Lassedio di Colle di Val d'Elsa fu l'evento militare culminante della guerra verificatasi, in seguito alla congiura dei Pazzi tra Firenze e Regno di Francia da una parte e Regno di Napoli, Repubblica di Siena e Stato Pontificio dall'altra.

Antefatto Il contesto storico La famiglia fiorentina dei Pazzi, imparentata con i medici in virtù del matrimonio avvenuto nel 1469 tra Guglielmo de' Pazzi e Bianca de' Medici, sorella di Lorenzo il Magnifico, entrò in competizione con i Medici stessi dopo l'elezione al soglio pontificio di papa Sisto IV, avvenuta nel 1471. Motivo del contendere erano la gestione delle finanze pontificie e la concessione per lo sfruttamento delle miniere di allume della Tolfa, che, con il nuovo papa, passarono dai Medici, che ne avevano avuto la gestione per oltre un secolo, ai Pazzi.

La scintilla scoccò in seguito alla morte del suocero di Giovanni de' Pazzi ed alla questione sulla sua cospicua eredità, che i Medici non volevano far affluire nei già sostanziosi forzieri della famiglia rivale. In alcuni membri della famiglia Pazzi (Jacopo e Francesco in testa), maturò quindi l'idea di sopprimere Lorenzo ed il fratello Giuliano al fine di soppiantare i Medici nel governo della città gigliata. A tal fine i Pazzi cercarono degli alleati e li trovarono in Papa Sisto IV ed in Francesco Salviati, arcivescovo di Pisa che mirava alla nomina in Firenze.

Il papa mirava ai territori fiorentini per il nipote Girolamo Riario e voleva inoltre evitare che i Medici si espandessero in Romagna, terra sotto l'influenza pontificia. In più papa Sisto IV si cautelò cercando alleanze con la Repubblica di Siena e il re di Napoli Ferdinando I e inviando le proprie truppe nei territori pontifici più vicini a Firenze, Todi, Città di castello, Perugia e Imola.

Dal canto loro i fiorentini, ignari, potevano comunque vantare alleanze ed amicizie con il Ducato di Milano e con la Repubblica di Venezia. Il contesto generale era comunque terribilmente complicato e tortuoso: Lorenzo, pur non avendo incarichi pubblici, era di fatto il signore di Firenze; Pistoia e Prato, prima, e Arezzo e Pisa, dopo, erano ormai assoggettati a Firenze; Lucca e Siena stavano sempre in stato di allerta; Venezia tendeva ad espandersi sulla terraferma: le mire verso i territori ad occidente la ponevano in contrasto con il Ducato di Milano, mentre le mire verso i territori a sud la ponevano in contrasto con il Regno di Napoli; i Medici mantenevano la loro amicizia con la Francia per interessi commerciali; i francesi non vedevano di buon occhio gli Aragonesi napoletani perché avevano spodestato gli Angioini da cui discendeva il Re di Francia; le mire e le influenze di Firenze sui territori di Romagna e Umbria, colpivano direttamente gli interessi pontifici; i matrimoni incrociati tra i rampolli delle nobili famiglie che regnavano sui vari “Stati” anziché facilitare i rapporti, alimentavano le turbolenze ed i sospetti.

La Congiura dei Pazzi

Il 26 aprile 1478, durante la festa in onore di Raffaele Riario Sansoni, nipote del Conte Girolamo Riario e da poco nominato cardinale di San Giorgio, i Pazzi, dopo alcuni rinvii, misero in atto il loro piano e in Santa Maria del Fiore uccisero Giuliano, ma riuscirono solo a ferire Lorenzo. La reazione dei Medici fu istantanea e sanguinosa: i Pazzi e gli altri congiurati furono uccisi o catturati, come il cardinale Riario Sansone rinchiuso nella fortezza di Volterra. Per contro papa Sisto IV scomunicò subito Lorenzo ed i membri degli organi dello Stato fiorentino, lasciando loro un mese di tempo per chiedere il perdono papale, liberare i prigionieri e consegnare i colpevoli delle uccisioni successive alla congiura, che sarebbero stati sottoposti alla giustizia dello Stato Pontificio stesso. Non solo, Sisto IV firmò un'alleanza con Ferrante d'Aragona e la Repubblica di Siena, che mirava ad allontanare Lorenzo da Firenze. A niente valsero le ambascerie e le prese di posizione dei Medici che accusavano espressamente Sisto IV di essere un artefice della congiura al pari del nipote Girolamo Riario.

