Il lamarckismo è stata una delle prime teorie evoluzionistiche nella storia della biologia, così chiamata dal nome del naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829) che la elaborò, secondo cui un organismo genitore può trasmettere ai figli le caratteristiche fisiche da lui acquisite nel corso della vita attraverso l'esercizio o il disuso di certi organi.
Lamarck avanzò queste idee nella sua opera Philosophie zoologique (1809), che pur suscitando critiche da parte dei contemporanei, risentivano dell'influsso del pensiero romantico riguardo alla visione dinamica e finalistica della natura, basata su proprietà non riducibili a un mero meccanismo fisico., Romanticism in Science, pag. 47, op. cit. In quest'opera Lamarck giunse alla conclusione che gli organismi, così come si presentavano, fossero il risultato di un processo graduale di modificazione che avveniva sotto la pressione delle condizioni ambientali.
Lamarck assegnava una notevole importanza al ruolo attivo degli esseri viventi nel modificarsi in risposta agli stimoli ambientali,per ambiente egli intendeva biòtopo e biocenosi. e riteneva che l'uso di determinati organi, o parti di organi, provocasse modificazioni; in questo modo essi rispondono meglio alle esigenze di sopravvivenza dell'animale, in base al principio secondo cui «la funzione crea l'organo».Affermazione in qualche modo accettata anche dal darwinismo, sebbene in una prospettiva evolutiva di moltissime generazioni e con meccanismi completamente diversi da quelli prospettati da Lamarck. Le modificazioni si sarebbero poi trasmesse alla generazione successiva, e l'accumularsi dei caratteri acquisiti, di generazione in generazione, avrebbe determinato l'apparire di nuove specie meglio adattate all'ambiente.
A partire dalla dottrina di Lamarck si sviluppò sul finire del XIX secolo la corrente di pensiero denominata neolamarckismo, secondo cui la materia vivente sarebbe dotata di una potenzialità latente di natura vitalistica, che si contrapponeva al neodarwinismo basato invece su una spiegazione deterministico-casuale dei cambiamenti nelle specie.
La teoria di Lamarck Prima di lui alcune ipotesi evoluzionistiche furono avanzate da alcuni naturalisti o filosofi fin dall'antichità, a partire da Anassimandro, ma generalmente, prima di Lamarck si riteneva che le specie esistessero così come esse erano state create, secondo quanto detto nella Genesi biblica, e che fossero rimaste immutate durante tutta la storia della Terra. Questa teoria è detta fissismo ed ancora oggi essa trova credito presso alcune confessioni di creazionisti biblici.
Georges-Louis Leclerc de Buffon avanzò alcune ipotesi evoluzionistiche poco prima di Lamarck. Osservò che ci sono alcune specie che mutano in relazione al clima e ai fattori ambientali, opponendosi fortemente al preformismo.
Lamarck fu tra i primi ad elaborare un vero e proprio modello teorico dell'evoluzione, basato sull'idea di un progresso graduale verso la complessità. A partire da una concezione abiogenetica dell'origine della vita, cioè per generazione spontanea, egli vedeva la materia animata da un fluido igneo indifferenziato che tende a specializzarsi progressivamente, dando luogo dapprima agli organismi «apatici», poi a quelli sensibili, infine a quelli intelligenti dove si trasforma in flusso nervoso, ritenuto un loro tratto distintivo seguendo la lezione di Georges Cuvier.
A partire ad esempio dalle osservazioni sugli invertebrati, Lamarck elaborò l'idea che gli organismi, così come si mostravano in natura, fossero in realtà il risultato di un processo di sviluppo metamorfico che avveniva sotto la pressione delle condizioni ambientali, descritto secondo il linguaggio vitalistico.Peter H. Reill, Vitalizing Nature in the Enlightenment, pag. 198, University of California Press, 2005.
