È stato uno dei volti più popolari del giornalismo italiano del XX secolo.Corriere della Sera; 7 novembre 2007.Famiglia Cristiana, n. 46/18 novembre 2007.

Biografia Gli esordi

Biagi nacque a Pianaccio, frazione del piccolo comune appenninico di Lizzano in Belvedere (in provincia di Bologna), il 9 agosto 1920; all'età di nove anni si trasferì al seguito della famiglia a Bologna, dove si stabilirono nel rione di Porta Sant'Isaia, per seguire il padre Dario (1891-1942), che lavorava già da qualche anno come vicecapo magazziniere presso uno zuccherificio cittadino. L'idea di diventare giornalista gli nacque dopo aver letto Martin Eden di Jack London. Frequentò l'istituto tecnico per ragionieri Pier Crescenzi, dove con altri compagni diede vita ad una piccola rivista studentesca, Il Picchio, che si occupava soprattutto di vita scolastica, soppressa d'imperio dopo solo qualche mese dalle autorità fasciste, cosa che lo portò a maturare una forte indole antifascista.

Nel 1937, all'età di diciassette anni e grazie all'aiuto del cugino Bruno Biagi (esponente di spicco del Partito Fascista), cominciò a collaborare con il quotidiano bolognese L'Avvenire d'Italia, occupandosi di cronaca, di colore e di piccole interviste a cantanti lirici. Il suo primo articolo fu dedicato al dilemma, vivo nella critica dell'epoca, se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare.

Nel 1940 - a soli 20 anni - fu assunto in pianta stabile dal Carlino Sera, edizione pomeridiana de Il Resto del Carlino, il principale quotidiano bolognese, come estensore di notizie, ovvero colui che si occupa di sistemare gli articoli portati in redazione (il lavoro di "cucina", come si dice in gergo), ma collaborò anche, in qualità di critico cinematografico, con Architrave, periodico della Gioventù Universitaria Fascista (GUF) di Bologna e con L'Assalto, l'organo ufficiale della Federazione Fascista di Bologna.

Nel 1942 fu chiamato alle armi ma non partì per il fronte a causa di problemi cardiaci (che lo accompagneranno per tutta la vita). Il 18 dicembre 1943 si sposò con Lucia Ghetti (1921-2002), maestra elementare, e continuò a lavorare per Il Resto del Carlino fino alla primavera del 1944 quando, per evitare la chiamata alle armi della Repubblica di Salò, si rifugiò sulle montagne, dove finì poi per aderire alla Resistenza, entrando nelle brigate Giustizia e Libertà, legate al Partito d'Azione, di cui condivideva il programma e gli ideali.

In realtà, Biagi non combatté mai: il suo comandante, pur senza dubitare della sua fedeltà, lo trovava troppo gracile. Prima gli diede compiti di staffetta, poi gli affidò la stesura di un giornale partigiano, Patrioti, di cui Biagi era in pratica l'unico redattore e col quale informava la gente sul reale andamento della guerra lungo la Linea Gotica. Del giornale uscirono appena quattro numeri: la tipografia fu distrutta dai tedeschi. Biagi considerò poi sempre i mesi che passò da partigiano come i più importanti della sua vita: in memoria di ciò, volle che la sua salma fosse accompagnata al cimitero sulle note di Bella ciao.Corriere della Sera, 9 novembre 2007.

Terminata la guerra, Biagi entrò con le truppe alleate a Bologna e fu proprio lui ad annunciare dai microfoni della Radio alleata l'avvenuta liberazione (21 aprile 1945). Nello stesso anno fondò il settimanale Cronache (1945-47). Poco dopo venne assunto come inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino, che all'epoca aveva cambiato il proprio nome in Giornale dell'Emilia. Nel 1946 seguì come inviato speciale il Giro d'Italia, nel 1947 partì per la Gran Bretagna dove raccontò il matrimonio della futura regina Elisabetta II. Fu il primo di una lunga serie di viaggi all'estero come "testimone del tempo" che contrassegneranno tutta la sua vita.

Gli anni Cinquanta e Sessanta La prima direzione: Epoca

Nel 1951 si recò, per conto del Carlino, nel Polesine dove, con una cronaca rimasta negli annali, descrisse l'alluvione che flagellò la provincia di Rovigo; nonostante il grande successo che riscossero quegli articoli, Biagi venne isolato all'interno del giornale per via di alcune sue dichiarazioni contrarie alla bomba atomica, che lo fecero passare per un comunista e considerare come un «pericoloso sovversivo» per il suo direttore.

