Tra le personalità più originali della letteratura italiana del Novecento, attraversò esperienze diverse, dal crepuscolarismo al futurismo, dalla narrativa fantastica e grottesca al recupero di forme narrative più tradizionali, mantenendo tuttavia una posizione sostanzialmente autonoma rispetto ai movimenti ai quali fu accostato.

Nella sua produzione ricorrono il gusto per il gioco e la parodia, il grottesco, la deformazione delle convenzioni sociali e letterarie e una concezione del riso come strumento di liberazione. Figura centrale della sua poetica è quella del «saltimbanco», opposta tanto al poeta-vate di ascendenza dannunziana quanto a ogni concezione sacrale e ufficiale della letteratura.

Adottò come pseudonimo il cognome della nonna materna, Anna Palazzeschi, alla quale era stato particolarmente legato.

Biografia

Famiglia, formazione e teatro Nacque a Firenze il 2 febbraio 1885, in una casa di via Guicciardini, da Alberto Giurlani e Amalia Martinelli. Il padre era un commerciante di abbigliamento maschile, titolare di un negozio in via dei Calzaiuoli; la madre era originaria di Città di Castello.

Particolarmente importante nella formazione dello scrittore fu la nonna materna Anna Palazzeschi, appartenente a una famiglia umbra di tradizione clericale, che affascinò il nipote con racconti e memorie legati soprattutto al mondo ecclesiastico e dalla quale egli trasse lo pseudonimo letterario.

Nel 1887 la famiglia si trasferì in Oltrarno, dapprima in via Santo Spirito e successivamente in via Calimala. Il padre fece inoltre costruire una villa nei pressi di Settignano, dove Palazzeschi avrebbe trascorso lunghi periodi e composto diverse sue opere.

Dopo le scuole elementari frequentò l'Istituto tecnico Leon Battista Alberti e nel 1902 conseguì il diploma di ragioniere. Si iscrisse quindi all'Istituto superiore di economia e commercio di Venezia, la futura Ca' Foscari, ma i suoi interessi erano ormai rivolti soprattutto al teatro e alla letteratura.

A Firenze frequentò la Regia scuola di recitazione «Tommaso Salvini», diretta da Luigi Rasi. Qui conobbe Marino Moretti, con il quale instaurò un'amicizia destinata a durare per tutta la vita. L'esperienza teatrale fu decisiva nella formazione di Palazzeschi, che molti anni dopo avrebbe indicato proprio nella scuola di recitazione una delle esperienze fondamentali della propria educazione artistica.

Nel 1906 entrò nella compagnia Talli-Borelli, detta «dei giovanissimi», e recitò a Bologna in Dora, o Le spie di Victorien Sardou, abbandonando tuttavia la compagnia dopo pochi giorni di tournée e rientrando a Firenze. La dimensione teatrale continuò comunque a esercitare un'influenza evidente sulla sua scrittura, in particolare sul carattere dialogico e performativo di molte poesie e prose.

Negli stessi anni lesse, fra gli altri, Gabriele D'Annunzio, Giovanni Pascoli, Maurice Maeterlinck e Oscar Wilde.

Gli esordi poetici Nel 1905 pubblicò a proprie spese la prima raccolta poetica, I cavalli bianchi. Sul frontespizio figurava l'editore «Cesare Blanc», nome del gatto dello scrittore, utilizzato come sigla editoriale per i suoi primi volumi.

Nel 1907 seguì Lanterna. Le due raccolte presentano atmosfere sospese, personaggi enigmatici, immagini di vecchiaia, malattia e morte e un gusto fiabesco che avvicinò inizialmente Palazzeschi al crepuscolarismo. Già in questi testi, tuttavia, la malinconia viene frequentemente deformata attraverso il grottesco, il gioco fonico e la teatralità.

Importante fu il rapporto con Sergio Corazzini, che recensì favorevolmente I cavalli bianchi e intrattenne con Palazzeschi un'intensa corrispondenza fino alla propria morte nel 1907.

Nel 1908 pubblicò il primo romanzo, :riflessi, successivamente rielaborato e riproposto con il titolo Allegoria di novembre. L'opera, vicina nella prima parte al clima simbolista e decadente, presenta nella seconda un brusco mutamento verso la cronaca, il pettegolezzo mondano e la deformazione comica.Luciano De Maria, Il romanzo decadente di Aldo Palazzeschi, in Aldo Palazzeschi, :riflessi, Milano, SE, 1990, p. 137.

