Litalostatunitense è una lingua creola non standardizzata, parlata dagli italiani emigrati negli Stati Uniti, caratterizzata dal forte influsso dell'inglese e dell'italiano nella struttura.

L'emigrazione italiana negli Stati Uniti Tra le mete migratorie nel periodo postunitario, oltre ai paesi europei come Francia, Svizzera e Germania, figurano anche Stati Uniti, Argentina e Brasile. Nel periodo tra il 1880 e il 1914 più di quattro milioni e mezzo di italiani, provenienti soprattutto dall'Italia meridionale, sbarcarono negli Stati UnitiItaloamericano, in Treccani.it, URL consultato il 15/12/2014. Gli espatri dall'Italia raggiunsero quasi i sei milioni, prima di arrestarsi nel 1976, quando iniziarono i rientri.

Dopo la prima guerra mondiale il governo statunitense impose restrizioni per i flussi migratori emanando l'Immigration Act o Barred Zone Act, che richiedeva un test di alfabetizzazione per tutti gli immigrati di età superiore ai 16 anni e, più tardi, l'Immigration Act o Johnson Act (1924) limitò il numero delle entrate dei migranti negli Stati Uniti.

Negli anni dell'unificazione italiana la dialettofonia esclusiva si attestava al 97,5%Tullio De Mauro, Storia linguistica dell'Italia unita, p. 43, ma andò diminuendo: dall'86-90% negli anni successivi al 1861 al 23-32% nel 1951Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p. 5 arrivando al 20% negli anni ottanta. Gli emigrati non sapevano l'italiano standard e il loro strumento di comunicazione prevalente era il dialetto locale. I dialetti avevano anche caratteristiche culturali e identitarie, un ricordo della vita in Italia, mentre l'apprendimento dell'inglese voleva dire successo e ascesa socialeHermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p. 4. Si crearono comunità dialettofone prevalentemente meridionali, dove però le attitudini degli italiani verso l'italiano erano più negative che positive; molti genitori, per esempio, erano contrari all'insegnamento dell'italiano ai figliY. Correa-Zoli, «The language of Italian American», in C. Ferguson e S. Heath, Language in the USA, Cambridge: Cambridge Press, 1981, pp. 239-256.

In questo contesto socioculturale i contatti tra lingua e dialetto contribuirono a creare un continuum linguistico che non aveva delimitazioni nette e che, accanto all'inglese, passava dall'italiano dialettale al dialetto italianizzato, ai pidgin di tipo italo-americano, ai dialetti arcaici.

Caratteristiche Lo sviluppo della lingua italiana nel nord America può essere suddiviso in cinque fasiR. Di Pietro, «Language as a marker of Italian ethnicity», in Studi emigrazione, pp. 207-217: nella prima l'italiano e, più spesso, il dialetto regionale prevalgono sull'inglese che è relegato ad espressioni fisse come Ok, that's al right o Yeah; nella seconda fase la conoscenza dell'inglese è ancora debole, ma avviene il code switching (il cambio del codice linguistico) a cui si fa risalire una prima forma di italoamericano, caratterizzato da un linguaggio che ha spesso base napoletana e sicilianaR. Di Pietro, «Bilinguismo e italiano come lingua seconda negli Stati Uniti», in Il veltro, p 17; la terza fase è caratterizzata dall'utilizzo dell'italoamericano nelle comunità italiane. Vi è ancora il cambiamento di codice dove la base è l'italoamericano e l'inglese è la lingua di sostituzione; nella quarta fase si utilizza soprattutto l'inglese, mentre l'italoamericano passa in secondo piano; infine, nella quinta fase c'è una totale scomparsa delle influenze italoamericane dato che i parlanti sono ormai monolingui in inglese. Dagli studi del Hermann W. Haller sugli italo-americani di New York e Long Island si rileva l'esistenza di una lingua franca non-standard«Quando invitati a parlare l'italiano standard, i soggetti producevano infatti tale varietà semiformale, fatto che permette di assumere la presenza di una lingua franca italo-americana, che si sarebbe formata tra gli emigranti dialettofoni provenienti da Calabria, Campania, Sicilia, Puglia, Lucania, Lazio, Abruzzo e Molise. […] Naturalmente le condizioni specifiche delle lingue degli emigrati, associate alle caratteristiche sociali peculiari nel contesto della nuova società, producevano una varietà parlata “alta” nuova e diversa negli Stati Uniti.» (Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p.8), omogenea e parlata da emigrati provenienti dal Sud Italia che la usavano per la comunicazione “alta” al fuori dall'ambito della famiglia, in cui prevalevano dialetti stretti o varie forme di pidgin.