Formulò infatti l'ipotesi che in tutti gli esseri viventi sia sempre presente una spinta interna al cambiamento che sarebbe prodotta da due forze: la capacità degli organismi di percepire i propri bisogni, e la loro interazione con l'ambiente in funzione di un migliore adattamento. La teoria di Lamarck può essere riassunta in due leggi, collegate tra loro: "Legge dell'uso e del non uso" (disuso): un organo si sviluppa quanto più è utilizzato e regredisce quanto meno è sollecitato. "Legge dell'ereditarietà dei caratteri acquisiti" : il carattere acquisito dall'animale durante la sua vita viene trasmesso alla progenie.
Per spiegare la sua tesi usò come esempio le giraffe: in un primo momento, secondo Lamarck, sarebbero esistite solo giraffe con il collo corto; queste ultime, a causa dello sforzo fatto per raggiungere i rami più alti, avrebbero sviluppato collo e zampe anteriori e quindi avrebbero acquisito nel tempo organi adatti alle circostanze. Tutte queste parti del corpo, di conseguenza, sarebbero diventate progressivamente un poco più lunghe e sarebbero state trasmesse alla generazione successiva. La nuova generazione avrebbe avuto in partenza parti del corpo più lunghe e le avrebbe allungate ulteriormente, poco per volta.
In questo modo i vari adattamenti, accumulandosi e trasmettendosi attraverso le generazioni, avrebbero dato luogo a nuove specie, diverse da quelle originarie per effetto del costante adattamento all'ambiente. Secondo Lamarck questi due principi fornivano la spiegazione più plausibile dell'esistenza dei fossili, delle attuali diversità delle forme viventi e delle evidenti parentele tra gli organismi. Ogni specie sarebbe il risultato di una continua ed incessante trasformazione ed è proprio questo concetto il fondamento delle teorie evolutive.
Superamento del lamarckismo
Il lavoro del citologo August Weismann e le successive ricerche e scoperte della moderna biologia hanno dimostrato che il meccanismo mediante il quale le specie mutano non è la trasmissione dei caratteri acquisiti. Va però osservato che Lamarck non riconduceva l'evoluzione solo a cause esterne (l'ambiente in cui l'individuo si doveva adattare per evitare di morire), ma riconosceva negli organismi una tendenza naturale interna e sovrannaturale a modificarsi secondo i bisogni imposti dall'ambiente.
La prima legge, a differenza di quanto riteneva Lamarck, può interessare solo il singolo individuo (come l'atrofia muscolare per il mancato uso), in quanto le modificazioni somatiche dovute all'uso e al disuso non possono essere trasmesse alla progenie a causa della segregazione precoce di cellule somatiche e germinali. Le strutture vestigiali presenti in alcune specie animali (es.: cinto pelvico delle balene o arti atrofizzati nei boidi) non si sono formate attraverso un principio di "uso e disuso" bensì per mezzo di un processo di selezione naturale di varianti presenti nella popolazione.
La seconda legge fu superata dalla scoperta della differenziazione molto precoce tra cellule somatiche e cellule riproduttive nell'embrione. Si dimostrò, infatti, che un carattere, che un individuo acquista durante la sua esistenza, non può essere trasmesso ai suoi discendenti in quanto si tratta di una mutazione somatica che non insiste sul suo patrimonio genetico e quindi non può essere trasmessa ereditariamente. Pensiamo ad esempio al muscolo di uno sportivo, esso non è un carattere ereditabile dalla progenie. L'avvento dell'epigenetica sembra fornire alcune conferme alla seconda, mostrando che le modifiche ereditabili non siano solo quelle del genotipo ma, in alcuni casi, anche quelle del fenotipo.
Georges Cuvier, fondatore (con Lamarck) della paleontologia, avversava questa teoria mantenendo una posizione fissista. Osservava che la teoria di Lamarck non spiegava, ad esempio, come si producevano quelle modificazioni che non erano risultati di sforzi volontari, come la pelle mimetica maculata della stessa giraffa a partire dalla pelle uniforme delle antilopi. È del tutto vero che gli organismi si modificano nel corso della loro vita (cioè si modifica il fenotipo, l'organismo quale ci appare in natura), ma non vi era alcuna prova che queste modificazioni fossero trasmissibili. In seguito August Weismann dimostrò l'improbabilità della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti.
