità, sprezzante della condizione schiavile, abile persuasore e oratore. È proprio del tòpos del servus callidus plautino ed è un esempio di "nome parlante"Nome che allude già alle caratteristiche del personaggio grazie al suo significato, infatti Pseudolo significa "bugiardo"Giovanna Garbarino, Lorenza Pasquariello, Latina, vol.I: Dalle origini all'età di Cesare, 2008, p.63. Ballione è una sorta di antagonista della vicenda e riveste il ruolo di lenone, ossia è il padrone di diverse cortigiane tra cui Fenicio. È caratterizzato da un atteggiamento superbo e arrogante ed è ossessionato dal desiderio di beni materiali, tra cui denaro e beni di lusso. Simone è il padre di Calidoro e vecchio padrone di Pseudolo. Riveste il ruolo del vecchio avaro e severo, tipico della commedia plautina. Fenicio è la cortigiana amata da Calidoro, posseduta da Ballione e promessa a un mercenario macedone. Anche se non interviene mai nella rappresentazione, riveste un ruolo chiave nella trama della vicenda.
Secondari Polimacheroplagide è il soldato macedone che versa un anticipo di 15 mine d'argento per riscuotere Fenicio. Non compare mai in scena, ma viene rappresentato da un servo. Arpage è il servo di Polimacheroplagide e ha il compito di prendere in consegna Fenicio. È anche questo un nome parlante, che significa “rapace” Callifone è amico e consigliere di Simone, curioso di conoscere le qualità di Pseudolo. Carino è un amico fidato di Calidoro, a cui mette a disposizione un servo e presta cinque mine d'argento. Scimmia è il servo più fidato di Carino e riveste il compito fondamentale di fingersi Arpage, ingannare Ballione e consegnare Fenicio all'amante Calidoro.
Trama Sebbene i testi delle commedie a noi pervenuti siano divisi in atti, è ben noto che Plauto non suddivise mai le sue commedie in alcun modo. Pertanto è da considerare la seguente suddivisione fedele ai testi posteriori ai manoscritti plautini, modificati nel corso della storia, e non rispecchiante in alcun modo lo svolgersi rappresentativo originario della commedia..
Calidoro vuole appropriarsi dell'amata cortigiana Fenicio, già promessa a un soldato macedone in cambio di venti mine; così, interpella Pseudolo, suo fedele ed astuto schiavo, il quale gli promette di escogitare un piano per liberare Fenicio. Il militare ha già depositato un anticipo di quindici mine al lenone Ballione, con la promessa che il suo servo Arpage consegnerà le cinque restanti portando con sé un contrassegno prestabilito. Pseudolo raggira Arpage e lo convince a consegnargli la lettera recante il contrassegno, fingendosi uno schiavo di Ballione. Grazie all'aiuto di Carino ottiene le cinque mine restanti e con esse uno schiavo, Scimmia. Costui, fingendosi Arpage, si reca da Ballione e ottiene Fenicio dal lenone. Calidoro così ottiene la sua amante e Pseudolo, come ricompensa, del vino in abbondanza.
