Il sindacalismo rivoluzionario si riferisce ad una molteplicità di movimenti sindacali, uniti da una comune ideologia di base ed evolutisi in diverse direzioni su base nazionale, sviluppatisi maggiormente in Francia, Italia, Spagna, Argentina e Stati Uniti d'America tra l'inizio del Novecento fino agli anni trenta.

Princìpi

Il principio fondamentale del sindacalismo rivoluzionario è l'indipendenza sindacale nei confronti sia dei partiti politici che dello Stato. Questo principio verte sull'idea che la classe operaia debba agire in maniera autonoma sul terreno della produzione e contando soltanto sulle proprie capacità, considerando tra i propri strumenti privilegiati lo sciopero generale e l'uso della violenza a scopi rivoluzionari. Il fine non è la conquista del potere politico, bensì la costituzione di una società basata ed organizzata per mezzo di sindacati di lavoro e di settore.

Teorici I principali ideologi del sindacalismo rivoluzionario furono i francesi Hubert Lagardelle, Georges Sorel e gli italiani, entrambi economisti, Arturo Labriola e Enrico Leone, le cui opere rappresentano una poco conosciuta lettura del pensiero marxista (nell'ambito del cosiddetto revisionismo di sinistra). Originariamente, inoltre, il movimento contò anche su una cospicua componente anarchica, specie in Francia e Spagna, come dimostrano gli esempi di Fernand Pelloutier e Émile Pouget e, addirittura, sul liberalismo economico (in Italia).

In Italia, Leone fu il teorico più organico. Pubblicò due libri, fondamentali per capire il pensiero del sindacalismo rivoluzionario in Italia, Il sindacalismo (1906) e La revisione del marxismo (1909). In quest'ultimo libro Leone tenta una sintesi fra marxismo e marginalismo edonista. Labriola, invece, fu senz'altro il più estroverso e originale. Pubblicò molti libri di politica, di storia e di economia. Fra i primi, va ricordato Riforme e rivoluzione sociale (1904, 2ª ed. 1906), fra i secondi Storia di dieci anni (1910), fra i terzi Marx nell'economia e come teorico del socialismo (1908). Egli era piuttosto critico sia verso il pensiero marxiano, di cui rilevava i limiti hegeliani, sia verso il pensiero liberale, di cui criticava l'eccessivo psicologismo edonista. In economia approdò ad una sorta di neo-ricardismo.

In Italia

Origini

Il sindacalismo rivoluzionario nasce in seno al partito socialista come corrente di sinistra, avente i suoi prodromi nel socialismo partenopeo ed il suo battesimo di fuoco nel primo sciopero nazionale del settembre 1904. I suoi leader sono allora gli economisti Arturo Labriola e Enrico Leone. Le due riviste teoriche più in vista sono: "Il Divenire sociale" di Roma e "Pagine Libere" di Lugano.

Nel congresso di corrente del 1907 tenutosi a Ferrara, il sindacalismo rivoluzionario si scinde dal partito socialista ed avvia un lavoro sindacale, dapprima nelle campagne emiliane (Parma e Ferrara), poi nei centri industriali del Nord, nelle miniere della Toscana e nelle Puglie. I suoi organizzatori più attivi sono Alceste de Ambris, Filippo Corridoni, Ottavio Dinale, Michele Bianchi, Umberto Pasella.