Nel 1909 apparvero i Poemi, che segnarono una prima svolta nella sua produzione. Vi figurano alcuni dei suoi testi più noti, fra cui Chi sono?, Rio Bo e La fontana malata. La critica ha individuato in questa raccolta una progressiva emancipazione dai modelli crepuscolari e l'affermazione di una poetica fondata sul grottesco, sulla parodia e sul gioco.

In Chi sono? Palazzeschi respinge polemicamente le tradizionali definizioni del poeta e si presenta come «il saltimbanco dell'anima mia», immagine destinata a diventare emblematica della sua poetica.

L'esperienza futurista Nel maggio 1909 ebbe inizio il carteggio con Filippo Tommaso Marinetti, che aveva letto i Poemi e ne aveva riconosciuto l'originalità. Nel novembre dello stesso anno Palazzeschi si recò a Milano per conoscerlo personalmente e aderì al futurismo.

Nel 1910 le Edizioni futuriste di Poesia pubblicarono L'incendiario, dedicato a Marinetti. Palazzeschi partecipò anche ad alcune serate futuriste, fra cui quelle di Trieste, Napoli e Torino.

La sua adesione al movimento rimase tuttavia personale. Palazzeschi condivideva con i futuristi la volontà di infrangere le convenzioni linguistiche e letterarie, ma rimase sostanzialmente estraneo all'esaltazione della macchina, della violenza, della guerra e della palingenesi politica.

Nel 1911 pubblicò Il codice di Perelà, favola allegorica imperniata su un «uomo di fumo» che, inizialmente accolto come creatura eccezionale e incaricato di redigere un nuovo codice, viene infine condannato ed espulso dalla società. Più volte riscritto nel corso degli anni, il romanzo è considerato una delle opere centrali della prima stagione palazzeschiana.

Nel 1912 iniziò a lavorare a La piramide, che sarebbe stata pubblicata soltanto nel 1926. Nel 1913 iniziò una collaborazione intensa con Lacerba, fondata da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, e collaborò anche a La Riviera Ligure e ad altri periodici.

Il 15 gennaio 1914 pubblicò su Lacerba Il controdolore. Manifesto futurista, nel quale elaborò una concezione del riso come reazione al dolore, alla serietà convenzionale e alle gerarchie sociali e culturali.

Nel marzo 1914 compì il primo viaggio a Parigi insieme con Soffici, Papini, Umberto Boccioni e Carlo Carrà, frequentando l'ambiente dell'avanguardia internazionale e conoscendo fra gli altri Guillaume Apollinaire, Henri Matisse, Georges Braque e Pablo Picasso.

Il 28 aprile 1914 pubblicò sulla Voce una Dichiarazione con cui prese ufficialmente le distanze dal futurismo e diffidò Marinetti dal continuare a presentarlo come appartenente al movimento. Il rapporto personale con Marinetti rimase tuttavia amichevole.

La prima guerra mondiale Allo scoppio della prima guerra mondiale Palazzeschi si dichiarò inizialmente neutralista, contrapponendosi all'interventismo dei futuristi e di diversi collaboratori di Lacerba. Il 1º dicembre 1914 pubblicò sulla rivista l'articolo Neutrale:

Nel corso del 1915 la sua posizione mutò parzialmente: giunse a interpretare l'intervento contro gli Imperi centrali come un mezzo per impedire in futuro nuove guerre e, alla vigilia dell'ingresso dell'Italia nel conflitto, pubblicò su Lacerba Evviva questa guerra!.

Benché inizialmente riformato alla visita di leva, nel luglio 1916 venne richiamato alle armi come soldato semplice nel III reggimento telegrafisti. Prestò servizio dapprima a Firenze, poi a Roma, presso il Ministero dell'interno, e successivamente a Tivoli, dove si trovò anche con Marino Moretti e Federigo Tozzi.

L'esperienza militare lo provò fortemente sul piano fisico e psicologico e comportò anche un ricovero ospedaliero e un periodo di convalescenza.

Nel 1919 venne congedato e tornò a Firenze. Dall'esperienza della guerra nacque Due imperi... mancati, pubblicato da Vallecchi nel 1920, nel quale Palazzeschi sviluppò una dura condanna del militarismo e della logica bellica.

