La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù è un opera del filosofo sociale anglo-olandese Bernard de Mandeville. Il libro comprende il poema satirico L'alveare scontento, ovvero i furfanti divenuti onesti (The Grumbling Hive, or Knaves Turn'd Honest), pubblicato inizialmente in forma anonima nel 1705 in 433 versi, una discussione in prosa del poema intitolata "Osservazioni" e un saggio dal titolo Indagine sull'origine della virtù morale.
Nel 1714 l'operetta fu ristampata, con l'aggiunta del sottotitolo Vizi privati e pubbliche virtù, divenuta una frase proverbiale; nel 1723 fu pubblicata una seconda edizione col titolo Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits (La favola delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù), contenente due nuovi saggi. Nel 1729, apparve la "Parte seconda"; infine, nel 1732 uscì l'ultima edizione pubblicata con l'autore vivente.
Ne L'alveare brontolone, Mandeville descrive una comunità di api che prospera finché le api stesse non decidono di vivere all'insegna dell'onestà e della virtù. Abbandonando il desiderio di profitto personale, l'economia dell'alveare crolla ed esse finiscono per condurre vite semplici e "virtuose" all'interno di un tronco cavo. L'implicazione di Mandeville — ovvero che i vizi privati generino benefici sociali — suscitò scandalo quando l'opera attirò l'attenzione pubblica, in particolare dopo l'edizione del 1723.
Secondo Edward J. Hundert, la teoria sociale di Mandeville e la tesi del libro sostengono che "la società contemporanea è un aggregato di individui mossi dal proprio interesse, legati tra loro non da impegni civici condivisi o da rettitudine morale, bensì, paradossalmente, dai fragili vincoli dell'invidia, della competizione e dello sfruttamento". Mandeville lasciava intendere che le persone fossero ipocrite nel sostenere idee rigorose su virtù e vizio, pur non agendo in conformità a tali convinzioni nella vita privata. Egli osservava che coloro i quali predicavano contro il vizio non si facevano scrupolo di trarne vantaggio sotto forma della ricchezza complessiva della società; ricchezza che Mandeville considerava il risultato cumulativo di vizi individuali (quali il lusso, il gioco d'azzardo e la criminalità, che andavano a beneficio di avvocati e sistema giudiziario).
La messa in discussione, da parte di Mandeville, della concezione diffusa di virtù — secondo cui solo un comportamento cristiano e disinteressato poteva dirsi virtuoso — scatenò una controversia che si protrasse per tutto il XVIII secolo, influenzando pensatori sia nell'ambito della filosofia morale che in quello dell'economia. Negli ultimi anni, alcuni filosofi hanno trasposto i concetti mandevilliani di virtù e vizio dall'etica all'epistemologia, sostenendo che quelli che a livello individuale potrebbero apparire come vizi intellettuali talvolta contribuiscono all'indagine collettiva. La Favola influenzò le idee sulla divisione del lavoro e sul libero mercato (laissez-faire); inoltre, la filosofia utilitaristica si sviluppò proprio mentre i critici di Mandeville, nel difendere le proprie concezioni della virtù, finivano per modificarle. La sua opera ebbe un influsso significativo su esponenti dell'Illuminismo scozzese quali Francis Hutcheson, David Hume e Adam Smith.
