La filosofia postmoderna è una corrente filosofica che assume un oltrepassamento delle idee che avevano caratterizzato la modernità. Iniziando come critica della filosofia continentale, è stata fortemente influenzata da fenomenologia, strutturalismo ed esistenzialismo, e dai filosofi Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger. È stata anche parzialmente influenzata dalla tarda critica della filosofia analitica da parte di Ludwig Wittgenstein. Il manifesto di tale corrente è La condizione postmoderna (1979) del filosofo francese Jean-François Lyotard.

Concetti della filosofia postmoderna Il termine "postmodernità" è stato impiegato in diversi campi disciplinari (architettura, letteratura, arte, sociologia, filosofia) secondo accezioni differenti. In ambito filosofico la sua fortuna è legata a già citato testo di Jean-François Lyotard e la sua diffusione si è imposta grosso modo lungo tutti gli anni Ottanta del XX secolo. Per Lyotard il termine postmoderno, nonostante dia l'idea di una periodizzazione storica, non indica propriamente una fase della storia che venga dopo l'epoca moderna, ma una condizione che fa già parte della modernità. Ai suoi occhi, fra moderno e postmoderno non s'inserisce tanto una discontinuità quanto piuttosto un rapporto di complessità, quasi che il secondo in certo modo si trovi già incluso nel primo.

Schematicamente, secondo i postmoderni, la modernità (cioè il periodo che va all'incirca da Cartesio a Nietzsche), sarebbe qualificata da talune direttrici fondamentali, quali: la tendenza a credere in visioni onnicomprensive del mondo (idealismo, marxismo, ecc...) capaci di fornire legittimazioni filosofiche al conoscere e all'agire; la tendenza a pensare in termini di "novità" e "superamento", ossia la propensione a identificare ciò che è "nuovo" con ciò che è "migliore" e ciò che è "trascorso" con ciò che è "superato"; la tendenza a concepire la storia in termini di "emancipazione", ossia come percorso progressivo di cui gli intellettuali conoscono i fini (la libertà, l'eguaglianza, il benessere, ecc...) e i mezzi idonei a realizzarli (la diffusione dei lumi, la rivoluzione proletaria, le conquiste della tecnoscienza, ecc...) la tendenza a concepire l'uomo come "dominatore" della natura e la concomitante esaltazione della scienza, con la conseguente riduzione della realtà a oggetto omologabile e formalizzabile secondo criteri di tipo ipotetico-sperimentale e con la parallela identificazione della ragione con la ragione scientifica; la tendenza a pensare secondo le categorie di "unità" e "totalità", in modo da subordinare la folla eterogenea degli eventi e dei saperi a gerarchie forti, mettenti capo a un unico centro e a un unico orizzonte globale di senso (ontologico, storico, gnoseologico, ecc...). A queste idee-madri della modernità i postmoderni contrappongono una costellazione di idee che, pur non potendo venir ridotta a un semplice capovolgimento dialettico del moderno, è pur sempre un’alternativa a esso: la sfiducia nei macro-saperi onnicomprensivi e legittimanti e la proposta di forme «deboli» (Vattimo) o «instabili» (Lyotard) di razionalità, basate sulla convinzione dell'inesistenza di fondamenti ultimi - e unitari - del sapere e dell'agire; il rifiuto dell'enfasi del "nuovo" e della categoria avanguardista di "superamento". Tant'è che il postmoderno, più che come l'ultima avanguardia, intende essere la fine di tutte le avanguardie; la rinuncia a concepire la storia alla stregua di un processo universale o necessario, in grado di fungere da piattaforma "garantita" dell'umanità verso l'emancipazione e il progresso: rinuncia che si accompagna all'elaborazione di un «pensiero senza redenzione», ossia a una sfiducia programmatica nei confronti di ogni terapia "salvifica" (politica, esistenziale, artistica, ecc...) finalizzata al raggiungimento di una condizione umana "trasparente" e dialetticamente "riconciliata" con se stessa; il rifiuto di identificare la ragione con la ragione tecnico-scientifica e di concepire l'uomo come "padrone" incontrastato della natura e dell'ambiente: rifiuto che connette la sensibilità postmoderna all'ecologismo, inteso come movimento di reazione agli effetti distruttivi del dominio tecnologico sulla natura e come ricerca di una nuova cultura dell'abitare; il privilegiamento del paradigma della molteplicità rispetto al paradigma dell'unità, ossia la consapevolezza che «il mondo non è uno, ma molti» (Vattimo). Il postmoderno, come si è visto, nasce da un atto di sfiducia nei confronti delle varie «storie di emancipazione», ovvero di quelle che Lyotard chiama i «grandi racconti», e si configura quindi come post-istorico, nel senso che tende a collocarsi oltre la concezione della storia che ha caratterizzato la modernità (tant'è che in alcuni contesti, il termine post-histoire viene usato come sinonimo di postmoderno).

