La croce di Teodolinda o croce di Adaloaldo è una croce pettorale, in oro, smalti e cristallo di rocca, di arte siriaca del VI secolo. Appartenuta alla regina longobarda Teodolinda, reca incisa a niello una minuscola Crocefissione di stile bizantino, con scritte in greco. Il Cristo crocifisso è rappresentato sulla croce, vestito con una lunga tunica, detta colobium, tipica nell'arte siriaca. Altri esempi di questa desueta raffigurazione sono le miniature dei Vangeli Rabbula e il Volto Santo di Lucca. La custodia di fattura longobarda è dell'VIII secolo.
Detta anche Croce di San Gregorio Magno, è una stauroteca, cioè il reliquiario di un frammento del legno della Croce, che è inserito nella tunica che copre il corpo di Cristo. La croce fu donata da papa Gregorio Magno alla regina nel 603, in occasione del battesimo del figlio Adaloaldo.
La croce è stata indossata da papa Paolo VI durante il suo viaggio in Terrasanta nel gennaio 1964, durante il primo anno del suo pontificato.
L'oggetto è esposto nel Museo del Tesoro del Duomo di Monza.
La croce di Adaloaldo (o Teodolinda), realizzata a Roma tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo, fu regalata da Papa Gregorio Magno nel 603 alla stessa Teodolinda in occasione del battesimo di suo figlio primogenito. Questo evento importante, infatti, segnava la conversione del popolo longobardo dall’arianesimo alla dottrina cattolica, che aiutò a stringere buoni rapporti col papato.
Più piccola di quanto sembra, le dimensioni di quest’opera sono di circa 7,4 x 6,5 x 1,3 centimetri. Ad oggi è conservata al museo del tesoro del duomo di Monza, in una stanza insieme a vari oggetti preziosi in oro appartenuti precedentemente a Teodolinda.
Il Recto
La custodia in oro a forma di croce, con i bracci lievemente svasati, ospita al centro una placchetta aurea lavorata a niello con la Crocifissione. Il Cristo, con un nimbo crucigero circondante il capo, è raffigurato barbato e con un kolobion, un tipico abito smanicato orientale, decorato all’altezza del petto da un minuscolo motivo “a spigato”.
All’estremità dei bracci orizzontali sono ritratti la Madonna, a sinistra, con la mano sollevata in un gesto di afflizione e San Giovanni Evangelista, a destra, che regge il vangelo.
In cima alla croce, all’interno della tabula ansata (una tavoletta rettangolare con due manici a coda di rondine dove è solitamente presente l’iscrizione I.N.R.I.), vi sono le lettere greche maiuscole iota, sigma e chi, che stanno per la locuzione "Iesous Christos". L’altra scritta è una citazione del vangelo, letteralmente “Ecco tua madre… ecco tuo figlio”, parole tradizionalmente attribuite a Gesù morente. I due simboli in alto sono rappresentazioni stilizzate del sole e della luna, incluse per rendere ancora di più la gravità del momento.
Il forte simbolismo e la vivacità espressiva, insieme ai profondi legami con la liturgia e la narrazione biblica richiamano tradizioni figurative più orientali come, ad esempio, quella bizantina oppure siriaca. Similmente a quanto detto per la legatura dell'evangeliario (regalata infatti insieme ad essa), anche la croce presenta forti caratteristiche sia dell'oreficeria orientale, responsabile per la bidimensionalità delle figure e l’horror vacui piuttosto che i motivi decorativi sul retro, dei quali parleremo in seguito. La lamina d’oro centrale, infatti, va probabilmente attribuita proprio a un’officina bizantina.
L’incastonatura
Riveste il recto una spessa protezione di cristallo di rocca, non originale, ma presente già nel 1713, quando l’antiquario e collezionista britannico John Talman documentò per la prima volta l’opera. In origine era fermata da sedici griffe, delle quali tuttavia ne rimangono solo sei; al sommo, un occhiello perlinato svitabile permette l’apertura delle due metà della teca e la visione del comparto della reliquia.
Questo manufatto era infatti una stauroteca: destinato cioè ad essere contenitore di una reliquia, il pezzo in legno originale dalla croce di Gesù è ad oggi andato perso. L’anello di sospensione permetteva alla croce di essere indossata con cordino, come lo fece, ad esempio, Papa Paolo VI nel 1963 durante il suo viaggio di visita ufficiale in Terrasanta.
Il Verso
L’elevatissimo titolo dell’oro all’interno della lega sarebbe inusuale per gli oggetti del periodo di Teodolinda. Infatti, è più probabile che questa parte dell’opera sia stata rifatta più in avanti, possibilmente in età carolingia.
Detto questo, il verso è fittamente decorato a rilievo da motivi a tralci su un fondo pointillé, con rami d’acanto sui bracci della croce. Il motivo fitomorfo nasce da un medaglione che, al centro, presenta una decorazione cruciforme a fleur de lys, associato alla purezza e spesso anche alla Trinità.
I Materiali
Come già detto in precedenza, i materiali principali usati per quest’opera sono tre: lega aurea (la cui composizione potete osservare qua), niello e cristallo di rocca, tutti scelti abilmente per amplificare la potenza dell’opera.
L’ultimo, detto anche quarzo ialino, è completamente trasparente, e per questo in tempi medioevali era ritenuto con capacità ipnotiche e divinatorie. Questo “collegamento” con l'elemento mistico lo rende anche simbolo di saggezza, atto a purificare la mente ed elevare lo spirito. La sua semplicità lo rende capace di facilitare la connessione con il divino, e quindi è evidente la scelta di questo materiale piuttosto che semplicemente del vetro per ricoprire la lavorazione a niello.
Parlando di niello, esso è una lega metallica che viene usata per riempire i solchi di incisioni a bulino e poi fatta raffreddare. Il forte contrasto che crea con lo sfondo oro permette di far risaltare i dettagli sacri con grande chiarezza. I metalli preziosi conferiscono un aspetto nobile e durevole, ideali per doni destinati a santuari, chiese o per uso liturgico.
Infine, l’oro. Esso spesso viene trascurato per via della sua presenza in moltissime opere, ma in questo caso particolare simboleggia luce divina, eternità e trascendenza, in perfetta coerenza con lo stile bizantino dell’opera.
Voci correlate Corona di Teodolinda
Note
Altri progetti
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