Genesi editoriale La genesi de La favola delle api risale alla pubblicazione anonima, da parte di Mandeville, del poema The Grumbling Hive: or, Knaves Turn'd Honest (L'alveare brontolone, ovvero: furfanti divenuti onesti) il 2 aprile 1705; l'opera uscì in formato in quarto al prezzo di sei pence, ma ne fu realizzata anche una versione pirata venduta a mezzo penny. Nel 1714, il poema fu incluso ne La favola delle api: ovvero, vizi privati, pubblici benefici (The Fable of the Bees: or, Private Vices, Publick Benefits), anch'esso pubblicato in forma anonima. Il volume comprendeva un saggio intitolato An Enquiry into the Origin of Moral Virtue (Indagine sull'origine della virtù morale) e venti "Osservazioni" (Remarks). La seconda edizione, del 1723, fu venduta a cinque scellini e includeva due nuove parti: An Essay on Charity and Charity-Schools (Saggio sulla carità e sulle scuole di carità) e A Search into the Nature of Society (Ricerca sulla natura della società). Questa edizione fu quella che suscitò maggiore interesse e notorietà. A partire dall'edizione del 1724, Mandeville incluse una "Difesa" (Vindication) — pubblicata inizialmente sul London Journal — in risposta alle critiche ricevute. Tra il 1724 e il 1732 vennero pubblicate ulteriori edizioni, con modifiche limitate a questioni stilistiche, lievi variazioni lessicali e alcune nuove pagine di prefazione. In questo periodo, Mandeville lavorò a una "Parte II", costituita da sei dialoghi, che fu pubblicata nel 1729 con il titolo The Fable of the Bees. Part II. By the Author of the First.
Una traduzione francese fu pubblicata nel 1740. La traduzione, opera di Émilie du Châtelet, non era particolarmente fedele all'originale; secondo Kaye, si trattava di "una traduzione libera, in cui l'elemento rabelesiano presente in Mandeville era stato attenuato". A quell'epoca, i letterati francesi conoscevano già Mandeville grazie alla traduzione del 1722, a cura di Justus van Effen, della sua opera Free Thoughts on Religion, the Church and National Happiness. Avevano inoltre seguito le vicende legate allo scandalo suscitato dalla Favola in Inghilterra. Il libro godette di particolare popolarità in Francia tra il 1740 e il 1770. Esercitò un'influenza su Jean-François Melon e su Voltaire; quest'ultimo aveva conosciuto l'opera durante il suo soggiorno in Inghilterra tra il 1726 e il 1729 e ne aveva ripreso alcune idee nel poemetto Le Mondain(1736). Una traduzione tedesca apparve per la prima volta nel 1761.
L'edizione critica del 1924 di Frederick Benjamin Kaye, basata sulla sua tesi di Dottorato discussa a Yale e pubblicata dalla Clarendon Press dell'Università di Oxford, comprendeva un ampio apparato di commento e critica testuale. Essa, che resta ancor oggi l'edizione commentata di riferimento, ravvivò l'interesse per la Favola, la cui popolarità era scemata nel corso del XIX secolo. L'edizione di Kaye – definita un "modello di come dovrebbe essere un'edizione corredata di un apparato critico completo" e tuttora rilevante per gli studi su Mandeville – è stata ristampata in facsimile nel 1988 dall'americana Liberty Fund.
Sinossi L'alveare felice
In un apparentemente felice alveare viveva uno sciame di api organizzato in una società ben ordinata e regolata dalle leggi. Da loro non vi era tirannia, né la democrazia che genera disordini. La loro vita era molto simile a quella degli uomini. Milioni di api lavoravano a produrre tutto ciò che serviva alla prosperità, di cui godeva, però, a malapena la metà dell'alveare; in un sistema in cui comparivano disparità sociali tra chi, possedendo capitali, faceva grandi profitti, e coloro che si guadagnavano il pane con i mestieri più faticosi.
Altri, senza ricchezze da investire, senza arte né parte, vivevano nel lusso sfruttando gli ingenui lavoratori: «Tali erano i cavalieri d'industria, i parassiti, i mezzani, i giocatori, i ladri, i falsari, i maghi, i preti.» Quelle api che poi avessero voluto difendersi da quei malfattori cadevano nelle mani di altri furfanti come gli avvocati che, mirando solo al loro onorario, facevano in modo che le liti non si esaurissero mai, invocando continui cavilli, usando le leggi per mandare in rovina chi si era rivolto a loro per aiuto e desiderio di giustizia.
Nella stessa categoria dei furfanti vanno inseriti i medici, la cui competenza scientifica non va al di là di una qualche pratica acquisita superficialmente. Anch'essi non mirano che alle loro parcelle e a essere riveriti da quelli con cui agiscono in combutta, arricchendosi con le nascite e i funerali: i farmacisti e i preti. Questi ultimi, individui ignoranti e pigri, pagati per attirare la benedizione di Giove sull'alveare, in realtà badano solo a soddisfare nel lusso i loro vizi, mentre coloro che veramente conducono una vita di rinunce e preghiere muoiono di fame.