Due imperi... mancati e il primo dopoguerra Due imperi... mancati costituisce una delle opere più apertamente civili di Palazzeschi. Accanto alle pagine autobiografiche dedicate alla vita militare, lo scrittore riflette sul disarmo, sul militarismo, sull'isolamento di chi rifiuta la violenza collettiva e sulla responsabilità degli intellettuali.

Giorgio Pullini vi ha individuato un antimilitarismo atipico, fondato soprattutto su un «trasporto emotivo» e su una «ragione del sentimento» più che su un sistema politico coerentemente elaborato.

Il libro fu accolto favorevolmente anche da alcuni ex interventisti. Ardengo Soffici, in una lettera del luglio 1920, riconobbe a Palazzeschi particolare coerenza morale; anche Giovanni Papini, nello stesso periodo, gli confidò la propria crescente disillusione nei confronti della guerra.Franco Contorbia, Su Palazzeschi "politico", in Gino Tellini (a cura di), L'opera di Aldo Palazzeschi. Atti del convegno internazionale, Firenze 22-24 febbraio 2001, Firenze, Olschki, 2002, pp. 178-181.

Nel 1921 pubblicò Il re bello, prima raccolta di novelle. Nel 1926 iniziò la collaborazione con il Corriere della Sera e pubblicò La piramide. Scherzo di cattivo genere e fuor di luogo, iniziata nel 1912 e ancora legata alla fantasia grottesca e sperimentale della stagione giovanile.

Gli anni Trenta e il rapporto con il fascismo Negli anni del fascismo Palazzeschi condusse una vita relativamente appartata e rimase, secondo il Dizionario Biografico degli Italiani, «piuttosto lontano dall'ambiente della cultura ufficiale e senza legami diretti col regime fascista». Il suo rapporto con il sistema culturale del ventennio non fu tuttavia di assoluta estraneità: collaborò a periodici attivi durante il regime e partecipò ad alcune iniziative pubbliche e giurie letterarie.

Nel 1930 pubblicò presso Preda l'edizione definitiva delle Poesie. Tra il 1930 e il 1931 soggiornò più volte a Parigi, dove strinse amicizia con Filippo de Pisis e conobbe Luigi Pirandello.

Nel 1932, anche grazie all'interessamento di Ugo Ojetti, pubblicò Stampe dell'Ottocento, raccolta di prose memorialistiche nella quale il contrasto fra convenzione e libertà individuale viene trasferito dal piano fantastico a quello della memoria storica e autobiografica.

Nel 1933 collaborò con racconti e prose a Quadrivio, settimanale diretto da Telesio Interlandi.

Nel 1934 fece parte della giuria del premio di poesia della Biennale di Venezia e, insieme con Giuseppe Ungaretti e Riccardo Bacchelli, della giuria per la poesia dei primi Littoriali della cultura e dell'arte, svoltisi a Firenze, che assegnò a Leonardo Sinisgalli il titolo di «Primo littore» per la poesia.Cfr. Ugo Alfassio Grimaldi, Marina Addis Saba, Cultura a passo romano. Storia e strategia dei Littoriali della cultura e dell'arte, Milano, Feltrinelli, 1983.

Nello stesso anno uscì presso Vallecchi Sorelle Materassi, già apparso a puntate sulla Nuova Antologia. Il romanzo fu il maggiore successo narrativo dello scrittore e contribuì in maniera decisiva alla sua notorietà presso il grande pubblico.

Ambientato nell'area fiorentina, il romanzo racconta la vita delle sorelle Teresa e Carolina Materassi, ricamatrici la cui esistenza ordinata viene sconvolta dall'arrivo del giovane nipote Remo. Pur adottando un impianto realistico e una struttura più tradizionale rispetto ai romanzi giovanili, l'opera conserva il tipico contrasto palazzeschiano fra ordine sociale e irruzione del desiderio, della fantasia e dell'irregolarità.

Nel 1937 pubblicò Il palio dei buffi, seconda raccolta di novelle, e collaborò a Omnibus di Leo Longanesi.

Gli anni romani e la seconda guerra mondiale Nel 1938 morì il padre Alberto e nel 1940 la madre Amalia.