Gli articoli sul Polesine furono letti però anche da Bruno Fallaci, direttore del settimanale Epoca e zio di Oriana Fallaci, alla ricerca di nuovi talenti per la sua redazione. Fallaci lo chiamò a lavorare come caporedattore al periodico. Biagi e la moglie - che avevano allargato la sua famiglia: erano già nate due figlie, Bice e Carla; nel 1956 arriverà Anna - lasciarono quindi l'amata Bologna per Milano.

Nel 1952 Epoca attraversava un momento difficile. Alla ricerca di scoop esclusivi da poter pubblicare in Italia, il nuovo direttore Renzo Segala, subentrato da un mese a Bruno Fallaci, decise di partire per gli Stati Uniti affidando a Biagi la guida del giornale per due settimane, ma stabilendo già in partenza i temi da affrontare durante la sua assenza: il ritorno di Trieste all'Italia e l'inizio della primavera. Nel frattempo, scoppiò però il caso Wilma Montesi: una giovane ragazza romana venne ritrovata morta sulla spiaggia di Ostia; ne nacque uno scandalo in cui rimase coinvolta l'alta borghesia laziale, il prefetto di Roma e Piero Piccioni, figlio del ministro Attilio Piccioni, il quale rassegnò le dimissioni. Biagi, intuendo la grande risonanza che il caso Montesi stava avendo nel Paese, decise, contro ogni disposizione, di dedicare a esso la copertina e di pubblicare un'inedita ricostruzione dei fatti. Fu un successo clamoroso: la tiratura di Epoca crebbe di oltre ventimila copie in una sola settimana e Mondadori tolse la direzione a Segàla, da poco tornato dagli Stati Uniti, affidandola a Biagi. (4:22)

Sotto la direzione di Biagi, Epoca s'impose nel panorama delle grandi riviste italiane surclassando la storica concorrenza dellEspresso e dellEuropeo. La formula di Epoca, a quel tempo innovativa, punta a raccontare con riepiloghi e approfondimenti le notizie della settimana e le storie dell'Italia del boom. Un altro scoop esclusivo sarà la pubblicazione di fotografie che raffigurano un umanissimo papa Pio XII che gioca con un canarino.

Nel 1960 un articolo sugli scontri di Genova e Reggio Emilia contro il governo Tambroni (che avevano provocato la morte di cinque operai in sciopero, tanto da essere definita strage di Reggio Emilia) provocò una dura reazione dello stesso governo, per cui Biagi fu costretto a lasciare Epoca. Qualche mese dopo fu assunto dalla Stampa come inviato speciale.

L'arrivo alla Rai: il Telegiornale

Il 1º ottobre 1961 divenne direttore del Telegiornale della Rai. Biagi si mise subito all'opera, applicando la formula di Epoca al TG, dando meno spazio alla politica e maggior rilievo ai «guai degli italiani», come chiamava le mancanze del sistema nazionale. Realizzò una memorabile intervista a Salvatore Gallo, l'ergastolano ingiustamente rinchiuso a Ventotene, la cui vicenda porterà in seguito il Parlamento ad approvare la revisione dei processi anche dopo la sentenza della Cassazione. Dedicò servizi agli esperimenti nucleari dell'Unione Sovietica che avevano seminato il panico in tutta Europa. Fece assumere in Rai grandi giornalisti come Giorgio Bocca e Indro Montanelli, ma anche giovani come Enzo Bettiza ed Emilio Fede, destinati a una lunga carriera.

Nel novembre del 1961 arrivarono inevitabili le prime polemiche: il democristiano Guido Gonella, in un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Mario Scelba - poi passata alla storia per gli attacchi alle gambe nude delle gemelle Kessler, - accusò Enzo Biagi di essere fazioso e di «non essere allineato all'ufficialità». Un'intervista in prima serata al leader comunista Palmiro Togliatti gli procurò un duro attacco da parte dei giornali di destra, che iniziarono una campagna aggressiva contro di lui.