Allo stesso modo, proprio i soldati che vilmente fuggono di fronte al nemico, alla fine vengono trattati meglio di coloro che si sono sacrificati all'obbedienza militare: questi, per aver subito numerose mutilazioni combattendo coraggiosamente, vengono messi da parte come inabili. Così, tra i ministri del re solo pochi fanno l'interesse del sovrano mentre molti fanno i loro comodi, chiamando equi emolumenti le vere e proprie malversazioni che essi camuffano e nascondono agli occhi delle api approfittando delle loro prerogative.
Nell'alveare, la spada della giustizia, anziché esser cieca, vede bene l'oro che la corrompe e colpisce solo le api più povere e indifese che hanno commesso crimini per necessità, mentre la sua bilancia pende sempre dalla parte dei più forti e ricchi.
La rivoluzione dei probi Il popolo incostante delle api, però, non si rendeva conto di vivere nel migliore dei modi possibili e cominciò a lagnarsi delle ingiustizie e proprio colui che più si era arricchito a spese del re e dei poveri invocava la fine delle malversazioni. Costui era un guantaio che vendeva pelli d'agnello spacciandole per pelli di capretto, ma il popolo lo seguiva invocando la probità. Mercurio, dio dei ladroni, rideva della loro ingenuità, mentre Giove, adirato, decise di accontentare le api diffondendo per tutto l'alveare l'onestà e la giustizia. Avvenne così la rivoluzione.
Gli avvocati si ritirarono dalla professione, i carcerieri e i fabbri, addetti alle catene e alle serrature, rimasero senza lavoro. La dea della giustizia, divenuta rigida e inflessibile, se ne andò a dimorare sulle nuvole allontanandosi dalle miserie umane, seguita dal fedele boia con i suoi strumenti, l'ascia e la corda. Nell'alveare rimasero solo i medici veramente abili nella loro professione che sentivano come loro dovere curare i malati, servendosi solo delle medicine che la bontà degli dei dà agli uomini attraverso la natura. Dei preti rimasero solo i pochi che credevano nella loro missione. Alla religione ora bastava la cura del pontefice, che badava solo agli affari dell'anima, lasciando allo stato le questioni politiche. I ministri diminuirono di numero poiché una sola persona poteva coprire le funzioni che prima, per molti, erano solo occasioni di malversazioni. Niente più eserciti per incutere rispetto agli stati stranieri: si sarebbe combattuto solo per difendersi.
Ogni cosa che andasse al di là della semplice sopravvivenza fu abbandonata. Ogni tipo di arte decadde. I libertini non scialacquarono più il loro denaro per mantenere le loro amanti nel lusso. Ogni spesa superflua fu abbandonata. Non vi fu più necessità di seguire la moda nell'abbigliamento e si usò la stessa veste per tutto l'anno.
La fine dell'alveare
Le api senza lavoro cominciarono ad abbandonare l'alveare, che fu attaccato dai nemici. Le api combatterono valorosamente e vinsero, ma a caro prezzo, con la morte di parecchie migliaia di loro. Quelle rimaste, sfiancate dal duro ma onesto lavoro e dalla guerra, non volendo più vivere in un alveare dove rinascesse il lusso e l'ingiustizia, se ne andarono ad abitare nel cavo di un albero «dove a loro non resta altro, della loro antica felicità, che la contentatura dell'onestà.»
La triste sorte dell'alveare dunque insegna una volta per tutte che:
Il pensiero dell'autore L'opera, che risente delle idee libertine che si stavano sviluppando in Europa, vuol essere la critica di una società ipocrita, avviata allo sviluppo industriale, che vuol presentarsi come virtuosa nascondendo i suoi vizi, i quali, paradossalmente, sostiene Mandeville, sono necessari per il benessere collettivo della società.