La necropoli dell'Esquilino è la principale e più estesa necropoli protostorica di Roma. Si trovava a cavallo delle antiche Mura serviane, occupando principalmente la zona di piazza San Martino ai Monti, la dorsale di via dello Statuto, l'area di piazza Vittorio Emanuele II (in particolare presso la chiesa di sant'Eusebio) e dell'arco di San Vito (Porta Esquilina).

Storia L'inizio della sua frequentazione corrisponde alla cessazione d'uso della necropoli del Foro, abbandonata a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo a.C. (con l'eccezione delle tombe d'infanti, i suggrundaria, attestate fino alla fine del VII secolo a.C.) e testimonia l'allargamento della città in direzione della Velia e del Foro.

La necropoli si caratterizza per la presenza di corredi più ricchi e forniti di armi, tipici di una classe aristocratico-guerriera nata sul modello già attestato per altre zone del litorale tirrenico, come l'Etruria e la Campania.

Vi si trovano sepolture della fase IIB e, più tipicamente, del III periodo della cultura laziale, caratterizzate da corredi con vasi dalle forme più compresse (invece che globulari), con anse a doppio foro (bifore), più allungate verso l'alto e munite di decorazioni con costolature invece che a graffito o a stampo.

La necropoli fu utilizzata fino alla seconda metà del I secolo a.C. e si concluse con la bonifica del sito tra il 42 ed il 38 a.C. (probabilmente un colossale interro) da parte di Gaio Cilnio Mecenate (68 a.C.-8 a.C.), amico e consigliere di Augusto (27 a.C.-14 d.C.), che vi costruì una villa suburbana (Horti Maecenatis).

Scoperta, studi e fasi cronologiche del sepolcreto La scoperta del sepolcreto, il più esteso fra quelli rinvenuti in Roma, va collegata con l'indiscriminato fervore urbanistico-edilizio che interessò la città negli anni immediatamente successivi al 1870 ed alla proclamazione di Roma Capitale.

Gli sterri necessari per realizzare la rete viaria del nuovo quartiere Esquilino portarono alla luce numerose sepolture protostoriche, che apparvero addensate principalmente lungo la dorsale del tracciato di via Giovanni Lanza e nell'area dell'attuale piazza Vittorio Emanuele II.

La date d'inizio e termine dei lavori di escavazione non sono conosciute e lo stesso genere d'incertezza ammanta un po' tutte le notizie che abbiamo dei ritrovamenti.. L'individuazione delle tombe ed il recupero dei corredi furono fatti inizialmente con una certa cura da parte degli ispettori incaricati dalla Commissione Archeologica Comunale; successivamente buona parte dei corredi non inventariati che si andavano man mano stipando nei magazzini della Commissione fu trafugata ed in parte rimescolata e confusa nel corso del trasporto presso l'Antiquarium comunale del Celio (Orto Botanico), al punto che oggi non conosciamo, per le tombe rinvenute prima del 1884, la loro esatta provenienza.

Dal 4 maggio 1882 in poi si procedette con maggior rigore grazie al contributo di Michele Stefano de Rossi e dei suoi collaboratori, che inventariarono tutti i corredi prima di immagazzinarli. Purtroppo i cartellini utilizzati per l'inventario e collocati fra gli oggetti risultano oggi, tranne quattro o cinque casi, tutti illeggibili ed a nulla servono i rapporti di scavo degli ispettori cui essi erano collegati. La suppellettile, immagazzinata nell'Antiquarium del Celio, creato nel 1894, vi fu in seguito esposta definitivamente nel 1929 (sala X) quando il deposito fu restaurato, riordinato ed inaugurato come nuovo "Museo delle arti minori" (Antonio Muñoz . L'Antiquarium. Capitolium 8: pp. 3, 4, 10, 20).. Oggi è pertanto impossibile procedere ad una esatta ricostruzione dei corredi. A ciò si aggiunga pure che del sepolcreto esquilino non è rimasta neppure una pianta con l'esatto posizionamento topografico delle sepolture rinvenute anche dopo il 1882, se si eccettua quanto confluito nella preziosissima Forma Urbis Romae del Lanciani (tavv. 23 e 24) e nelle piante ricostruite a posteriori da Giovanni Pinza. Certamente l'archeologia ha perso, con la débâcle del sepolcreto dell'Esquilino, l'occasione irripetibile di gettare luce su uno spaccato larghissimo della vita di Roma protostorica, arcaica e mediorepubblicana.

