Il rapporto tra la Chiesa cattolica e il regime dittatoriale degli Ustascia dello Stato Indipendente di Croazia (1941-1945) fu La Chiesa, in particolare nella persona dell'arcivescovo di Zagabria Alojzije Viktor Stepinac, salutò con favore la nascita del nuovo stato che considerava il cattolicesimo un elemento essenziale dell'identità nazionale croata.
Anche in seguito il regime degli Ustascia non venne mai ufficialmente condannato. Tuttavia l'arcivescovo prese progressivamente le distanze dall'operato della dittatura fascista, condannandone in particolare l'intrinseco razzismo e violenza e le persecuzioni e conversioni forzate dei serbi al cattolicesimo. Nel Sinodo che Stepinac convocò dal 17 al 20 novembre 1941 i vescovi espressero la propria disapprovazione ad Ante Pavelić nella quale, pur dissociando la sua responsabilità dai suoi sottoposti “irresponsabili”, condannarono le conversioni forzate dei serbi e le atrocità degli ustascia chiedendo inoltre che i diritti della Chiesa Ortodossa andassero rispettati e che gli ebrei fossero trattati nel modo “più umanamente possibile, considerata la presenza delle truppe tedesche”. Pio XII informato sulle decisioni del Sinodo lo trovò soddisfacente e lodò il “coraggio e la decisione” dei vescovi nell'opporsi agli ustascia per il trattamento contro i serbi.M. Phayer, Il papa e il diavolo, Roma, 2008, pp. 51-57 Lo storico Michael Phayer in base ai propri studi è arrivato a questa conclusione "Nessun capo di una chiesa nazionale parlò del genocidio in modo così evidente come fece Stepinac. Le sue parole furono coraggiose e di principio"Sabrina P. Ramet, The three Yugoslavias: state-building and legitimation, 1918-2005, 2006, p. 127..
Lo Stato Indipendente di Croazia comprendeva le attuali Croazia e Bosnia ed Erzegovina, eccetto l'Istria, Fiume e buona parte della Dalmazia.
La nascita del regime La Chiesa cattolica, con a capo monsignor Alojzije Stepinac, arcivescovo di Zagabria, inizialmente si pronunciò a favore del nuovo Stato, il che contribuì a formare un favore popolare generalizzato. Stepinac si rallegrò con il maresciallo Slavko Kvaternik per la proclamazione dello Stato e quando, il 13 aprile 1941, Ante Pavelić entrò a Zagabria in camicia nera, scortato da mezzi corazzati italiani, l'arcivescovo si recò da lui il giorno successivo per porgergli felicitazioni e partecipare a un brindisi in suo onore. Il 15 aprile Stepinac comunicò nella cattedrale di Zagabria la fondazione dello Stato Indipendente di Croazia, formulando i migliori auguri per il suo avvenire. Però sarebbe sbagliato leggere in questi gesti un ingenuo entusiasmo. Il 16 aprile nel suo Diario è annotato: «[...] l'arcivescovo ha ricavato l'impressione che il Poglavnik sia un cattolico sincero e che la Chiesa avrà la libertà nelle sue azioni, anche se l'arcivescovo non si illude che tutto ciò possa avvenire senza difficoltà».Il Card. Stepinac eroe e martire dimenticato da "Studi Cattolici", n. 531, Maggio 2005
Altro esempio del sostegno cattolico al nascente regime è un articolo, pubblicato il 10 aprile 1942 dal giornale Vrhbosna, firmato dal reverendo Dragutin Kramber, segretario dell'arcivescovo di Sarajevo Ivan Šarić: “[Possiamo] affermare, senza tema di essere smentiti, che noi sacerdoti cattolici croati ci siamo trovati, nella stragrande maggioranza, fin dall'inizio, dalla parte di quegli uomini che hanno preparato l'avvento della Croazia indipendente. Questo Stato è una nostra creatura”.
