In seguito criminale, dato che ha sottratto parte del riscatto nel rapimento di Giuseppe Soffiantini.
Ha avuto un ruolo di primo piano nel quadro di indagini e fatti relativi a vicende delittuose di grande rilevanza, legate a mafia, criminalità comune, politica e stragi terroristiche, tra cui gli arresti di Flavio Carboni e Totò Riina.
Carriera nell'arma dei Carabinieri
Figlio di un maresciallo dei carabinieri, nasce in provincia di Reggio Calabria e frequenta il liceo classico a Locri. S'iscrive poi alla facoltà di giurisprudenza dell'Università degli Studi di Messina ed accede alla Scuola allievi sottufficiali dei carabinieri. Nel 1957, uscito dalla scuola di Firenze con il grado di vicebrigadiere, viene destinato per il primo incarico a Rho (MI), ove conosce Carla Valsesia, una professoressa di lettere che diverrà poi sua moglie.
Nel 1961 accede all'Accademia militare di Modena, dalla quale, alla fine di un biennio di corsi, nel 1963, passa alla Scuola Ufficiali Carabinieri di Roma che frequenta come sottotenente. Al termine dei corsi, e ottenuto il grado di tenente, viene destinato al comando della tenenza dei carabinieri di Verolanuova (Brescia). Da qui passa a Luino, una cittadina sul lago Maggiore in prossimità del confine svizzero, ove presta servizio per tre anni. Nel frattempo s'iscrive alla facoltà di scienze politiche dell'Università degli Studi di Pavia.
Nel 1969 viene destinato in Sardegna, ove presta servizio prima presso la tenenza di Sorgono e poi presso il nucleo investigativo di Nuoro. Impegnato sul fronte dei sequestri di persona, durante la rinascita del banditismo sardo, mette a frutto l'esperienza acquisita e si laurea in giurisprudenza all'Università degli Studi di Cagliari con una tesi sviluppata proprio su questo tipo di crimine. Ormai promosso capitano, ebbe un ruolo centrale nella cattura del latitante Giuseppino Càmpana.
All'inizio degli anni settanta torna in continente, destinato a Brescia al Nucleo investigativo. Dall'ottobre del 1972 si occupa per la prima volta di eversione, in relazione a una misteriosa serie di attentati dinamitardi ai danni di convogli ferroviari in Valtellina.
A Brescia resta in servizio sino al 1977, indi passa al comando del Nucleo investigativo dei carabinieri di Milano, occupandosi di malavita, mafia, terrorismo. Dal giugno del 1978 passa al SISMI, presso il quale presta servizio sino al 1987. Durante questi anni è impegnato prevalentemente in missioni all'estero, in Turchia, Brasile, Belgio, New York e Il Cairo, dove resta negli ultimi tre anni. Lasciate le funzioni presso lintelligence militare presta servizio brevemente a Roma, quindi è trasferito a Palermo come vicecomandante della Legione, poi al comando della Legione carabinieri di Alessandria.
Promosso generale di brigata, assume nel 1992 il comando della legione carabinieri Piemonte-Valle d'Aosta, con sede a Torino: il suo Vice era l'allora colonnello Leonardo Gallitelli, poi comandante generale dell'Arma. Nel 1994 passa al comando del secondo servizio della direzione centrale antidroga e di qui poi al Centro alti studi per la difesa. Infine, divenuto generale di divisione, dopo aver ricoperto per qualche mese la carica di vice ispettore delle scuole dell'Arma dei carabinieri, dal 14 settembre 1996 ne diviene ispettore. Sospeso da tutti gli incarichi professionali nell'Arma dopo essere incarcerato nella prigione militare di Peschiera, nell'aprile 1998 tentò il suicidio dentro la cella di detenzione. Delfino è andato in congedo con il grado di generale di divisione, ma successivamente, al termine della vicenda giudiziaria che lo ha visto condannato, è stato rimosso dal grado in sede disciplinare ed è divenuto soldato semplice.