I limiti topografici della necropoli non sono ben chiari: le indagini non furono portate avanti in maniera sistematica e finalizzata alla ricerca dei confini del sepolcreto, bensì avvennero casualmente. Certo è che soltanto una piccola parte della necropoli risultò esplorata. Le tombe, assenti nei terreni adiacenti a Palazzo Brancaccio su via Merulana (sud, sud-ovest), cominciarono ad apparire verso nord, nord-est, per farsi numerosissime presso via dello Statuto (San Martino ai Monti) e, come detto in precedenza, via Lanza; cfr. Bullettino della Commissione archeologica comunale di Roma 1886: p. 113.. Molto numerose si rinvennero anche nella zona della valletta di piazza Vittorio Emanuele II, vicino alle chiese di sant'Eusebio e di san Giuliano, tra via Napoleone III, Carlo Alberto e via dello Statuto, mentre scarse risultarono nella valle di via Labicana.

Alcuni saggi di scavo furono eseguiti nel 1931 da Antonio Maria Colini. nelle vicinanze di piazza Vittorio Emanuele II e di via dello Statuto. Purtroppo agli scarni resoconti del Colini non fu associata una adeguata documentazione a livello di sezione stratigrafica dei saggi.

Gli studi hanno accertato l'ampia estensione cronologica del sepolcreto, la cui frequentazione si conclude con l'intervento di Mecenate, che rende edificabile la zona malsana nota come Campus esquilinusCicerone, Philippicae orationes IX, 7, 17; Strabone, Γεωγραφικά V, 3, 9; cfr. nota seguente., e vi impianta la sua estesa e lussuosa villa suburbana, evento celebrato efficacemente dal poeta OrazioOrazio, Saturae I, VII, 10-16. con l'espressione nunc licet Exquilis habitare salubris ("ora si può dimorare sull'Esquilino reso salubre").

Le tombe più antiche scoperte nel sepolcreto dell'Esquilino (fasi IIB, III della cultura laziale) erano a fossa ricoperta con scheggioni irregolari di cappellaccio, talvolta disposti a mo' di pseudocopertura; in esse erano deposti il defunto ed il suo corredo costituito da armi nei corredi maschili, da fibule, pendagli bronzei, collane in pasta vitrea ed ambra in quelli femminili.

Le tombe della fase IIB sono caratterizzate dal rito inumatorio e dalla presenza nei corredi di nuove forme vascolari e della fibula ad arco ingrossato; in generale tali sepolture risentono della notevole influenza in ambito laziale della cultura delle tombe a fossa (Fossakultur), con particolare riferimento all'area di Cuma..

La fase successiva - fase III del ferro laziale (seconda metà VIII secolo a.C.) - risulta, invece, caratterizzata dall'intenso apporto dato dalla cultura villanoviana e dalla colonizzazione magnogreca. In particolare all'influsso villanoviano va ascritta sia la comparsa di nuovi tipi di fibule (ad arco serpeggiante e a sanguisuga), sia la presenza di bronzi sbalzati anche se, in verità, si è incerti se ritenerli imitazioni locali o vere e proprie importazioni.

All'influenza culturale della colonizzazione magnogreca dell'Italia meridionale si debbono, invece, i primi vasi di argilla figulina, i quali mostrano, pur presentando forme vascolari tipicamente laziali, decorazioni che li hanno fatti riferire all'area dell'influenza dei commerci euboico-cicladici (E. La Rocca). La presenza di armi nei corredi di questo periodo (oltre allo scudo ed all'elmo è attestato anche il carro) sembrerebbe indicare la tendenza ad una certa differenziazione sociale dovuta alle trasformazioni economiche avutesi nel passaggio da una economia esclusivamente pastorale ad un'altra (agricolo-pastorale-mercantile) più articolata e dinamica..