La presenza di una lingua franca condivisa da chi proveniva da regioni diverse dell'Italia potrebbe essere il risultato del "dialect levelling" (livellamento dialettale) grazie al quale la grande varietà di dialetti converge verso una forma comune. Alcuni esempi lessicali sono l'utilizzo di scudo (probabilmente risalente ai primi immigrati dall'Italia poco dopo l'unificazione) con il significato di ‘dollaro’, oppure pezzo/pezza usati con il medesimo significato (che si riferisce all'usanza di tagliare le monete d'oro in parti uguali, ognuno con valore di un dollaroDi Pietro R., «Bilinguismo e italiano come lingua seconda negli Stati Uniti», in Il veltro, p. 16).

La lingua franca italo-americana si distingue per la prevalenza di caratteristiche dialettali sugli anglicismi e sui tratti popolariHermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p.8. Il suo utilizzo varia a seconda di fattori come età, generazione, sesso, livello di scolarizzazione, inserimento sociale, itinerario migratorioItaloamericano, in Treccani.it, URL consultato il 18/12/2014.

Basando l'analisi sul fattore generazionale, i soggetti anziani – quindi appartenenti alla prima generazione – non hanno acquisito perfettamente l'inglese e presentano un alto grado di convergenza tra dialetto e inglese.

I giovani della prima generazione che, invece, hanno frequentato la scuola in Italia, hanno una competenza migliore nell'italiano standard e lasciano penetrare alcuni termini dialettali nella parlata, che è priva di convergenza con l'inglese. Tuttavia, per questa generazione, il quadro resta molto vario e i confini con la prima possono essere in qualche caso sfumati: dipendono, per esempio, dagli anni d'istruzione in Italia e negli Stati Uniti, dall'atteggiamento linguistico dei genitori e dei parenti, oltre che dall'influenza dei coetanei americani e dell'istruzione scolastica nel nuovo paeseHermann W. Haller, «Come si parla l'italiano negli Stati Uniti», in Italiano e oltre, n.1, p. 38. Haller distingue le due generazioni grazie all'età media al momento dell'emigrazione (11,7 contro 25 anni dei parlanti di prima generazione), per la media superiore di anni d'istruzione (12,2 della prima generazione di giovani, contro 7,2 anni per la prima generazione), per l'età media inferiore (44,5 contro 57,3), e per la permanenza più lunga negli Stati Uniti (31,8 contro 27,5)..

Con la seconda generazione di giovani l'inglese è la varietà dominante, ma è evidente la diglossia costituita dall'inglese e dagli elementi dialettali, popolari e anglo-americani acquisiti da genitori e nonni. Si verifica il degrado nella competenza della varietà alta con discorsi zoppicanti, pieni di ripetizioni, autocorrezioni, "silenzi disperati quando non capita la parola giusta"Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p.19. Si tratta di una generazione nata in America da genitori italiani. Generalmente tende al monolinguismo anglofono, che si rivela anche quando si tenta di parlare italiano: per esempio è frequente l'utilizzo di "andar fuori" con il significato di 'uscire', perché tradotto dall'inglese "going out"; oppure il plurale del verbo ne «la gente mi trattavano», che si spiega considerando il plurale del sostantivo inglese peopleHermann W. Haller, «Come si parla l'italiano negli Stati Uniti», in Italiano e oltre, n.1, p. 39.