Matrici storiche Il postmoderno filosofico non è soltanto il frutto di un insieme di suggestioni teoretiche o di convergenze speculative. Esso è anche il prodotto di trasformazioni storico-sociali che hanno inciso profondamente sulle condizioni di esistenza dell'uomo novecentesco. Infatti, alle spalle della cosiddetta moda post («post-qui, post-là») vi è una serie concatenata di avvenimenti storici (le guerre mondiali, gli orrori dei campi di concentramento, i fallimenti del socialismo reale, gli inconvenienti del capitalismo, i pericoli di una guerra atomica, la minaccia di una catastrofe ecologica, ecc...) che hanno minato alla base i principali «miti» della modernità, a cominciare da quelli del progresso e dell'emancipazione. Analogamente ad Adorno, Lyotard sintetizza questa strage di illusioni, in un'unica cifra: «Ci sono molti tipi di distruzione, diversi nomi che ne sono il simbolo. "Auschwitz" può esser preso come un nome paradigmatico per l'"incompiutezza" tragica della modernità», «Quale tipo di pensiero è capace di aufheben, nel senso hegeliano di cancellare e riprendere insieme, "Auschwitz" inserendolo in un processo generale, empirico e persino speculativo, volto verso l'emancipazione universale?».

Matrici sociali

Particolarmente stretti risultano anche i rapporti tra postmoderno e società "complessa" di tipo postindustriale. L'elemento mediatore è costituito dagli assetti pluralistici di tale società, di cui il postmoderno vuole essere la coscienza riflessa. Infatti, come si è visto, contro ogni forma di omogeneizzazione e di pianificazione, il postmoderno si sforza di far valere le istanze della molteplicità e della differenza, sino a farsi portavoce della fisionomia policentrica e diversificata delle odierne società plurirazziali e pluriculturali. Da ciò il progetto postmoderno di «un'umanità al plurale», capace di lasciarsi definitivamente alle spalle il sogno "medievale", ripreso da certo universalismo moderno, di un'unica verità, di un'unica fede e di un unico sistema di valori.

Il risalto dato alla società complessa ha condotto i postmoderni a valorizzare le tecnologie informatiche e multimediali che ne stanno alla base e che risultano incarnate dalla nuova figura dell'uomo come rice-trasmettitore di messaggi. A differenza dei francofortesi, che nei mezzi di comunicazione di massa scorgevano degli strumenti (negativi) di mistificazione e di dominio, i postmoderni considerano i mass-media come elementi (positivi) ineliminabili di qualsiasi società democratica, cioè basata su una molteplicità non omologabile di informazioni e di messaggi, che nella loro pluralità irriducibile, finiscono per coincidere con l'ambito stesso della realtà.