Il coinvolgimento nel caso Calvi A seguito del passaggio organico di Delfino alle dipendenze del SISMI, nel quale a suo dire operò dal 1978 al 1987, egli ricopriva l'incarico di capo centro per l'Europa centrale, con sede a Bruxelles, quando nel giugno 1982 il corpo senza vita del banchiere Roberto Calvi fu rinvenuto sotto il ponte dei Frati Neri a Londra.
Missione a Londra
Secondo le deposizioni rilasciate da Delfino, prima davanti alla Commissione Parlamentare di inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi, inchiesta su stragi e depistaggi, il 25 giugno 1997 e, successivamente, il 1º febbraio 2006, in qualità di teste al processo per la morte di Calvi, egli fu l'unico agente italiano inviato a Londra in occasione del rinvenimento del cadavere del banchiere.
Secondo il suo racconto, nella nottata di venerdì 18 giugno 1982 Delfino fu avvertito telefonicamente dal suo Direttore di Divisione, il colonnello Vincenzo Sportelli, del ritrovamento del cadavere impiccato di Calvi, e incaricato di recarsi a Londra al più presto per prendere contatto con le autorità britanniche in merito al caso. Partì quindi il mattino successivo per Roma, da dove, ricevute altre istruzioni, raggiunse un aeroporto della capitale inglese, ove fu prelevato da agenti del MI5 (il servizio segreto militare britannico) che lo accompagnarono presso l'hotel "Hyde Park".
Il giorno dopo, domenica 20 giugno, Delfino fu accompagnato presso la sede del MI5, ove fu ricevuto dal Direttore del Servizio. Con questi avrebbe partecipato ad una riunione sul ritrovamento di Calvi, presente il consulente legale del MI5. Appreso che il magistrato inglese sarebbe stato orientato a chiudere rapidamente il caso come suicidio, Delfino afferma di essere intervenuto con energia al fine di bloccare tale iniziativa dellattorney, in quanto, a suo dire, il SISMI desiderava invece fossero effettuate approfondite indagini. Tuttavia, il consulente legale del Servizio avrebbe replicato a Delfino che la competenza sul caso sfuggiva alla giurisdizione del MI5, e che spettava invece alla City of London Police. Terminata la riunione - secondo Delfino - egli sarebbe stato condotto da un autista del MI5 a visionare solo esternamente l'ultima residenza di Calvi a Londra, quindi al ponte dei Frati Neri.
A causa della pioggia che cadeva copiosissima in quei giorni, il Tamigi era gonfio ed aveva invaso del tutto il proprio greto, sicché la banchina che lo delimita era, sotto il ponte, completamente sommersa. Osservata la scena del ritrovamento, Delfino afferma d'essersi subito persuaso che la dinamica di un presunto suicidio non fosse assolutamente credibile. Inoltre, l'autista gli avrebbe rivelato il particolare relativo alla presenza di pesanti mattoni rinvenuti nelle tasche di Calvi, non reperibili in alcun modo nelle vicinanze, ed avrebbe, di seguito, accompagnato Delfino presso un cantiere, distante circa 3 km dal ponte, dal quale - a suo dire - i mattoni sarebbero stati prelevati. Ancora, secondo Delfino, sarebbe stato lo stesso autista a rivelargli che l'ultima persona a incontrare Calvi vivo a Londra sarebbe stato Flavio Carboni, e a far notare che Calvi era finito sotto il ponte durante l'alta marea, diversamente il suo sopraggiungere avrebbe probabilmente trascinato via il cadavere, rendendolo introvabile.
Sempre secondo le sue deposizioni, Delfino, a seguito di tali sopralluoghi (che egli definisce comunque sommari e non comparabili neanche metodologicamente ad atti di Polizia giudiziaria) si sarebbe convinto pienamente che Calvi fosse stato ucciso. Tale convinzione, egli afferma, riporta al rientro a Roma, lunedì 21 giugno, quando incontra il Direttore del SISMI generale Ninetto Lugaresi, che lo conduce a colloquio con l'allora Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini (in "un ufficio dietro il Pantheon", secondo quanto riferito da Delfino). A Spadolini, a dire di Delfino impaziente di ottenere ragguagli circa il caso, già indicato dai media e dalla magistratura britannica come dovuto a suicidio, Delfino afferma di aver detto che, a suo parere, Calvi "si ha [sic] suicidato", a suo dire intendendo in tal modo sostenere che era stato ucciso.