La guerra Situazione strategica Firenze, ricca di risorse finanziarie e con grandi capacità mercantili, non era in quel momento preparata alla guerra. Lorenzo corse subito ai ripari: assoldò numerosi capitani con le relative truppe e chiese l'aiuto degli Stati amici che, già impegnati militarmente in altre operazioni o timorosi di trovarsi troppo indifesi dagli attacchi esterni (Venezia dai turchi, che poi attaccheranno la repubblica in Friuli, e Milano da Genova, che poi si rivolterà reclamando la persa indipendenza), non poterono che fornire, anche a pagamento, uno scarso aiuto in fatto di truppe. La differenza tra le forze in campo era notevole, tanto più che, mentre a capo dei nemici di Firenze venne posto Alfonso II di Napoli, duca di Calabria, figlio di Ferrante d’Aragona, con pieni poteri, ben difficilmente Lorenzo avrebbe potuto contare su un comando unitario, in considerazione della disomogeneità delle truppe a sua disposizione i cui comandanti e si trovano spesso in contrasto tra di loro.

La conquista del territorio fiorentino

La guerra che seguì fu una guerra atipica, senza scontri frontali e sanguinosi tra tutte le forze in campo. Fu combattuta in borghi e castelli che venivano occupati, saccheggiati e abbandonati e poi di nuovo occupati soprattutto da parte delle forze alleate del papa.

Alla fine del giugno 1478 le truppe guidate da Alfonso di Calabria giunsero in Toscana, congiungendosi con quelle dell'alleato duca di Urbino nei pressi di Montepulciano. Mentre le truppe fiorentine si ritirarono verso Arezzo, le truppe napoletane si limitarono quindi a scorribande nei territori del Chianti e della Valdelsa. Frattanto Firenze cerca di nominare un capo dell'esercito e nomina quattro capitani cui tutte le forze avrebbero dovuto obbedienza: Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, Gian Giacomo Trivulzio, Alberto Visconti e Galeotto I Pico della Mirandola. Mentre le truppe nemiche si avvalgono dei rinforzi portati da don Federico, anch'egli figlio di Ferrante d'Aragona, occupando Castellina in Chianti il 18 agosto e Radda in Chianti il 24 dello stesso mese, i fiorentini indecisi e prudenti, rimasero in attesa dell'arrivo dei rinforzi promessi dal re di Francia.

Le scorribande e le incursioni si susseguono con le inevitabili devastazioni sia nei territori del Chianti sia in quelli del Valdarno; lo stesso succede in tempi successivi in Valdarbia, in Val di Cecina, in Valdichiana, in Valdelsa ed in Maremma. Firenze, per tutto l'inverno, continua le sue iniziative politiche e diplomatiche verso gli alleati invitandoli ad inviare le proprie truppe anche per presidiare la parte nord della Toscana, già oggetto di scorribande. Nonostante i ripetuti inviti, gli aiuti tardano a venire ed anche le truppe inviate da Ercole d'Este non possono molto. I castelli vengono occupati, ripresi e di nuovo occupati, come Casole d'Elsa ed i castelli dell'Umbria, subendo notevoli distruzioni. Lo scontro decisivo però non arriva. Cadono quindi in mano nemica Vico, Certaldo, Castelfiorentino e Barberino, fino al 22 settembre quando nei pressi della fortezza di Poggio Imperiale i fiorentini vengono sconfitti dalla coalizione papale-napoletana-senese.

La Valdelsa è quindi interamente occupata, con la sola esclusione di Colle di Val d'Elsa, ben fortificata e ben difendibile. Nonostante le forze della coalizione fiorentina non possano opporre molta resistenza, anziché dirigersi verso Firenze, le truppe della Repubblica di Siena, di Alfonso di Calabria e Federico da Montefeltro si trattengono in Valdelsa.

L'assedio di Colle di Val d'Elsa L'assedio di Colle fu in pratica l'atto conclusivo della guerra. Il commissario locale, Angelo Spini, aveva chiesto a più riprese rinforzi ai fiorentini, che riuscirono ad inviare solo 400 uomini al comando del veneziano Carlino di Novello, che pur godeva di grande reputazione. Mentre i colligiani presidiavano il castello, gli aiuti esterni si attestarono nel Borgo. Alfonso di Calabria cercò di indurre Colle a una resa onorevole prima dell'inizio delle ostilità, inviando i suoi araldi. Dopo il rifiuto ottenuto dai magistrati del Comune, il duca inviò i suoi esploratori per preparare l'attacco, ma furono attaccati con gravi perdite.

Il 24 settembre il grosso delle truppe di Alfonso di Calabria si stabilì intorno a Colle iniziando l'assedio: il suo esercito poteva contare su circa 100 squadre di uomini a cavallo e soldati, oltre a grosse bombarde. I fiorentini avevano posto il loro campo a San Casciano ed a niente valsero gli inviti dei Medici, di Lorenzo stesso ma soprattutto del suo cancelliere Bartolomeo Scala, colligiano, a spostarsi più vicini a Colle, a San Gimignano. Non potendo inviare altri aiuti (anche perché le truppe veneziane, ad esempio, avevano ricevuto l'ordine di non esporsi troppo) Firenze si limitò ad esprimere parole di stima, apprezzamento ed incitamento nei confronti dei colligiani, arrivando a concedere, in perpetuo e con tutti i diritti civili e politici, a tutti i cittadini nati o che fossero nati a Colle la cittadinanza fiorentina.

Il primo assalto avvenne il 3 ottobre, ma la baldanza degli assedianti fu ben presto placata: lo scontro, che si protrasse fino a notte, fu durissimo ed ingenti furono le perdite da ambo le parti. I colligiani operarono alcune sortite nel campo nemico, che causarono diverse perdite tra gli assedianti e, cosa più importante, la messa fuori uso di alcune bombarde. L'assalto successivo avvenne probabilmente il 16 ottobre, ma anche in questo caso venne respinto dopo quattro ore con successo e con gravi perdite per gli assedianti, che si trovarono attaccati anche dalle truppe fiorentine stanziate a San Gimignano.

Il 21 ottobre vi è un nuovo assalto che si protrae per diverse ore, ma i colligiani, baldanzosi per la resistenza ed i successi finora ottenuti, oltre che adirati per il comportamento della Repubblica di Siena, che voleva impadronirsi della città, e delle sue truppe che catturavano ed impiccavano i soldati ed i messaggeri incaricati di portare fuori dalla città assediata i messaggi per le forze alleate, riescono ancora una volta, sia pure con gravi perdite, a respingere il nemico. Dopo questo assalto gli assedianti iniziano a scaricare colpi di bombarda sulla città danneggiando fortificazioni e case. Viene fatto ricorso anche a metodi meno “ortodossi”, come ammassare bestiame morto e sterco sotto le mura o l'uso di frecce avvelenate. Ma la resistenza continua.

Per facilitare le difese, il 26 ottobre viene abbandonato e dato alle fiamme il Borgo di Santa Caterina, considerato poco difendibile, per concentrare le difese nel castello; inoltre viene distrutto il ponte levatoio che collegava i due “terzi” della città per evitare sia facili attacchi sia defezioni tra i difensori. Donne, bambini e feriti vengono fatti uscire dalle mura e, grazie anche alla benevolenza del duca Alfonso di Calabria, hanno via libera. Una fuga dal castello assediato viene tentata dalle truppe veneziane di Carlino di Novello, ma vengono respinte dagli stessi assalitori e sono costrette a rimanere. Per dare il buon esempio i sospettati di connivenza con il nemico ed i soverchiatori, vengono impiccati.

Un tentativo di aiuto da parte di Firenze, con armi e uomini, fallisce miseramente per l'intervento degli assedianti. Il grosse delle truppe rimane al sicuro a San Casciano. Anche Firenze si trova a mal partito: deve presidiare altre zone per evitare di rimanere isolata e rispondere agli attacchi che le venivano portati a nord ed ai confini con la Romagna dalle truppe di Francesco da Tolentino e di Roberto di San Severino.