Per quanto riguarda le matrici sociali, dunque, il postmoderno si è qualificato, sin dall'inizio, come uno dei riflessi più significativi e sofisticati dei meccanismi di struttura della società postindustriale, a cominciare dal noto processo - caratterizzato dalla transizione delle tecnologie meccaniche alle tecnologie informatiche - che va sotto il nome di «informatizzazione della società» o di «egemonia dell'informatica» (Lyotard). Processo che ha coinciso con una «complessificazione» o «pluralizzazione inarrestabile» (Vattimo) delle condizioni di vita tardo-moderne e che ha prodotto, in concomitanza del decollo dei media, una vertiginosa esplosione e moltiplicazione delle Weltanshauungen.

Il postmoderno si presenta infine come il compimento o la realizzazione estrema del processo di «secolarizzazione del mondo» che ha caratterizzato il pensiero e la civiltà occidentale degli ultimi secoli. Infatti se la modernità si configura come il pensiero dell'Europa secolarizzata, il postmoderno, in quanto distruzione di ogni residua certezza «forte» scaturente dalle originarie matrici teologiche e metafisiche, si configura a rigore come la secolarizzazione che ha secolarizzato se stessa:

Storia della filosofia postmoderna Nel 1861 lo scienziato e filosofo francese A. A. Cournot parlò di post-histoire (Trattato sul concatenamento delle idee fondamentali nella storia) in riferimento all'ipotesi hegeliana di un compimento (e dunque di una fine) della storia nell'età moderna, che consegnerebbe tutto ciò che segue a una condizione per l'appunto, post-istorica. Ripresa da Arnold Toynbee (Studio sulla storia, 1934), la nozione di post-historie ricorre anche nella filosofia della storia di Oswald Spengler, nelle interpretazioni hegeliane di Alexandre Kojève, negli scritti di poetica di G. Benn e, più prossimamente, in A. Gehlen (Quadri d'epoca. Pittura e post-histoire, 1960).

Di postmodernismo aveva invece parlato nel 1934 il critico letterario spagnolo F. de Oniz (Antologia della poesia spagnola e ispano-americana), per indicare il superamento del modernismo negli anni 1905-1914. Senza relazione probabile con l'uso spagnolo, il termine postmodernismo fu usato, durante gli anni Sessanta, nella storia e nella critica letteraria americana, in riferimento alla generazione di autori nati intorno al 1930, le cui opere sono caratterizzate dal ricorso all'ironia o alla letteratura della letteratura. L'ironia e un rinnovato storicismo eclettico è ancora il tratto con cui si è parlato di postmoderno in architettura a partire dagli anni Sessanta, prima negli Stati Uniti e poi in Europa, sia sul piano delle poetiche, sia su quello della ricostruzione storiografica (R. Venturi e Denise Scott-Brown, Imparando da Las Vegas, 1972; Ch. Jencks, Il linguaggio dell'architettura postmoderna, 1977; P. Portoghesi, Dopo l'architettura moderna, 1980).

Gli studiosi hanno ormai ricostruito con precisione la storia del termine, dell’uso molto vario che ne è stato fatto, dei significati che gli sono stati attribuiti. Tra i primi a osservare da vicino il fenomeno e a tracciarne le mappe è stato Andreas Huyssen, uno studioso tedesco professore in America, poi sono venuti molti altri che hanno aggiunto documenti, precisato date e particolari.

Le fasi della filosofia postmoderna Si dà un breve sunto storiografico delle principali influenze della filosofia postmoderna.

La prima fase è quella che ha registrato, già alla fine degli anni Cinquanta, un senso abbastanza diffuso di stanchezza, ripiegamento, esaurimento delle forme espressive della modernità. Sono stati alcuni intellettuali e critici letterari americani, fra cui Irving Howe e Harry Levin, a usare allora il termine "postmoderno" in senso negativo, per esprimere il loro scontento nel vedere che la grande letteratura sperimentale e d’avanguardia della modernità (il cosiddetto High Modernism, quello di Yeats, Eliot, Pound e Joyce) stava perdendo vigore e prestigio, sotto gli assalti della cultura di massa e del midcult, con i quali veniva a compromessi.