Nel periodo pre-bellico il sindacalismo rivoluzionario presenta caratteristiche estremamente innovative ed inserite nella modernità. Gli appartenenti al movimento in Italia studiano la psicologia delle folle e le dinamiche associative di massa (in particolare i testi di Gustave Le Bon, Paolo Orano, Scipio Sighele), fenomeni in cui era culturalmente assente l'orientamento marxista, acquisendo strumenti capaci di spiegare loro i motivi dell'immobilità del proletariato europeo ed i modi per eliminare quel problema. Resisi consapevoli della complessità dei mezzi di informazione e persuasione atti alla mobilitazione di massa, tramite l'uso di miti e richiami all'irrazionale collettivo, i sindacalisti rivoluzionari dettero vita ad una sorta di socialismo aristocratico, guidato da una élite minoritaria altamente preparata, che sapesse fare uso di sociologia e psicologia nell'ambito politico diretto. Emblematici sotto questo aspetto furono Angelo Oliviero Olivetti e Sergio Panunzio.. I sindacalisti rivoluzionari si rendono perciò conto della dinamica in atto, che porta alla dominazione della società da parte di minoranze capaci di utilizzare sapientemente quegli strumenti. Essi ritengono che la democrazia parlamentare immobilizzi il proletariato, togliendogli energie e quindi annientandone l'indole potenzialmente rivoluzionaria in uno stato di soggezione permanente, il tutto a vantaggio del capitalismo, padrone dei sistemi di persuasione e di produzione di massa. Il compito dei sindacalisti rivoluzionari sarebbe quello di guidare la classe proletaria stessa contro le declinanti istituzioni dello Stato liberale e creare un nuovo Stato strutturato in sindacati.

Già dai primi anni del secolo, il sindacalismo rivoluzionario mosse soprattutto contro il riformismo socialista, che monopolizzava il movimento operaio, tentando di far emergere e riconoscere la propensione per i valori dell'attivismo, del dinamismo, dell'energia del volontariato, dell'interventismo. In questa visione, lo sciopero generale diventa l'evento culminante del movimento, quello in cui si concretizza il decisionismo della guida aristocratica e l'impeto rivoluzionario delle masse.

Evoluzione nazionalista Grazie agli elementi comuni, cominciano a crearsi legami ed apporti reciproci tra sindacalismo rivoluzionario e futurismo, il quale accresce l'elitarismo dell'altro e le sue venature nicciane già esistenti.

Almeno fin dal 1910, anno in cui Enrico Corradini parlando a Trieste pose in stretta parentela e congenialità sindacalismo e nazionalismo, i sindacalisti rivoluzionari si erano spostati verso tale impostazione ed aderirono con entusiasmo alla guerra libica. Le riviste di Olivetti ed Orano erano attraversate da forti accenti nazionali, parallelamente al movimento soreliano in Francia, mentre Edmondo Rossoni propose nel 1912 a New York un'organizzazione operaia nazionalista che difendesse i diritti dei lavoratori italiani all'estero.

Verrà seguito questo tracciato quando nel 1912 Olivetti e Panunzio guidano l'intero movimento sindacalista rivoluzionario sul tema della guerra italo-turca, arricchendo il tema nazionalistico ed evolvendolo dalla posizione risorgimentale di idea nazionale e quella conservatrice-patriottarda ad una visione di riscatto per un popolo giovane e pieno di energie come quello italiano, per essi capace di poter avanzare ben precise richieste in ambito internazionale.

Corradini evidenzia il mito pascoliano della grande proletaria, che sfida eroicamente le potenze capitaliste ed imperialiste, e lo riprende in occasione della guerra libica. Successivamente verrà nuovamente utilizzato, a conferma del filo conduttore tra i movimenti, durante la guerra etiopica del 1935-1936 e dellassedio societario, ricordando la situazione del 1912 stesso.Benito Mussolini, comizio in piazza Venezia::«Ricordatevi poi, uditori, ciò che accadde allora: avemmo contro non soltanto la Turchia, ma tutta l'Europa. perché? Che era successo? Che cosa avevamo fatto di male? Avevamo colpito la gran borghese, l'Europa bancaria, mercantile, plutocratica. La gran proletaria aveva colpito il sistema sociale delle nazioni europee, e questo aveva reagito.»

