La chiesa del Santissimo Salvatore nostro Signore Gesù Cristo Crocifisso o semplicemente chiesa del Santissimo Crocifisso, conosciuta anche come chiesa di San Giuseppe o per i licodiesi “‘a chiesa Ranni”, è la chiesa madre di Santa Maria di Licodia.

Costituisce l'edificio più notevole della città e in quanto chiesa matrice, svolge un ruolo fondamentale per la vita religiosa cittadina. Tra le sue mura si conservano inoltre le più importanti testimonianze dell'antico fasto abbaziale.

Storia La chiesa ha origini molto antiche, sicuramente alto medioevali, si suppone infatti che l'originario luogo di culto sia d'origine bizantina, luogo di antichissimo culto mariano e di eremitaggio. La chiesa madre era originariamente dedicata a Santa Maria (di Licodia) e apparteneva al monastero benedettino. A essa nel Settecento fu affiancata la chiesa del Crocifisso. Questa poi divenne parrocchia e così le due chiese ebbero un percorso parallelo ma separato fino alla completa unione nel 1919.

La Matrice di Santa Maria, origini e donazione normanna Fissare una data precisa sull'origine della chiesa di Santa Maria non è al momento possibile. È tuttavia assai probabile che il luogo di culto in questa contrada, storico-antropologicamente legato alla città di Catania per via delle copiose risorse idriche, possa risalire all'epoca bizantina, collocabile, secondo diverse opinioni di studiosi, alla prima generazione delle fondazioni di monasteri in Sicilia.

Una data documentata è quella della donazione normanna della chiesa, per opera di Simone di Policastro conte di Paternò, ai monaci benedettini di Sant'Agata di Catania, con diploma redatto in lingua greca che reca «Anno 6651 dalla fondazione del mondo», data comunemente accordata come l'anno 1143.

La chiesa di Santa Maria e il monastero iniziarono da questa data certa la loro ascesa, favorita dalle donazioni di nobili ed ecclesiastici, ma anche dalle numerosissime donazioni dei fedeli, che con fiducia nella ricompensa eterna, per segno di devozione alla Madre di Dio di Licodia, donarono alla chiesa le proprie sostanze, in considerazione che «omnia mundi huius negocia sunt transitoria et caduca».

Ruggero de Oco Vescovo di Catania, con privilegio del dicembre 1205 elevò a dignità abbaziale il monastero e concesse lo ius parrochiali alla chiesa di Santa Maria, rendendola esente dalla giurisdizione dell'Arcidiacono diocesano, e dando facoltà agli abati di amministrare i sacramenti del battesimo e della cresima. Venne impiantato quindi il fonte battesimale e la chiesa venne adattata alle esigenze del nuovo stato. Il privilegio fu sancito il 5 gennaio 1206 dal cardinale Gerardo di Sant'Adriano, il quale, oltre ad approvare i privilegi di Ruggero, a nome della Santa Sede prese sotto il suo patronato la chiesa e l'abbazia. Così fecero anche nei secoli a venire regnanti (Guglielmo II, Eleonora, Martino, Bianca di Navarra) e pontefici (Bonifacio VIII, Clemente VI, Urbano V).

Dalla nuova sede alla perdita del diritto parrocchiale Nel 1344 il nobile abate Jacopo de Soris, appositamente detto il Riformatore, negli anni della sua giurisdizione (1340-1362), considerando che il monastero «fuerit et sit positum in loco aquoso, plano, calido et infirmo, itaque nulli monaci ibi sani commorari possent», concesse il trasferimento della sede monastica in un luogo, quello attuale, più salubre rispetto all'originario sito. Porrà lui stesso nell'anniversario del centottantesimo anno dalla fondazione, la prima pietra del nuovo edificio, nel luogo dove già era stata installata la Croce. Si sviluppa così un nuovo edificio che si differenzierà da quello preesistente, del quale non resteranno che pochi frammenti lapidei, nonché un nuovo assetto e sviluppo del casale, che si configurerà con l'appellativo di Licodia Nova. Sotto la giurisdizione del De Soris la Chiesa di Santa Maria godette di un periodo di particolare lustro. La nuova chiesa (1359) assunse l'aspetto di Ecclesia Munita, con la massiccia torre giurisdizionale di origine araba affiancata al muro sinistro e le fortificazioni, entrando così a far parte del sistema difensivo del Regno di Sicilia della zona compresa tra l'Etna e il Simeto.

