Ifigonia in Culide è un poemetto goliardico in tre atti, composto a Torino nel 1928 da Hertz De Benedetti (Asti, 20 luglio 1904 - Vercelli 20 Dicembre 1987), all'epoca studente astigiano di medicina, e in seguito medico urologo. Esso venne pubblicato in forma anonima, sotto forma di dattiloscritto senza data e senza firma, e per questo motivo per lunghi anni si fecero congetture di ogni tipo sull'autore, sulla sua città di provenienza e sulla datazione dell'opera.Una voce, chiaramente priva di fondamento, attribuì per alcuni anni il Coro delle Vergini nientemeno che ad un giovane Gabriele D'Annunzio (questa leggenda si era diffusa tra gli studenti, equivocando scherzosamente con i titoli di due delle sue opere, Il libro delle vergini del 1884 e Le vergini delle rocce del 1895). Scritta in versi e strutturata come una tragedia greca (il titolo è un chiaro rimando a Ifigenia in Aulide), Ifigonia è una parodia burlesca del genere tragico che, come vuole lo spirito goliardico, fa ampio utilizzo di termini scurrili e allusioni sessuali. Il poemetto (divenuto uno dei simboli della goliardia italiana) ha avuto amplissima diffusione fra gli studenti di tutta Italia,Ifigonia era così popolare che di essa comparve nel 1970 persino una parodia a fumetti, la Nasonia, ripulita ad uso del pubblico giovanissimo cui era destinata. Vi agivano le caricature di Claudio Villa (il Re), Mike Bongiorno (il Gran Cerimoniere), il Professor Cutolo (il Gran Sacerdote), Antonella Steni (Nasonia) e, tra i pretendenti, i nasutissimi Gino Bartali, Nicola Arigliano e Giorgio Gaber, quest'ultimo vincitore della gara. La tragedia si concludeva quando Giorgio Gaber rivelava di essere in realtà il paffuto Bobby Solo. Nasonia estirpava le tonsille al canoro genitore e si suicidava. passando di mano in mano su edizioni clandestine riprodotte in proprio a mano o con la macchina per scrivere, delle quali venivano fatte altre copie ugualmente clandestine con la carta carbone, o riprodotte col ciclostile.

A causa di questa modalità di diffusione dell'opera, le versioni dell'Ifigonia in circolazione possono essere differenti in alcune parti dalla versione originale, perché molti dei copisti vollero aggiungervi del loro sotto forma di rime, strofe e personaggi apocrifi.In una di queste versioni apocrife in circolazione il Re di Corinto veniva chiamato Banano I, e gli veniva attribuita anche una moglie, tale "Filippa". Via via nel corso degli anni, ai versi venne associato dai copisti anche tutto un ricco apparato di glosse e note fuori testo fintamente serie ma in realtà umoristiche.Franco Ressa, A conti fatti, beati i matti: i Goliardi letterati, pag. 12.