Atto primo
Pseudolo, interrogando il giovane padrone Calidoro sul motivo dei suoi pianti e delle sue sembianze cadaveriche, si trova a fronteggiare la tristezza e la malinconia di un innamorato privato dell'oggetto del suo desiderio. Calidoro infatti si è perdutamente innamorato di una giovane cortigiana di nome Fenicio, promessa già a un soldato macedone per venti mine. Pseudolo, solito nell'aiutare il padroncino, gli promette che entro il calar della sera avrebbe procurato venti mine d'argento e ideato un piano per riscuotere la ragazza al suo lenone. Intanto, il lenone Ballione, insultando e percuotendo i suoi schiavi, si concede ad atteggiamenti iracondi non vedendo realizzata la propria richiesta del giorno precedente, di allestire il convivio e la casa per i festeggiamenti del suo compleanno. Dopo aver convocato ad una ad una le cortigiane, impone loro la riscossione di ingenti quantità di doni da parte dei propri clienti (oggetti di lusso, provviste e condimenti oleacei), necessari ai festeggiamenti, con la minaccia di renderle prostitute da bassifondi. Calidoro e Pseudolo, origliando dalla loro abitazione, adiacente a quella del lenone, si infuriano all'udire la tracotanza del mercante di schiave. Questi, vedendo Ballione uscire di casa e dirigersi al mercato, raggiungono il lenone e, ostacolandogli il passo, tentano di persuaderlo a non vendere Fenicio al guerriero macedone Polimacheroplagide. Irritati e amareggiati dalla sfrontatezza dell'interlocutore, iniziano a urlargli contro una serie di ingiurie, del tutto ignorate dal lenone. Ballione, dopo aver tradito la promessa fatta a Calidoro di vendere a lui la ragazza, si dirige al mercato con fare superbo, in attesa del saldo del militare macedone necessario alla riscossione della giovane cortigiana previsto entro sera. Pseudolo impone al padroncino di andare a chiamare un suo conoscente, ritenuto da lui più che affidabile, con l'intento di assegnargli un compito di fondamentale importanza. Pseudolo, rimasto solo dopo la partenza di Calidoro, riflette sul da farsi e decide di cavare venti mine d'argento al padre del ragazzo. Appena terminata la meditazione di un piano, vede sopraggiungere Simone, padre di Calidoro e suo vecchio padrone. Simone, dopo aver parlato con l'amico Callifone del figlio e di come questo voglia riscuotere l'amata ingannando il padre, va incontro a Pseudolo, mettendo in guardia l'amico sulle capacità persuasive di quest'ultimo. Pseudolo, avendo sentito parlare Simone e Callifone, è al corrente del fatto che il vecchio sia già stato avvertito delle sue intenzioni e si rende conto di non poter ottenere il denaro. Sebbene sappia quanto si manifesti difficile beffare il vecchio padrone, Pseudolo scommette con Simone che riuscirà a ottenere Fenicio entro il calar della sera davanti a Callifone, che si propone garante della scommessa. Pseudolo in caso di vincita otterrebbe venti mine da Simone, mentre in caso di sconfitta sarebbe costretto a lavorare in un mulino per il resto della sua vita.Il lavoro nei mulini era considerato il più faticoso dagli schiavi romani e perciò poteva essere imposto come grave punizione
Atto secondo
Pseudolo, rimasto solo in scena, esaltato dalla scommessa intrapresa, idea un piano a suo avviso infallibile; perciò, sicuro di sé, immagina la gloria e i denari che lo attendono, riuscendo a beffare sia il padrone che il lenone. D'un tratto però vede in lontananza un forestiero giungere nei pressi della casa di Ballione portando con sé una spada e ovviamente non si lascia sfuggire l'occasione per venire a conoscenza dei piani di Ballione. Lo scaltro Pseudolo, dopo essersi nascosto, sente il forestiero parlare tra sé cercando qualcuno che gli indichi la dimora del lenone ateniese. Capisce che quello straniero non è altro che il messaggero e schiavo del militare macedone che voleva riscuotere la ragazza; pertanto, abbandona i piani prima escogitati per fingersi un servo di Ballione, di nome Siro, e beffare l'ingenuo messo. Dopo una prima riluttanza di Arpage nel consegnare a Pseudolo il saldo e il contrassegno, un ritratto di Polimacheroplagide, necessari a riscuotere la cortigiana, poiché Ballione non era a casa, l'abile servo riesce a farsi consegnare il suggello con il ritratto del soldato macedone. Prima di congedarsi da Pseudolo, Arpage chiede a quest'ultimo di andare a chiamarlo presso i suoi alloggi affittati in una taverna al ritorno del lenone. Pseudolo ovviamente non lo chiamerà, anzi è intenzionato a usare un complice, che, fingendosi Arpage, ritiri l'amante del padroncino prima che ritorni il vero messo, sfruttando il contrassegno ottenuto. Pseudolo, rimasto nuovamente solo, è deciso a procurarsi le cinque mine di saldo e a utilizzare il ritratto per sottrarre la cortigiana al lenone. Prima di scorgere Calidoro giungere dall'agorà in compagnia dell'amico Carino, riflette su quanto la fortuna domini gli eventi e vinca le decisioni umane. Calidoro, dopo aver raccontato tutte le sue passioni e i suoi dolori al fedele amico Carino, è certo che questi sia disposto ad aiutarlo nei suoi piani. Carino infatti gli presta le cinque mine mancanti per la riscossione della cortigiana e mette a disposizione di Pseudolo un suo schiavo personale astuto e scaltro di nome Scimmia. Pseudolo impone a Carino e a Calidoro di andare a chiamare il suddetto Scimmia e di accompagnarlo alla piazza.
