La locuzione Triangolo della morte (o Triangolo rosso), di origine giornalistica, indica un'area del nord Italia ove, tra il settembre del 1943 e il 1949, si registrò un numero particolarmente elevato di omicidi a sfondo politico, perpetrati da estremisti di sinistra e da militanti di formazioni di matrice comunista.

Storia Secondo il giornalista Francesco Malgeri, l'espressione era originariamente riferita al triangolo di territorio compreso tra Castelfranco Emilia, Mirandola e Carpi, mentre il giornalista Giampaolo Pansa indica la zona del modenese, corrispondente al triangolo compreso fra Castelfranco Emilia e due sue frazioni, Piumazzo e Manzolino. In seguito, l'espressione è stata ripresa per indicare aree di volta in volta più ampie sia dentro che fuori dalla regione ma con epicentro l'Emilia, ad esempio il triangolo Bologna-Reggio Emilia-Ferrara: questa è l'area indicata già nel 1992 con l'espressione "Triangolo della morte" nel saggio dei Pisanò..

Giovanni Fantozzi, autore di libri sugli scontri postbellici nel modenese, sostiene che nel dopoguerra, dall'aprile del 1945 alla fine del 1946, nella provincia di Modena gli omicidi politici furono diverse centinaia, probabilmente oltre il migliaio, stando alle stime del prefetto Giovanni Battista Laura, del resto non molto dissimili da quelle dei Carabinieri. ). Tra i delitti andrebbero inseriti anche quelli commessi da ladri e delinquenti comuni che approfittarono della confusione per compiere numerose azioni criminali, facendo cadere poi la colpa sui comunisti. Altri omicidi furono invece vendette personali.

Il numero dei morti resta indefinito: Ferruccio Parri, antifascista e presidente del Consiglio, valutò il numero degli uccisi in 30.000, il ministro degli Interni Mario Scelba in 17.000, Giorgio Bocca, più recentemente, in 15.000. Il giornalista e scrittore fascista, senatore per il Movimento Sociale Italiano, Giorgio Pisanò indica in circa 34.500 i morti causati dalla "giustizia partigiana" scatenatasi alla fine della seconda guerra mondiale..

Il particolare "clima emiliano" L’ondata di uccisioni nelle prime settimane dopo il 25 aprile 1945, che perdurò anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, coinvolse in modo particolare le regioni del nord Italia. Dall’analisi dei dati riportati su un documento del Ministero dell’InternoCitato in . La riproduzione fotografica del documento è alle pp. 215-217. risulta che gli uccisi e gli scomparsi dispersi (presunti uccisi) furono: in Piemonte 1.790 + 147, in Liguria 1.726 + 60, in Lombardia 1.271 + 210, in Emilia-Romagna 1.535 + 423, in Veneto + 141,... Da tali dati appare evidente che (senza considerare i massacri delle foibe accaduti in Venezia Giulia) la regione con il più alto numero di uccisi, in prossimità della fine della guerra, fu proprio l’Emilia-Romagna (complessivamente 1.958 tra uccisi e scomparsi). La causa di tale primato, secondo il giornalista e saggista Giovanni Fantozzi è attribuibile al particolare clima politico, conseguente alle particolarmente efferate azioni squadristiche compiute in questa regione (specialmente durante la dominazione nazista). Inoltre tali episodi di violenza non erano rivolti solo contro i fascisti ma avevano come obiettivo anche persone che rientravano nella vasta categoria politico-sociale dei “nemici di classe” (possidenti, agrari, piccoli commercianti, coltivatori, preti, anticomunisti...), e perdurarono per tutto il 1945 e oltre (fino alla fine del 1946).

La situazione politica emiliana nel periodo immediatamente precedente e successivo alla fine della guerra fu particolarmente violenta. Alla primitiva contrapposizione fra fascisti e antifascisti si aggiunse una forte istanza di trasformazione dei rapporti sociali tra detentori della proprietà fondiaria e i contadini, per lo più legati a contratti di mezzadria. Le zone interessate dai delitti nel dopoguerra erano già state teatro di uno squadrismo agrario-fascista estremamente violento durante il biennio rosso e i primi anni di presa del potere del regime, e ciò aveva fortemente accentuato un conflitto di classe e ideologico che si scatenò nel dopoguerra, essendo viste la borghesia agraria e la chiesa corresponsabili in chiave anticomunista delle violenze fasciste.

Un particolare aspetto fu rappresentato dalla figura dei sacerdoti della Chiesa Cattolica che vede insieme esperienze come quella di don Zeno Saltini, che voleva una chiesa schierata con le istanze della sinistra, ma anche una visione più conservatrice che portò alcuni sacerdoti ad essere uccisi.