Attribuzione dell'opera La rivelazione del nome dell'autore si ebbe nel 1975 grazie a Cesare Perfetto, inventore e patron del Salone Internazionale dell'Umorismo di Bordighera. Egli volle assegnare in quell'anno il premio Rama di Palma d'oro proprio ad Ifigonia, consegnando il premio nelle mani di colui che l'aveva composta.Marco Albera, Manlio Collino, Aldo Alessandro Mola, Saecularia Sexta Album, Studenti dell'Università a Torino, Sei secoli di Storia, pag. 114. L'autore, Hertz De Benedetti,Franco Ressa, A conti fatti, beati i matti: i Goliardi letterati, pag. 9. aveva scritto il suo poemetto nel 1928 quando, giovane goliarda, frequentava la Facoltà di medicina a TorinoIl dattiloscritto originale di Ifigonia venne esposto nel 2008 a Torino tra i pezzi in visione della mostra L'Università di Torino. Vicende e protagonisti di una storia plurisecolare, che si svolse dall'11 giugno al 24 luglio presso l'antico Palazzo dell'Università di Torino in via Po 17 (il palazzo, esempio di barocco piemontese e sede dell'Università fino al XIX secolo, risale al 1720 ed ospita oggi gli uffici del Rettorato). e partecipava nel contempo molto attivamente alla scapigliata vita goliardica torinese guidata all'epoca da Ovidio Borgondo (detto Cavur),Ovidio Borgondo detto “Cavur” (Cavur, scritto proprio così, senza la "o"), noto artista di teatro leggero e del varietà (Buenos Aires, Argentina, 1899-1961), di famiglia originaria di Crescentino, fu il protagonista della vita goliardica italiana e torinese tra le due guerre. Fuoricorso pluribollato, dopo diciassette anni passati ad Economia e Commercio cambiò Facoltà, si iscrisse a Giurisprudenza e si laureò finalmente nel Giugno del 1940, a quarant'anni, in Legge. Si iscrisse subito a Scienze Politiche, dove conseguì dopo un anno (nel novembre 1941), la sua seconda laurea. Si iscrisse successivamente a Medicina, ma dovette interrompere gli studi. Per giustificare la sua permanenza all'Università, aveva propalato in giro la falsa leggenda di essere beneficiario di un lascito di un ricco zio prete defunto, il quale avrebbe dato disposizione di corrispondergli il vitalizio fino a che egli fosse rimasto iscritto all'Ateneo. Ma si trattava di uno scherzo: anche se Cavur per gioco si divertiva ad impersonare lo studente inetto e nullafacente, in realtà per mantenersi lavorava come autore e attore di rivista, sfruttando la sua vena artistica sui palcoscenici di tutta Italia. Nell'ambito della scena teatrale torinese, dopo aver partecipato con successo alla rivista goliardica Fra gonne e colonne del 1928, scrisse e fu protagonista delle riviste studentesche Come me la godo! (1930, in collaborazione con Angelo Nizza e Riccardo Morbelli), Va' all'inferno! (1932), Meglio un asino vivo (1933, di nuovo in collaborazione con Angelo Nizza e Riccardo Morbelli), Attenzione, attenzione! (1937), Giovanotti in aula! (1939), Io?...Mai stato! (1945). Nell'allestimento delle sue riviste torinesi, Cavur si avvalse della collaborazione del regista dell'EIAR Riccardo Massucci, già regista del celeberrimo programma radiofonico I quattro moschettieri (che andò in onda dal 1934 al 1937 proprio dagli studi dell'EIAR di Torino). autore e attore in tutte le riviste teatrali studentesche torinesi degli anni venti e trenta, messe in scena con la Compagnia Teatrale Goliardica Camasio e Oxilia che Borgondo stesso aveva fondato. Il titolo originario era Ifigonia. Commedia e tragedia classica in tre atti.Come si vede, le trascrizioni posteriori di successive generazioni di copisti ne hanno persino stravolto il titolo originale, aggiungendovi il suffisso "in Culide". Nelle sue memorie, scritte dopo la guerra e dedicate al suo ventennio di vita universitaria, Cavur non mancò di nominare (pur indirettamente, attraverso il suo soprannome goliardico)Il soprannome goliardico di Hertz De Benedetti, attributogli dagli amici dopo il 1928, era Ifigonia l'amico Hertz De Benedetti,Ovidio Borgondo Cavur, fin dagli anni venti, aveva riunito gli amici compagni di goliardia e di bagordi in un gruppo chiamato La Nave Ammiraglia (nel quale, oltre a Cavur nelle vesti di Ammiraglio, tutti i membri ricoprivano scherzosi incarichi marinareschi). Questo gruppo si ritrovava a Torino, in piazza Carlo Felice, presso la Casa del Caffè (un locale non più esistente, all'angolo con Corso Vittorio Emanuele). Anche Hertz De Benedetti fu uno dei "marinai" membri della Nave Ammiraglia, e tutti i compagni della Nave Ammiraglia presero poi parte alle riviste messe in scena da Cavur. e di raccontare la nascita davanti ai suoi occhi del poemetto, da Cavur definito «un capolavoro che fece, e continua a fare, il giro di tutte le scuole, i collegi e le Università d'Italia».Marco Albera, Un ventennio di vita e teatro goliardico torinese: l'autobiografia inedita di Ovidio Borgondo detto Cavur, 1919-1942 (Tesi di Laurea), Torino, 1991. De Benedetti, conseguita la laurea, si specializzò in urologia e si trasferì a Vercelli, ma allo scoppio della seconda guerra mondiale fu richiamato in servizio come ufficiale medico e inviato in Montenegro. Dopo la guerra continuò a lavorare presso il reparto di Urologia dell'Ospedale di Vercelli e ne divenne il Primario.