Atto terzo Uno schiavetto di Ballione, giungendo dalla via della piazza, procede lamentandosi della sua condizione schiavile, ritenendo che questa sia ulteriormente aggravata dalla sua giovane età e dalla sua forma fisica disarmoniosa. Desidererebbe cambiare padrone ed è rammaricato di non poter adempiere al volere di questo: Ballione infatti esige da tutti i suoi servi un regalo degno della sua persona, essendo il suo compleanno. Il giovane schiavetto non ha la possibilità di soddisfare la richiesta e ciò lo porterebbe a subire una pena corporale ben nota agli spettatori romani di allora ma di difficile interpretazione per noi contemporanei.. Nello stesso tempo Ballione, ritornando dal mercato con un cuoco, si lamenta dell'affare concluso: era riuscito ad assumere un cuoco perché gli preparasse il banchetto per i suoi invitati, pagandolo a caro prezzo. Perciò, Ballione, reputando il cuoco un avvelenatore e un ladro, ordina a uno schiavo di non perderlo mai di vista e di seguirlo ovunque, così da evitare furti in casa. Il lenone infatti è ossessionato dai suoi beni e afferma che la sua casa è già colma di fannulloni e ladri, pronti ad accaparrarsi un oggetto dell'arredamento. Al mercato inoltre ha incontrato Simone, che l'ha messo al corrente del piano di Pseudolo: questi aveva promesso a Simone che sarebbe riuscito a sottrarre Fenicio al lenone. Il vecchio padrone denuncia Pseudolo per poter vincere la scommessa contratta e punire lo schiavo. Determinato a non farsi beffare, Ballione ordina a tutti gli schiavi di non fidarsi di Pseudolo.
Atto quarto
Pseudolo, dopo aver incontrato Scimmia presso l'agorà, lo mette subito al corrente del suo piano. Mentre Ballione esce di casa, Scimmia, nelle vesti di Arpage, si avvicina a questi fingendo di non conoscerlo e chiedendo informazioni su dove si trovi il lenone. Non appena quest'ultimo si presenta, Scimmia gli mostra la lettera scritta dal soldato macedone, allegata al ritratto distintivo del soldato precedentemente sottratto al vero Arpage, e convince Ballione di essere il messo del mercenario. Ballione, dopo una rapida lettura del testo e dopo aver riconosciuto il ritratto di Polimacheroplagide, invita Scimmia a entrare in casa per consegnargli Fenicio. Pseudolo, riflettendo tra sé, lascia scorgere le sue preoccupazioni: crede infatti che Scimmia, colta un'occasione favorevole, possa fuggire con la ragazza, che Simone possa tornare dal foro anticipatamente e scoprirli oppure che il vero Arpage si possa presentare a casa di Ballione mentre Scimmia si trova ancora con lui. Fortunatamente però non accade nulla di tutto ciò e può tirare un sospiro di sollievo vedendo uscire Scimmia in compagnia della cortigiana.