Il IV periodo della cultura laziale, che abbraccia l'intero arco del VII secolo a.C. ed i primi decenni del VI, è caratterizzato dalle tombe a fossa con loculo, dai primi sepolcri a camera ipogea e dall'affermarsi della cultura orientalizzante. Esso è però testimoniato nel sepolcreto esquilino da pochi ed incompleti corredi, spesso di dubbia associazione. Tuttavia il panorama culturale di questo periodo è, al di là delle testimonianze provenienti dalla necropoli esquilina, ben noto presso i coevi centri etruschi e laziali; l'orientalizzante antico e medio coprono all'incirca il primo settantennio del VII secolo (700-630 a.C.) e sono caratterizzati dall'apparire e dal diffondersi della ceramica del protocorinzio antico, medio, tardo e dalle sue imitazioni cui si accompagna la prima comparsa dei vasi di bucchero, forse solo in parte importati dall'area etrusca. Notevole dal punto di vista socio-economico deve ritenersi la presenza, seppur limitata a sporadici ritrovamenti, di vasi greci d'importazione riferibili al protocorinzio medio e tardo. Essi testimoniano l'importante livello culturale raggiunto da Roma in questo periodo (orientalizzante medio) e l'importanza del guado del Tevere per gli scambi commerciali fra l'Etruria e le colonie greche dell'Italia meridionale. È da sottolineare, in questo periodo, il ruolo di Roma quale punto di convergenza commerciale ottimale, posta come era in posizione di passaggio obbligato sul guado del Tevere, considerato che le merci si diffondevano sia con il piccolo cabotaggio fluviale, sia attraverso le vie di comunicazione interne (Roma si trovava in un punto strategico per entrambe)..

Nel periodo orientalizzante recente (fine VII - inizi VI secolo a.C.), che coincide con il definitivo affermarsi in senso urbano della città, si assiste al massiccio diffondersi della ceramica di bucchero che sostituisce quasi completamente, se si eccettuano alcune fra le forme più rozze, la produzione di ceramica d’impasto. In questo periodo Roma presenta un panorama culturale del tutto analogo a quello dei grandi centri etruschi coevi (Veio, Acquarossa, ecc.).

Le testimonianze archeologiche della transizione al periodo arcaico (VI-V secolo a.C.) e "monumentale" non vanno affatto ricercate nel sepolcreto esquilino (e neanche in quello del Foro, ormai da tempo abbandonato), bensì, in contesto ormai urbano, all'interno delle aree adibite ai culti (Sant'Omobono al Foro Boario) o ad abitazione. Tuttavia il lunghissimo utilizzo della necropoli continua, attraversando l'intera età mediorepubblicana e giungendo sino al primo periodo del regno di Augusto.

Della necropoli arcaica e mediorepubblicana s'interessarono principalmente il Lanciani, il Pinza, il Dressel. ed il Mariani..

Le tombe principali ed i corredi

Tomba 11 La sepoltura fu trovata nel 1885 durante gli scavi per l'apertura di via Giovanni Lanza. Si tratta di una tomba a fossa, con rito inumatorio (non incineratorio come ritenne Pinza), ed è una delle sepolture più antiche della necropoli, databile al periodo IIB della cultura laziale (fine del IX - inizi VIII secolo a.C.).

Fra gli elementi datanti del corredo spicca la fibula ad arco ingrossato, caratteristica proprio della fase IIB di Roma, largamente diffusa in ambito campano, anzi probabilmente ispirata ai modelli della cultura delle tombe a fossa campane (Fossakultur). Tale tipologia di fibula verrà soppiantata nel III periodo dalla fibula a sanguisuga, tipica della cultura villanoviana.

Anche le tazze ad ansa bifora insellata e ad ansa bifora cornuta derivano da analoghi esemplari della cultura delle tombe a fossa di area campana e rappresentano l'elemento di novità nella necropoli esquilina rispetto alla più antica necropoli del Foro, in cui le tazze presentano caratteristiche notevolmente diverse.

Tomba 51 Tomba a fossa trovata nel 1885 su via Giovanni Lanza. Vi era deposto lo scheletro di un individuo di sesso femminile (come indicato dalla presenza di una collana in vaghi di pasta vitrea nel corredo), di cui si conservava solo parte del cranio. Gli oggetti posti a corredo, fra i quali l'anfora, la tazza ad ansa bifora cornuta e la fibula ad arco ingrossato, presentano somiglianze con quelli della tomba 11.

Tomba 63