Nel marzo del 1962 lanciò il primo rotocalco televisivo della televisione italiana: RT Rotocalco Televisivo. Apparve per la prima volta in video con un servizio realizzato da Gianni Bisiach su Corleone, che raccontò per primo nella storia della televisione italiana il fenomeno della mafia in Sicilia; il timido Biagi ricorderà sempre come un tormento le sue prime registrazioni. Condusse la trasmissione fino al 1968. A Roma tuttavia Biagi si sentiva con le mani legate. Le pressioni politiche erano insistenti; Biagi aveva già detto di no a Giuseppe Saragat, che gli proponeva alcuni servizi, ma resistere era difficile malgrado la solidarietà pubblica manifestatagli da personaggi celebri del periodo come Giovannino Guareschi, Garinei e Giovannini, Giangiacomo Feltrinelli, Liala e dallo stesso direttore generale della Rai Ettore Bernabei.

Nel 1963 decise di dimettersi - dopo l'ultima puntata chiusa da I ragazzi di Arese di Gianni Serra - e di tornare a Milano dove divenne inviato e collaboratore dei quotidiani Corriere della Sera e La Stampa. Nello stesso anno, a seguito della scomparsa di Andrea Damiano, venne chiamato alla direzione di Due più Due, la rivista mensile per i dipendenti del Gruppo MontecatiniDue più Due, anno 14, n. 10, ottobre 1963.. Nel 1967 entrò nel gruppo Rizzoli come direttore editoriale. Firmava i suoi pezzi sul settimanale L'Europeo e trasformò il periodico letterario Novella in un giornale di cronaca rosa. Nel 1968 tornò alla Rai per la realizzazione di programmi di approfondimento giornalistico. Tra i più seguiti e innovativi: Dicono di lei (dal 17 maggio 1969), una serie di interviste a personaggi famosi, tramite frasi, aforismi, aneddoti sulle loro personalità e Terza B, facciamo l'appello (1971), in cui personaggi famosi incontravano dei loro ex compagni di classe, amici dell'adolescenza, i primi timidi amori.

Gli anni Settanta, Ottanta, Novanta

Nel 1970 fu nominato direttore de Il Resto del Carlino, con l'obiettivo di trasformarlo in un quotidiano nazionale. Venne data più attenzione alla cronaca e alla politica. Biagi esordì con un editoriale, che intitolò "Rischiatutto" come la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, andata in onda su Rai 1, commentando il caos in cui si stavano svolgendo le elezioni del presidente della Repubblica (che videro poi l'elezione di Giovanni Leone) e che tennero impegnato il Parlamento per diverse settimane, concludendosi alla vigilia di Natale dopo 23 giorni.

L'editore Attilio Monti era in buoni rapporti con il ministro delle finanze Luigi Preti, che pretendeva che il giornale desse risalto alle sue attività. Biagi ignorò le richieste di Preti; poco dopo però pubblicò la sua partecipazione ad una festa al Grand Hotel di Rimini, che Preti smentì vigorosamente. La replica di Biagi ("ci dispiace che lo sbadato cronista abbia preso un abbaglio; siamo però convinti che i ministri, anche se socialisti, non hanno il dovere di vivere sotto i ponti") mandò Preti su tutte le furie, tanto da premere per il suo allontanamento.Enzo Biagi, Era ieri Questo episodio, insieme all'intimazione di Monti a Biagi affinché licenziasse alcuni suoi collaboratori - tra cui il sacerdote Nazareno Fabbretti, "colpevole" di aver firmato un'intervista alla madre di don Lorenzo Milani - fu all'origine dell'uscita di Biagi dalla redazione del quotidiano bolognese. Il 30 giugno 1971 firmò il suo addio ai lettori e tornò quindi al Corriere della Sera.

Nel 1974, pur senza lasciare il Corriere, collaborò con l'amico Indro Montanelli alla creazione de Il Giornale.Televideo Rai 8 novembre 2007 Nella trasmissione Passato e presente del 9 luglio 2025, il giornalista Paolo Mieli afferma che nel 1976, in occasione del disastro di Seveso, Enzo Biagi si offrì di andare sul luogo e realizzò dei reportage per il Corriere della Sera, che lo resero ancora più famoso, pur essendolo di già, avendo egli intuito l'ampiezza della tragedia. Il giornalista intervistò anche Rosalia Conti, una donna che abitava con la sua famiglia a Seveso.