La chiesa di Santa Maria divenne anche un importante luogo di culto mariano, a motivo della presenza di una vetusta immagine della Vergine Maria ivi giunta dal cenobio di Santa Maria del Robore Grosso in Adrano nel 1447, sotto l'abate Platamone, «ubi etiamnum hodie a confluentibus popolis magna habetur veneratione».

Nel 1453, sempre sotto il governo dell'abate Giovan Battista Platamone, venne ampliato e abbellito l'edificio ecclesiastico e il chiostro mentre sulla torre venne affisso lo stemma araldico della famiglia sormontato dalla mitria abbaziale Nel 1578, completandosi il Monastero di San Nicolò l'Arena di Catania avvenne il definitivo trasferimento della corte abbaziale nel nuovo imponente edificio e il complesso Licodiano, insieme al casale cominciarono a regredire, venendo meno l'esercizio del diritto sacramentale per gli abitanti.

Tuttavia lavori di consolidamento della fabbrica del monastero si ebbero nel 1644, diretti dall'abate Mauro Caprara, il quale intervenne sull'edificio «reso cadente dalla troppa vetustà», contemporaneamente ai lavori eseguiti al monastero di San Nicolò l'Arena di Catania.

È bene notare che il disastroso terremoto del 1693 non causò molti danni al Monastero di Licodia, da dove partirono i soccorsi: «sopraggiunti i monaci di S. M. di Licodia fu data pietosa sepoltura di 32 fratelli tratti dalle macerie della vecchia casa, furono salvate le sacre reliquie, i preziosi codici, le scritture, i diplomi e, con essi, la tradizione».

Il disagio della popolazione in aumento fece avvertire sempre più la necessità di riottenere il sospeso ius sacramentale, per il quale si inoltreranno diverse istanze. Nel 1719 la popolazione, incoraggiata dai monaci, chiese al Vicario Apostolico Don Giovanni Rizzari, approfittando del suo passaggio da Licodia, la concessione per l'amministrazione dei Sacramenti nella chiesa di Santa Maria, che fu accordata nel 1732, quando si consentì ai vicari il Sacramento del Santissimo Viatico e dell'Eucaristia per gli abitanti del casale nel giorno di Pasqua, onde adempiere il santo precetto. Frattanto nel 1723 nuovi lavori contemporanei alla fabbrica di San Nicolò a Catania, interessarono la chiesa e il monastero.

La chiesa del Crocifisso e il ripristino del diritto parrocchiale Durante i primi decenni del secolo XVIII, dietro la spinta e con i favori dei Padri Benedettini, nasce e si afferma a Licodia la Compagnia del Santissimo Sacramento e delle Anime Purganti composta da cittadini licodiesi e biancavillesi, oltre che da monaci.

Nel 1734, con il sostegno della Confraternita, «per dar compimento agli atti di religiosa carità verso li poveri, stimarono li suddetti religiosi negli anni scorsi fabbricare una piccola cappella sopra il cimitero, nominata dell'Anime del Purgatorio contigua alla chiesa del Monistero, ove si seppellivano ab antiquo ed al presente si seppelliscono li cadaveri delli deposti abitanti».

Continuava frattanto l'impegno per ripristinare il diritto sacramentale. Il Decano Romualdo Maria Rizzari, sul mandato dell'Abate e del Decanato monastico, con grande spirito di intraprendenza, sagacia e competenze giuridiche, portò avanti un lungo contenzioso con la Matrice di Paternò, che mal sopportava ormai l'ingerenza benedettina sui presunti diritti parrocchiali della Collegiata paternese.

Dopo numerosi consigli dei decani dei monasteri riuniti e del Capitolo della Cattedrale, la questione sulla parrocchia di Licodia passò direttamente al Vescovo Pietro Galletti, il quale, volendo applicare alcune delle norme del Sacrosanto Concilio Tridentino che stabiliva che le chiese parrocchiali non fossero unite a quelle dei monasteri, con diploma di erezione del 31 Gennaio 1754, elevava a Parrocchia anche la chiesa delle Anime del Purgatorio di Licodia, sotto il titolo di Santissimo Salvatore Nostro Gesù Cristo Crocifisso, prescrivendo che l'elezione del parroco spettasse all'Abate del Monastero e riservandosi il diritto di Sacra Visita.

L'investitura del primo parroco Romualdo Maria Rizzari avvenne presso l'altare del Santissimo Crocifisso, il 10 Agosto 1754, mentre il giorno seguente fu impiantato il fonte battesimale.

Il monastero si prese carico delle spese, per avere sulla ricostituita parrocchia lo Ius Patronato, inoltre concesse l'utilizzo della sacra suppellettile e quanto fosse necessario per la liturgia, facendosi obbligo di eventuali importi.

Il nuovo edificio parrocchiale Il secolo XIX portò notevoli modifiche, sia nell'ambito civile della vita licodiese sia in quello religioso. Con l'aumento della popolazione si avvertì maggiormente l'esigenza di un luogo di culto più ampio rispetto a quello esistente.

Il vicario Giovanni Ardizzone, in una relazione dei primi del secolo, palesava al vescovo di Catania il disagio dei fedeli che durante le celebrazioni assiepavano anche l'area destinata ai presbiteri. Contrariamente la chiesa monastica rimase idonea per le celebrazioni dei monaci e conservava il rango di chiesa madre, adoperata per i quaresimali e le funzioni solenni. Così nel 1831 iniziarono i lavori di ampliamento della chiesa del Santissimo Crocifisso, che furono portati a termine, per ciò che concerne la fabbrica, intorno al 1840. L'architettura della nuova chiesa fu ispirata dal gusto artistico prevalente nell'epoca, il neoclassico.

Però questa nuova fabbrica non ebbe un percorso agevolato, anzi cominciò a declinare a partire dal 1866, quando a seguito dell'applicazione delle leggi imposte dal nuovo Stato, vennero soppressi gli ordini religiosi, e il Venerabile Monastero di Santa Maria di Licodia e San Nicolò l'Arena di Catania, che fino ad allora aveva mantenuto il diritto di patronato sulla parrocchia, non potette più elargire i fondi per il mantenimento della stessa. Il nuovo “Patrono” della Parrocchia divenne l'amministrazione del Demanio, i cui fondi però non si dimostrarono sufficienti al mantenimento delle fabbriche, infatti nel 1883 il parroco Giacomo Maggiore, ultimo parroco monastico di Licodia, supportato dai cittadini, inviò una richiesta all'Arcivescovo di Catania onde intercedere presso le autorità per ottenere dei finanziamenti e avviare i lavori per il completamento e la ristrutturazione decorosa della chiesa, che a causa di intemperie e terremoti era divenuta pericolante, mentre la chiesa madre di Santa Maria divenne proprietà del Comune.

Nel 1887, «dopo tanti sacrifici sostenuti da questa cittadinanza che con volontarie offerte contribuì ad adempiere il prospetto di queste uniche due chiese»Archivio Storico Diocesano di Catania. Fondo Miscellanea, Santa Maria di Licodia, 134. Fascicolo 5 - Sull’avanzamento dei lavori del prospetto della Chiesa, 1875., furono completati i lavori dell'interno della chiesa del Crocifisso e dell'unica facciata sotto la direzione dall'architetto comunale Antonino Magrì, che lavorò alla fabbrica già dal 1875.

Riguardo alla chiesa di Santa Maria, dietro le pressanti richieste dei cittadini, venne riaperta al culto nel 1879, ma solo nel 1905 le autorità del tempo la cedettero alla Parrocchia assieme a parte dei locali del monastero, con l'impegno che «delle due chiese se ne facesse un solo tempio mediante opere d'arte»Archivio Storico Parrocchia SS. Crocifisso. Chiesa dei PP. Benedettini - Deliberazione del Consiglio Comunale, Cessione della chiesa e degli arredi sacri degli ex benedettini alla parrocchia per farsi delle due chiese una sola. 1905., e ciò fu messo in opera tramite l'apertura di tre archi nel muro di confine tra le due fabbriche. In questo modo si creò una tipologia atipica per l'impianto chiesastico ovvero le due navate.