La cattura di Flavio Carboni Subito dopo il rientro da Londra, secondo Delfino, egli sarebbe stato incaricato dai suoi superiori della missione di rintracciare e di assicurare alla giustizia Flavio Carboni. Allo scopo Delfino contatta subito il suo informatore "Franz", nome di copertura di Walter Beneforti, un ex funzionario di polizia poi attivo come investigatore privato e impegnato nell'area dei servizi, con il quale collaborava da tempo, e che aveva fornito informazioni puntuali ed utili nell'ambito delle indagini sulla P2.
Beneforti, secondo quanto riferisce Delfino, gli avrebbe fornito a stretto giro un numero telefonico del Canton Ticino, ottenuto il quale egli si sarebbe immediatamente recato a Lugano, prendendo contatto con Gualtiero Medici, delegato della polizia locale, con il quale era in stretti rapporti d'amicizia, forse sin dai tempi del comando esercitato nella vicina Luino, sottoponendogli il numero telefonico ottenuto.
Gualtieri avrebbe replicato che il numero era già sotto controllo e che corrispondeva ad una villa sulla strada tra Bellinzona e Locarno, probabilmente occupata da personaggi legati alla P2. Ulteriori indagini avrebbero condotto alla scoperta presso la villa di una seconda utenza telefonica, usata dagli occupanti per effettuare chiamate a seguito di tre squilli ricevuti sulla prima, cui nessuno rispondeva mai. La villa era frattanto discretamente sorvegliata all'esterno dalla polizia elvetica.
Dopo giorni di appostamenti, la mattina del 30 giugno 1982 finalmente tre persone uscirono dalla villa, e furono fermate: si trattava di Flavio Carboni, Andrea Carboni, fratello di Flavio, e della fidanzata del primo, Manuela Kleinszig, cittadina austriaca. Flavio Carboni, al momento del fermo, recava con sé, tra l'altro, tabulati relativi a depositi bancari il cui ammontare complessivo si aggirava tra i 40 e i 50 milioni di dollari. La documentazione sequestrata, secondo Delfino, fu da lui prontamente fotocopiata e inviata a Roma. Qualche giorno dopo il fermo la gestione del caso fu presa in carico direttamente dal Procuratore della Repubblica italiano Pierluigi Dell'Osso, che indagava sul crac del Banco Ambrosiano.
L'individuazione di Francesco Pazienza Terminata così la missione svizzera, Delfino riferisce di essere stato subito inviato dai suoi superiori del SISMI a New York, dove sarebbe giunto il 3 settembre 1982, di fatto perseguendo attività informative legate alla vicenda appena conclusa in Svizzera. Nel suo procedere, Delfino si avvale di nuovo delle informazioni - che definisce molto precise - che gli fornisce Beneforti (che morirà nei primi anni 2000, poco prima di essere escusso nel quadro del processo Calvi) al fine di localizzare Francesco Pazienza, nel quadro di indagini relative agli intrecci tra mafia e loggia massonica P2.
Delfino riferirà di aver avuto a disposizione tre linee telefoniche, che facevano capo al proprio ufficio a New York, sito nella sede della Rappresentanza diplomatica italiana presso l'ONU: una per telefonate interne, una per telefonate entro gli USA, una esclusiva e segreta per contatti intercontinentali con i propri superiori a Roma. Appena pochi giorni dopo aver preso possesso dell'ufficio, tuttavia, Delfino, rientrandovi, si sarebbe sentito riferire dal suo segretario piuttosto allibito di aver ricevuto proprio sulla linea segreta, in sua assenza, una chiamata dall'avvocato Domenico Lombino, che sollecitava un urgente colloquio.