Unione Sindacale Italiana e fallimento della settimana rossa

Nel biennio che va dal 1912 allo scoppio della prima guerra mondiale, il sindacalismo rivoluzionario vive il suo periodo più intenso. Oltre agli entranti sentimenti nazionalisti, nel '12 stesso nasce l'Unione Sindacale Italiana (USI), che farà concorrenza alla CGdL. Creata da Alceste de Ambris a Parma, la cui camera del lavoro nel 1907 aveva organizzato -e portato a termine con successo visto l'accoglimento delle richieste- in un breve lasso di tempo 34 scioperi di varie categorie, si sviluppò ed aumentò il proprio peso politico diffondendosi specialmente a Milano, dove riuscì a mantenersi sempre protagonista grazie all'attivismo ed all'organizzazione di Filippo Corridoni. La scissione dell'USI venne inizialmente osteggiata da Benito Mussolini, che tuttavia si decise ad appoggiarla dalla primavera del 1913, tanto che Corridoni poté affermare in un comizio: "nella lotta non siamo più soli: anche Mussolini è con noi". L'"Avanti!" infatti, diretto da Mussolini stesso, sostenne lo sciopero dei metalmeccanici del 19 maggio 1913 organizzato dall'USI, contro le direttive espresse da partito socialista e CGdL. Molti ritengono che sia stato il successo del sindacalismo rivoluzionario, che anche Mussolini spinse in senso mazziniano ed interventista e che maturerà nel primo dopoguerra, a contribuire all'abbandono del partito socialista da parte del futuro Duce stesso. che, già nel corso della Settimana rossa, presenta alcune moderate prese di distanza...

Nel giugno del 1914 si ebbe infatti il punto di svolta per il movimento sindacalista rivoluzionario. Organizzata la settimana rossa, concepita come l'espressione più alta dell'attivismo della classe operaia tramite il ricorso allo strumento dello sciopero generale, si risolse con un totale e traumatico insuccesso. Ciò provocò due conseguenze principali:

la svolta di De Ambris che, fallito il tentativo insurrezionale, si spostò su un piano più politico che sindacale, improntato su una visione federalistico-repubblicana che vedrà la sua espressione a Fiume nell'ispirazione della Carta del Carnaro. Ciò dette luogo anche ai presupposti della scelta politica definitiva di De Ambris stesso che non aderirà mai al fascismo e resisterà ad ogni tentativo del fascismo stesso, poi al potere, di riacquistarlo; il processo di autocritica e l'evoluzione teorica del movimento che, ricercando la convergenza con un fronte più ampio formato da socialisti, anarchici e repubblicani, andò a sfociare in quello che poi diventerà l'interventismo rivoluzionario.

Interventismo

Quest'ultimo fronte, realizzatosi compiutamente nell'estate del 1914 dopo una spaccatura avvenuta all'interno dell'USI in cui De Ambris si espresse a favore di un intervento in guerra a fianco della FranciaPoi ripubblicato su Pagine Libere da Angelo Oliviero Olivetti., incassa l'ingresso anche della forte sezione milanese capitanata da Corridoni all'interventismo e si salda con l'interventismo futurista, che nel frattempo era già passato all'azione di piazza con Marinetti e Boccioni.

Tutta la componente interventista venne espulsa dall'USI, diretta da allora dall'anarchico Armando Borghi, che restò su posizioni neutraliste ed internazionaliste.

Il 5 ottobre 1914 Olivetti promosse la creazione del Fascio rivoluzionario d'azione internazionalista, in cui confluirono tutte le anime dell'interventismo sindacalista e futurista, lanciando un appello ai lavoratori italiani incitandoli ad abbracciare la causa. La battaglia interventista aveva come intento principale la critica al socialismo, bloccato su posizioni neutraliste e di aspettazione degli eventi, percepito quindi dai sindacalisti rivoluzionari come reazionario nei confronti della storia in movimento. La rivoluzione avrebbe dovuto, nelle loro idee, approfittare e sfruttare le coincidenze storiche come la guerra e rendere protagoniste negli eventi mondiali le masse che, presa coscienza del proprio potenziale, sarebbero state in grado di imporre i loro ideologie, metodologie ed interessi propri, in antitesi al vecchio ordine sociale e realizzandone un nuovo tipo. L'evento bellico venne considerato dai sindacalisti rivoluzionari come quell'avvenimento rivoluzionario che le avanguardie e le masse popolari attendevano invano da decenni e, sebbene non avesse avuto luogo all'interno del movimento operaio stesso, risultava necessario cavalcarlo e piegarlo ai propri interessi, in modo da creare il clima adatto alla realizzazione della rivoluzione... Sempre Corridoni, in questo filone del suo pensiero volto alla patria e all'idea mobilitante-rivoluzionaria che da questa poteva scaturire, scrisse: