Nel 1922 partecipò alla Marcia su Roma, e nel 1929 divenne federale di Firenze. Dopo l'arresto di Mussolini (25 luglio 1943) fuggì nella Germania nazista e di lì si attivò per la ricostituzione del fascismo in Italia. Fondatore delle Brigate nere (milizia volontaria della Repubblica Sociale Italiana attiva dal luglio del 1944), fu catturato e giustiziato dai partigiani a Dongo.
Ambito familiare e formazione
Di nobili origini, il padre era il livornese Paolo Emilio Pavolini, poeta e filologo, nonché docente ordinario di sanscrito e di civiltà dell'India antica presso l'Istituto di Studi Superiori di Firenze. La madre era Margherita Cantagalli, di una famiglia dell'alta borghesia fiorentina.Dizionario biografico degli italiani, voce su Alessandro Pavolini, Volume 81, 2014, Treccani.Dizionario biografico degli italiani, voce su Paolo Emilio Pavolini, Volume 81, 2014, Treccani. Alessandro nacque nell'aristocratica e antica residenza fiorentina occupata dalla famiglia in via San Gallo 57.
Dal 1916 al 1920 frequentò il ginnasio e il liceo classico presso l'istituto Michelangiolo di Firenze. Si iscrisse quindi alla facoltà di legge dell'Università di Roma e all'Istituto superiore di studi Cesare Alfieri dell'Università di Firenze, dove studiò scienze sociali. Al contempo, incominciava le prime esperienze letterarie e alternava l'impegno culturale a quello politico.
Gli anni dello squadrismo
Il 1º ottobre 1920 aderì ai Fasci Italiani di Combattimento di Firenze e partecipò a varie azioni violente nelle squadre d'azione del conte Dino Perrone Compagni, rimanendo allo stesso tempo amico di Carlo e Nello Rosselli.Indro Montanelli, Mario Cervi, L'Italia dell'Asse, Rizzoli, 1980.
Il 28 ottobre 1922, in occasione della Marcia su Roma, trovandosi nella capitale per sostenere alcuni esami universitari, si unì al gruppo di fascisti proveniente da Firenze.
Tra il 1922 e il 1923 fece parte del Fascio dissidente di Firenze, più radicale e intransigente, e per un periodo attivo con un rapporto di collaborazione e competizione con il Fascio ufficiale, assieme a Raffaele Manganiello e alla cosiddetta "Banda dello Sgombero", della quale fece simbolicamente parte anche il padre. Rientrerà, con tutti i dissidenti, nel Fascio ufficiale durante il 1923..
Tra il 1923 e il 1924 svolse il servizio militare come sottotenente dei Bersaglieri, ottenendo il grado di centurione della MVSN al suo congedo.
Nel 1924, nel contesto della crisi seguita all'assassinio di Giacomo Matteotti, perorò la causa della "seconda ondata" fascista, che avrebbe dovuto instaurare una dittatura, spazzando via ogni residua opposizione politica e realizzando la fascistizzazione dello Stato. Partecipò quindi alla contestazione del docente antifascista Gaetano Salvemini all'Università degli Studi di Firenze.
L'attività politica, culturale e giornalistica Successivamente ricoprì vari incarichi negli istituti di cultura e nei movimenti giovanili fascisti: nel 1925 fu addetto stampa della Legione Ferrucci. Successivamente collaborò a Battaglie fasciste, Rivoluzione fascista, Critica fascista, Solaria (1926-1932) e saltuariamente a riviste letterarie. Pubblicò il romanzo Giro d'Italia. Romanzo sportivo e compose poesie a tema crepuscolare.
Nel maggio del 1927, grazie all'interessamento di Augusto Turati, allora segretario del partito, e del marchese Luigi Ridolfi, fu nominato vicefederale di Firenze (cioè vicesegretario della federazione provinciale). Si sposò nel 1929 e la coppia ebbe tre figli, Ferruccio (1930), Maria Vittoria (1931) e Vanni (1938).
Il 17 settembre 1929, in seguito al rapporto del prefetto di Firenze al Ministero dell'Interno, vennero segnalati i suoi precedenti di "attivo squadrista" e di partecipante alla Marcia su Roma, permettendogli quindi di ottenere il Brevetto della Marcia su Roma,Legge n. 100 del 31 gennaio 1926. requisito che tra l'altro concedeva una serie di preferenze e benefici durante il regime.La Grande Storia, RAI, Alla corte di Mussolini, di Enzo Antonio Cicchino.
Sempre nel 1929 successe, appena ventiseienne, al marchese Ridolfi alla carica di segretario della federazione provinciale del PNF di Firenze. In questo ruolo, riuscì a rafforzare la presenza fascista nell'area, portando gli iscritti dai circa 30.000 che erano nel 1929 ai quasi 45.000 della fine del 1933: aprì case del fascio nelle campagne e appoggiò raggruppamenti nei rioni urbani, incoraggiando la realizzazione di attività di propaganda ricreative soprattutto di carattere sportivo e turistico. Informò lo sviluppo di Firenze di modi peculiari al capoluogo, promuovendo la riscoperta del calcio storico, con una partita annuale in costume, e l'artigianato locale (con una fiera nazionale). Favorì inoltre la realizzazione dell'autostrada Firenze-Mare e della centrale Stazione di Santa Maria Novella, e istituì il Maggio Musicale Fiorentino. Diventato gerarca, fu in questo periodo che cominciò ad alimentare il "mito della giovinezza", tra i motivi fondanti del regime, esaltando e puntando principalmente l'attenzione sugli anni dello squadrismo:
Nel 1929 inoltre fondò la rivista Il Bargello, organo della federazione fiorentina e rivista letteraria tra le più interessanti del Ventennio: riuscì a convogliarvi alcune future grandi firme della letteratura e del giornalismo italiano, come Elio Vittorini, Vasco Pratolini, Romano Bilenchi, Ardengo Soffici, Indro MontanelliIndro Montanelli, L'Italia delle grandi guerre: Da Giolitti all'armistizio, BUR, p. 269 sgg.. Quest'ultimo scrisse di Pavolini:
Eletto deputato nel 1934, lasciò la direzione del Fascio fiorentino e si spostò a Roma. Insieme con Giuseppe Bottai, contribuì all'ideazione e all'organizzazione dei Littoriali della cultura e dell'arte. Dal 1934 al 1942 fu stabilmente al Corriere della Sera come inviato speciale. Durante questa esperienza, in un articolo si scagliò contro la stampa estera, affermando che gli stranieri fossero "lividi d'ira e d'invidia perché hanno la precisa coscienza del livello morale che passa tra i nostri giornali, araldi di un'idea, e quelli delle 'grandi democrazie', asserviti alla massoneria e all'affarismo".
Fu nell'ambiente romano che nacque l'amicizia con Galeazzo Ciano, genero del Duce e dal 1935 ministro per la Stampa e la Propaganda.
Quando il conflitto scoppiò, molti gerarchi partirono volontari. Ciano e Pavolini vennero assegnati alla stessa squadriglia aerea da bombardamento, la 15ª, detta la Disperata. Pavolini aveva l'incarico di ufficiale osservatore e di reporter.
La guerra d'Etiopia
Nella veste di giornalista, Pavolini magnificò Ciano e il concetto razzista della presunta natura "civilizzatrice" dell'avventura coloniale. Nell'articolo La titanica opera compiuta in Eritrea, uscito sul Corriere della Sera il 17 settembre 1935, riferì enfaticamente dell'ingrandimento del porto di Massaua. Dal complesso della sua attività di corrispondente, traspariva grande disprezzo per gli abissini, considerati immensamente inferiori ai colonizzatori.