Prima diffusione tramite copie dattiloscritte Per oltre quarant'anni, nonostante l'immediato successo, nessuno osò pubblicarla a stampa, e Ifigonia (come già detto) circolò per tutta la Penisola soltanto in copie uniche dattiloscritte semiclandestine, ma ciò non ostacolò affatto la sua diffusione.D'altronde sarebbe stato molto rischioso stamparla: il Codice Zanardelli (risalente al 1889 e rimasto in vigore fino al 1930) comminava minaccioso all'art. 339 (oltre al sequestro dell'opera) la reclusione per «Chiunque offenda il pudore con scritture, disegni o altri oggetti osceni, sotto qualunque forma distribuiti o esposti al pubblico…» e il successivo Codice Rocco del 1930 all'art. 528 continuava a minacciare la galera per «Chiunque (…) metta in circolazione scritti, disegni, immagini o altri oggetti osceni di qualsiasi specie (…)». Nel 1961 a Torino un gruppo di goliardi avrebbe voluto pubblicare a stampa il poemetto (ormai divenuto celeberrimo), commentandolo con note e postille e arricchendolo con sedici disegni relativi alle parti salienti del testo, e aveva già preso accordi con una tipografia.Franco Ressa, A conti fatti, beati i matti: i Goliardi letterati, pag. 13 Tale edizione però non vide mai la luce, perché l'avvocato Roberto Vittucci Righini, a quel tempo alla testa del M.O.V.A.T. (Maximus Ordo Victoriae Augusta Taurinorum), dissuase fermamente sia i goliardi che la tipografia dal procedere alla sua stampa e alla diffusione, reputando troppo elevato (nella temperie sociale italiana dell'epoca) il rischio di guai giudiziari che ne sarebbe derivato.In effetti, anche la legge di Pubblica Sicurezza (T.U. 6-11-1926 n.1848), all'art.112. avvertiva che «non possono esporsi a pubblica vista, né offrirsi in vendita, né detenersi per vendere, né fabbricare (…) a fine di vendita o di distribuzione, scritti, stampati, incisioni, litografie, figure (…) offensivi della pubblica decenza…».

Ifigonia stampata Le prime versioni stampate di Ifigonia comparvero in vendita a Torino sulle bancarelle dei libri usatiIfigonia non fu messa in vendita nelle paludate librerie normali, ma sulle bancarelle dei venditori dei libri d'occasione (che a Torino si trovavano tradizionalmente in Corso Siccardi). soltanto nel 1969, in calce al Libretto Rosso dell'Universitario (una raccolta scherzosa di canti goliardici)La versione di Ifigonia pubblicata nel 1969 non conteneva tutto il ricco apparato di note. Esso invece comparve integralmente sulla successiva edizione curata da Castelli e Brivio nel 1970 ne I Canti Goliardici, che proponeva la versione dellIfigonia diffusa a Milano dallOrdo Spadonis negli anni sessanta, la quale a sua volta riprendeva la versione torinese (con le note) del 1961 (quella che si tentò inutilmente di editare). quando la rivoluzione sessuale degli anni sessanta aveva ormai operato un sostanziale mutamento nella morale comune (anche se le prime edizioni non indicavano né il nome vero dell'editore, né la città di edizione). Nel 1970 lIfigonia venne inclusa in una raccolta di canti goliardici curata da Alfredo CastelliAlfredo Castelli (Milano, 1947) è un fumettista italiano. È noto soprattutto per aver ideato, nel 1982, la sua serie di maggior successo: Martin Mystère, il detective dell'impossibile, tuttora pubblicata da Sergio Bonelli Editore con cadenza bimestrale. È anche uno storico del fumetto e di letteratura popolare. e Roberto Brivio,Roberto Brivio (Milano, 1938) è un attore, autore, cantante, chansonnier e cabarettista italiano, membro negli anni Sessanta del gruppo di cabaret de I Gufi. pubblicata (in attinenza alle strofe spudorate) come allegato a La Mezz'ora, una delle storiche riviste erotiche italiane rivolte al pubblico maschile edite a Milano in quegli anni. Nel 1971 a Roma venne pubblicata in edizione propria, abbinata al poemetto ottocentesco Processo di Sculacciabuchi con prefazione del giornalista Enrico de Boccard.

Hertz De Benedetti accettò di uscire allo scoperto come autore del poema soltanto nel 1975, quando si era ormai ritirato dalla professione medica. Non rivendicò mai alcun diritto d'autore sulla sua opera.