Questi fatti risultano dai giornali del tempo, così come dal diario di Stepinac emerge il suo interessamento perché lo Stato Indipendente di Croazia fosse riconosciuta dal Vaticano e venissero stabiliti regolari rapporti diplomatici. Alla richiesta di Stepinac, seguita da quella di Pavelić, la Santa Sede rispose in modo interlocutorio, ma riconobbe di fatto Stato e governo croati, sia assicurando la presenza di un proprio delegato a Zagabria, monsignor Ramiro Marcone, con il compito di rappresentarla e, secondo Gino Bambara, , sia, soprattutto, nello stabilire buoni rapporti negli affari correnti, utili per una presenza politica concreta, in attesa del riconoscimento ufficiale qualora le forze dell'Asse avessero vinto la guerra.Gino Bambara, La guerra di liberazione nazionale in Jugoslavia (1941-1943), Mursia, Milano, 1988, pp. 41-42. Il giornale “Katolički List” – che fa capo all'arcivescovo di Zagabria monsignor Stepinac – nel n° 41 del 7 giugno 1941 pubblica un articolo intitolato “Lo Stato Indipendente Croato”, firmato dal canonico Janko Penić (redattore del periodico), nel quale si inneggia al dittatore ustascia Pavelić: “Il Poglavnik ha restituito alla Chiesa cattolica la sua antica, tradizionale autorità divina, che nella vecchia Jugoslavia aveva gravemente sofferto. Il Poglavnik dedica grande attenzione alla fede e ai miracoli”.
Il 28 aprile 1941, il giorno stesso in cui 250 serbi vennero massacrati a Bjelovar (episodio che si conobbe ovviamente solo in seguito e che non aveva nessuna relazione con quanto espresso quel giorno nelle chiese croate) fu letta da tutti i pulpiti cattolici una lettera pastorale di Stepinac che richiamava il clero e i fedeli a collaborare all'opera del Poglavnik. Stepinac raccomandava ai preti di pregare “affinché sul Poglavnik dello Stato della Croazia scenda lo spirito della saggezza in modo da permettergli di adempiere un così alto dovere per l'onore di Dio e la salvezza del popolo; e affinché la nazione croata divenga la nazione divina, fedele a Cristo e alla sua Chiesa costruita sulla tomba di Pietro”. Stepinac sarebbe rimasto fedele allo Stato croato indipendente, anche se col tempo diventò sempre più critico nei confronti delle azioni attribuite ai suoi feroci sostenitori.Michael Burleigh, In nome di Dio. Religione, politica e totalitarismo da Hitler ad Al Qaeda, Rizzoli, Milano, 2007, p. 304; John Cornwell, Il papa di Hitler, Garzanti, Milano, 2000, p. 368. Un esempio dell'atteggiamento reale di Stepinac verso episodi simili lo si può comprendere con un fatto che avvenne pochi mesi dopo. Il 14 maggio 1941, dopo aver avuto notizia del massacro effettuato dagli ustascia a Glina che provocò la morte di 260 serbi, inviò immediatamente una lettera di protesta a Pavelić, in cui scrisse: «Io so bene che i serbi hanno commesso gravi misfatti in questi venti anni di governo. Credo però mio dovere di Vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica; quindi, Vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato Indipendente di Croazia, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale dobbiamo soccombere»Archivio della Postulazione per la canonizzazione del cardinale Luigi Stepinac, arcivescovo di Zagabria, Positio, vol. III, p.556. Innumerevoli furono gli interventi a favore dei serbi. Uno dei primi fu quello per il vescovo ortodosso Dositej Vasich, che era stato arrestato dagli ustascia e venne liberato a seguito dell'intervento di Stepinac. Il 16 maggio protestò contro la deportazione della popolazione serba di Kordun e si interessò della sorte dei deportati del distretto di