Di questo periodo è un inno in onore di Galeazzo Ciano, comandante della squadriglia:
Nel periodo che va da Natale ai primi di febbraio del 1936, Pavolini fu costretto all'inattività a causa di una licenza in Italia di Ciano: in questo periodo progettò azioni ardimentose da proporre a Ciano, che rimasero tutte sulla carta: come l'occupazione di un isolotto sul Lago Tana, in territorio nemico, dove impiantare una base aerea facilmente difendibile, dalla quale dare man forte ai ribelli avversi all'imperatore d'Etiopia. A questo proposito scrisse a Ciano:
Dopo il ritorno di Ciano alla squadriglia, il 15 febbraio Pavolini prese parte agli attacchi contro l'esercito etiopico in ritirata dopo la sconfitta subita nella Battaglia dell'Endertà:
Nel corso delle medesime operazioni il nemico fu bombardato con 60 tonnellate di iprite, un'arma chimica il cui impiego era vietato dalla Convenzione di Ginevra: Pavolini non ne fa menzione.L'uso dei micidiali gas vescicanti e asfissianti fu tenuto segreto e poi negato per molti decenni nelle versioni ufficiali (ma anche da un testimone come Indro Montanelli) sino a tempi relativamente recenti. Si dovette infatti attendere il 7 febbraio 1996 perché la verità venisse ufficialmente a galla quando l'allora Ministro della Difesa, generale Domenico Corcione, ammise davanti al Parlamento l'uso delle armi chimiche da parte italiana durante la guerra d'Etiopia. Il 27 febbraio ebbe inizio la Seconda battaglia del Tembien che vide la rotta dell'esercito guidato da Ras Kassa Haile Darge. Pavolini dall'alto descrisse la situazione evolversi:
Commentando la fine della battaglia nei pressi del lago Ascianghi Pavolini scrisse:
Il 15 aprile l'aereo su cui si trovava Pavolini ebbe un guasto e pertanto si decise di puntare sulla città di Dessiè appena occupata dalle truppe eritree del generale Alessandro Pirzio Biroli. Ma quando si danneggiò anche uno dei due motori fu costretto a effettuare un atterraggio di emergenza nel piccolo campo di aviazione di Quoram in territorio nemico. Da qui furono poi recuperati il giorno seguente.
Alcuni giorni prima dell'occupazione di Addis Abeba, per un Ciano desideroso di compiere un'impresa ardimentosa, Pavolini progettò un'incursione nell'aeroporto della città al fine di catturarne il comandante. Il 30 aprile, da Dessiè, Ciano accompagnato da Ettore Muti partì alla volta di Addis Abeba: l'impresa non ebbe però successo, in quanto la rapida reazione dei difensori abissini non permise all'aereo di atterrare. Ripresa quota, Ciano si accontentò di lanciare un gagliardetto della "Disperata" sulla piazza principale della città.Arrigo Petacco, Faccetta nera. Storia della conquista dell'impero, Mondadori, Milano, pagg. 162-163. Pavolini rievocò la sua esperienza bellica nel libro di memorie di guerra Disperata, edito dalla Vallecchi nel 1937. Il libro ha toni analoghi a quelli di altri memoriali redatti da altri noti reduci della guerra d'EtiopiaCome Vittorio Mussolini con Voli sulle Ambe, Giuseppe Bottai con il suo Quaderno africano (Giunti, 1995. ISBN 88-09-20618-5) o Indro Montanelli, con XX Battaglione eritreo (Milano, Panorama, 1936). e rivela disprezzo verso il nemico, assenza di pietà nel suo sterminio ed esaltazione della bella morte, valori reputati - allora - positivi e degni di essere francamente proclamati e rivendicati.Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?, Vicenza, Neri Pozza, 2005, p. 188.
L'ascesa
Di ritorno in Italia dall'Africa nel maggio del 1936, la carriera di Pavolini conobbe una significativa ascesa, esplicatasi sotto la protezione di Ciano, dal giugno 1936 ministro degli Esteri, con il quale condivideva una linea attendista rispetto alla possibilità di entrare in guerra a fianco del Terzo Reich. Da deputato che era, Pavolini divenne presidente della Confederazione fascista dei professionisti e artisti (dal 29 ottobre 1934 al 23 novembre 1939); membro del Consiglio Nazionale delle Corporazioni (1939-1943); componente della commissione per la bonifica del libro, istituita dal ministero della cultura popolare (1938-1939); membro del Gran Consiglio del Fascismo (1939-1943).Guido Bonsaver, Mussolini censore: Storie di letteratura, dissenso e ipocrisia, Laterza, p. 129 sgg.