Le indagini sulle comunità di New York hanno rivelato che la perdita dell'italiano diminuisce con l'avanzare dell'età nella prima generazione, ma lo slittamento linguistico, e quindi l'avviarsi dell'italiano ad essere percepito come lingua straniera, aumenta con l'avanzare dell'età nella seconda generazioneItaloamericano, in Treccani.it, URL consultato il 18/12/2014.

Caratteristiche dialettali L'incontro dinamico tra l'inglese, l'italiano standard e le caratteristiche dialettali regionali ha prodotto un grado di dialettalità variabileMolti degli esempi riportati sono tratti da Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani di Hermann W. Haller. L'indagine è stata svolta tra il 1978 e il 1979 sulle comunità metropolitane di New York.. A prevalere sono caratteristiche provenienti dai dialetti meridionali.

Fonologia I tratti dialettali più frequenti si riscontrano nella sonorizzazione di /p/ e /t/ intervocaliche (lasciado, trovado), la sonorizzazione della /t/ tra -n e vocale (tando), l'assimilazione di rl a -rr- (parro per 'parlo', parrano per 'parlano') e di nd a -nn- (quanno).

Altre caratteristiche sono l'apocope ("so iuta", "so cambiate"), la sincope ("mi rcordo") e le consonanti raddoppiate come la 'b' (subbito)Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p.10. Questi residui dialettali prevalgono negli individui anziani, di prima generazione, diventati bilingui in età adulta.

Morfosintassi È la morfosintassi ad avere il maggior numero di elementi dialettali, soprattutto per gli emigrati di prima generazione. Gli italo-americani sostituiscono spesso l'articolo determinativo con a, soprattutto se femminile singolare ("a giobba", "a gente", "a luce", "a lavatrice"). Il pronome personale atono ci si unisce spesso alla forma verbale andando a sostituire la terza persona singolare (gli, le). Alcuni esempi: "se incontri uno non ci (gli) puoi parlare"Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p. 11.

Comune nei dialetti meridionali è l'amplificazione del comparativo degli aggettivi ("più meglio").

La congiunzione che è spesso usata con funzione polisemica: "a highschool che io sono andato" (funzione locale), "ho lasciato l'Italia che avevo diciannove anni" (funzione temporale)Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, p.12; o può sostituire il pronome relativo: "la temperatura che non mi sono mai potuta adattare".

Gli aggettivi possessivi vengono spesso utilizzati in posizione postnominale, tendenza tipica dei dialetti meridionali: "il dialetto tuo".

Per le forme verbali spesso avere è usato come verbo intransitivo ("ho venuto", "ho ritornato", "m'ha piaciuto"), mentre essere è usato come verbo transitivo ("sono vista"). Il presente dei verbi ausiliari è il tempo più usato, mentre occorre spesso la confusione tra il condizionale e il congiuntivo nei periodi ipotetici ("se in Italia ci fusse u travagghiu giusto, fosse differente")Hermann W. Haller, Una lingua perduta e ritrovata. L'italiano degli italo-americani, pp. 13-15..

Spesso la seconda generazione presenta l'ausiliare avere seguito da infinito, ma è ipotizzabile che ci sia una convergenza con l'inglese (had to+infinito).

Lessico Per il lessico si distinguono due tendenze principali: l'occorrenza di dialettismi nell'italo-americano e l'uso di anglicismi.

Nel primo caso si riscontra l'uso di imparare e insegnarsi soprattutto per emigrati provenienti dalle regioni meridionali ("mi sono imparato", "si sono imparato"); tenere viene spesso usato con il significato di 'avere' ("teneva due anni", "tengo assai nostalgia").

Per i soggetti di seconda generazione si notano infiltrazioni di variazioni individuali nella parlata (pazienz, necessitate, amichi) a causa dell'incertezza nell'uso dei dialetti.