Lamarck fu tra i primi a sostenere il concetto di evoluzione, contro le concezioni fissiste del suo tempo affermando che: gli organismi viventi non sono immutabili, bensì si trasformano ininterrottamente; si trasformano per adattarsi all'ambiente e conseguire una più efficiente capacità di sopravvivere; le loro trasformazioni si accumulano nel corso delle generazioni dando luogo a specie nuove.
Darwin (1809-1882), in seguito, diede una diversa interpretazione del meccanismo mediante il quale si realizzano le mutazioni, nel tempo e nelle generazioni; la riscoperta degli studi di Gregor Mendel e le ricerche di August Weismann diedero credito all'ipotesi darwiniana, portando al rigetto del lamarckismo.
Nonostante alcune ipotesi di Lamarck si siano dimostrate infondate, come l'ereditarietà dei caratteri acquisiti attraverso l'uso e il disuso, egli rimane il precursore delle scienze evolutive, il primo scienziato ad affermare la trasformazione dei viventi nel tempo. In questo modo Lamarck portò la biologia fuori dal creazionismo e fondò una prospettiva dinamica della storia della natura.
Il lamarckismo dopo Lamarck I presupposti della teoria di Lamarck si possono riassumere nei seguenti tre postulati: a) Le cause dei fenomeni vitali vanno cercate nella composizione chimica della materia vivente. b) La scienza è solo scienza di processi continui regolati da leggi. c) La scienza può essere solo scienza della causalità deterministica.
Ed ecco le obiezioni che i lamarckiani mossero al darwinismo ed in polemica con Weissmann a partire da questi postulati: a) Ogni teoria che presupponga misteriosi elementi portatori di forme e di caratteri ("gemmule" di Darwin, biofori di Weismann o geni) è sospetta di idealismo o di spiritualismo. Nel protoplasma si trova la chiave dei fenomeni vitali (variazione, eredità, ontogenesi, adattamento), ma in tutto il protoplasma, non in alcune parti del nucleo. b) Nulla si crea se non per epigenesi; ogni ipotesi di strutture permanenti ed ereditarie (cromosomi) è sospetta di metafisica, se non di creazionismo. «Se si portano le tesi di Weismann alle estreme conseguenze – scrive Giard nel 1890 – bisogna concludere che tutte le variazioni erano contenute nei primi organismi comparsi sulla terra e dunque che questi "possedevano" [...] una potenza evolutiva in qualche modo indefinita». Le Dantec dice, nel 1899, che la dottrina di Weismann è un ritorno al preformismo, «l'equivalente di germi inscatolati» e sa di finalismo; l'evoluzione, per i lamarckiani, è invece epigenesi, cioè acquisizione di nuove strutture nell'interazione continua e diretta tra l'organismo e l'ambiente. L'idea di un plasma germinale separato completamente dal resto del corpo cozza con l'idea dell'organismo come sistema integrato che si auto-regola e si auto-adatta, capace cioè di rispondere in modo positivo ai mutamenti delle condizioni ambientali. In un sistema così integrato è difficile immaginare che ci fosse una parte completamente isolata dal resto, ma che dirigeva tutto il resto. c) La variazione aleatoria dei darwiniani è un "effetto senza causa" e la nozione di caso danneggia la scienza e la razionalità e può servire a nascondere un ritorno surrettizio alla Provvidenza. La causa della variazione e dell'eredità va cercata nel determinismo dell'ambiente, nelle risposte dell'organismo e nelle condizioni dell'ontoepigenesi.
La spiegazione lamarckiana delle modalità dell'evoluzione ebbe una influenza enorme sia sulla biologia sia sulle scienze sociali.