Sisak. Il 21 luglio protestò contro il trattamento disumano riservato agli internati dei campi di concentramento e nello stesso mese riuscì a salvare 300 donne serbe catturate dagli ustascia e destinate a morte sicura. Un dato può essere significativo della grande opera di carità che svolse Stepinac durante la guerra: tra il 1942 e il 1944, l'arcivescovo riuscì a salvare, facendoli ospitare in istituti religiosi o presso famiglie di Zagabria, 6.717 bambini, di cui circa 6.000 di famiglie ortodosse e partigiane, rimasti abbandonati dopo la battaglia di Kozara del 1942. I bambini arrivarono a essere circa 14.000 quando, nel 1943, se ne aggiunsero 3.000 e altri 5.000 dai campi di concentramento in Dalmazia."Studi Cattolici", n. 531, Maggio 2005, pp. 365-368
Dal 17 al 20 novembre 1941 i vescovi croati vennero convocati in Sinodo dall'arcivescovo Stepinac ed emanarono un duro documento ufficiale, approvato da Roma, che richiamava Pavelić, condannando le conversioni forzate dei serbi e le atrocità degli ustascia. Si chiedeva inoltre il rispetto della Chiesa ortodossa e degli ebrei, affinché fossero trattati il “più umanamente possibile”."Studi Cattolici", n. 531, Maggio 2005, pp 364-369
Il Ministro dell'istruzione del governo ustascia Julije Makanec, testimonia nel suo articolo “Chiamati e non chiamati” in Hrvatski Narod del 7 novembre, l'ambiguità del rapporto fra il regime e la Chiesa e la crescente ostilità di quest'ultima verso gli ustascia. Nell'omelia dell'ottobre 1943, l'arcivescovo Stepinac aveva condannato la crudeltà dei metodi usati e la dottrina razziale del regime. Per Makanec quelle parole rappresentavano una pugnalata nella schiena e invitava l'arcivescovo ad occuparsi di cose ecclesiali.Aleksa Benigar, "Stepinac", p. 416 A causa dei ripetuti interventi dell'arcivescovo a favore dei perseguitati dal regime, i dirigenti ustascia giunsero a richiedere più volte al Vaticano l'allontanamento di Stepinac.Andrea Riccardi, Il secolo del martirio, Milano, 2000, p. 141.
Le omelie contro il razzismo Il 25 novembre 1942 il cardinale Stepinac pronunciava un'omelia in cui condannava senz'appello il razzismo, dottrina fondamentale del governo ustascia.Le citazioni delle omelie sono tratte da "Stepinac" di Aleksa Benigar, traduzione di Guido Villa, pp. 409-416
E ancora giunge ad un'aperta critica delle violenze e dei soprusi in questo significativo passaggio della stessa omelia:
Il 31 ottobre 1943, a conclusione della grande processione penitenziale, l'arcivescovo Stepinac torna a gran voce a prendere le distanze in modo molto netto dal regime.
Quindi critica apertamente il razzismo:
E condanna giungendo a minacciare il castigo divino:
Alla fine del mese di aprile del 1942 Stepinac si recò a Roma dove ebbe un'udienza di un'ora con Pio XII per discutere degli eventi in Croazia. [...] Subito dopo l'udienza papale, Stepinac attaccò pubblicamente gli ustascia per le loro violenze:Michael Burleigh, In nome di Dio. Religione, politica e totalitarismo da Hitler ad Al Qaeda, Rizzoli, Milano, 2007, p. 309.
L'editore ebreo jugoslavo Slavko Goldstein calcola che Stepinac sia riuscito a salvare poco più di cinquecento persone tra israeliti e serbi e spiega il suo atteggiamento di fronte al regime con una lucida analisi: "Si impegnava, e proclamava dal pulpito il suo no al razzismo, ma senza mai condannare direttamente il regime fascista e il suo Duce. Perché gli ustascia restavano parte integrante del suo gregge, e il loro Stato cattolico era giunto come evento provvidenziale. Al contrario, i partigiani comunisti e scismatici incarnavano l'Anticristo".