L'analisi di Pietro Scoppola Un'analisi particolarmente documentata del fenomeno è stata tracciata dallo storico Pietro Scoppola all'interno del saggio La repubblica dei partiti, nel capitolo dedicato alla conflittualità politico-ideologica che caratterizzò la collaborazione governativa tra Democrazia cristiana e Partito comunista. Secondo Scoppola all'origine degli omicidi sta l'ambiguità dell'atteggiamento del PCI, diviso tra il realismo politico di Togliatti, che in ottemperanza alle direttive ricevute da Mosca aveva - almeno pubblicamente - accantonato la prospettiva rivoluzionaria ripiegando sul più generico obiettivo della "democrazia progressiva", e l'ala del partito rimasta scontenta dell'esito del conflitto mondiale e propensa alla prosecuzione ad oltranza di epurazioni e guerra di classe, in attesa dell'"ora X" in cui un'insurrezione armata avrebbe dovuto imporre in Italia un regime di tipo sovietico. Scoppola non tralascia di richiamare il fatto che nel biennio che aveva preceduto l'avvento del fascismo la zona in questione era stata la più duramente colpita dalla violenza squadrista: quegli eventi non si erano certo cancellati nella memoria popolare, per cui non v'è da meravigliarsi se, all'indomani della caduta del regime, i soprusi commessi 25 anni prima dal "fascismo agrario" venissero vendicati con un'ondata di violenza contadina. Si consideri infine che alle elezioni amministrative tenutesi nel marzo 1946 il PCI ottenne proprio a Modena il picco dei consensi, raccogliendo oltre il 48% dei voti: successo che, inquadrato in quello altrettanto schiacciante conseguito nel resto della regione, corroborò evidentemente nella dirigenza comunista la volontà di affiancare alla via legalitaria e democratica quella armata e sanguinaria.

Scoppola ricorda come nell'agosto 1945 alla guida della prefettura modenese fosse stato insediato Disma Zanetti; se non che le accuse rivoltegli di simpatie e legami con ambienti fascisti avevano inasprito la già tesa situazione, inducendo nel maggio 1946 il governo a rimuoverlo. Il rapporto stilato due mesi più tardi dal nuovo prefetto Luigi Stella tracciava in termini drammatici la situazione dell'ordine pubblico nella provincia, in cui "elementi criminali di vario genere" si erano sostituiti all'autorità dello Stato, incapace di farvi rispettare la legalità, al punto che alle forze dell'ordine si era sostituita la polizia dell'ANPI, impossessandosi della Questura "a mezzo di un personale ausiliario largo e invadente che è espressione dell'esecutivo comunista". Ad aggravare la situazione aveva indirettamente contribuito lo stesso governo, causa il "giudizio De Gasperi" con cui nel marzo 1946 si era tentato di sanare i dissidi tra proprietari terrieri e agricoltori circa la vertenza della mezzadria. Il proprietario non era più in grado di riscuotere la parte di prodotto spettantegli e neppure una quota minore, non restandogli altro se non "sottomettersi alla benevolenza del mezzadro". Il rapporto concludeva: "Si può affermare che i responsabili dei delitti che travagliano la zona sono delinquenti comuni, inquadrati nelle varie formazioni politiche dalle quali deriva loro autorità e impunità; mentre i responsabili morali e talvolta mandanti sono gli esponenti di dette organizzazioni: ANPI, Federterra, Camera del lavoro, CLN, amministrazioni rosse ecc.".

Una ricostruzione confermata dalla relazione inviata dalla Democrazia cristiana modenese a De Gasperi nell'agosto 1946, nella quale si legge: "Il fenomeno partigiano prese in gran parte il ruolo di guardia armata del Partito comunista e assunse, di fronte alla naturale carenza delle forze pubbliche e alla tolleranza del governo militare alleato, l'iniziativa civile che fin dai primi giorni del maggio '45 fu organizzata come polizia partigiana. Si venne così alla formazione di un nucleo di agenti ausiliari effettivamente controllati e manovrati nella quasi totalità dal PCI, nella scelta dei quali furono adottati criteri esclusivamente politici, non tenendosi conto dei gravissimi precedenti, anche di natura penale, esistenti a carico di troppi di codesti agenti". Secondo un'indagine condotta dai carabinieri, nell'anno successivo alla liberazione nella provincia di Modena si erano perpetrati 893 delitti politici, escludendo quelli avvenuti nel capoluogo. Tale "sinistro primato" aveva, secondo il direttivo democristiano modenese, "evidenti finalità di terrorismo politico", forse finalizzato proprio all'agitazione mezzadrile. Le armi accantonate nei depositi sarebbero state in grado di armare un esercito di 18.000 uomini; erano state compilate liste di "persone indesiderabili" da sopprimere; e in diversi luoghi del Modenese venivano sottoposti a tortura quei militanti comunisti rei di avere defezionato o rivelato notizie inerenti l'attività terroristica attuata dal partito. Intimidazione, violenza, corruzione erano i mezzi propri della propaganda comunista; e la speculazione caratterizzava collocamento della mano d'opera e distribuzione dei sussidi. La debolezza dell'autorità costituita si esemplificava nella figura del procuratore Assante che, "pavido e compromesso con il fascismo, è ricattato e quindi manovrato dal PCI". Ma neppure l'atteggiamento di prefetto e questore rassicurava i democristiani modenesi. Entrambi avevano infatti "ripetutamente dichiarato che di fronte a qualsiasi eventuale moto rivoluzionario non potrebbero assolutamente disporre di forze fidate con cui fronteggiare gli avvenimenti". Il documento si concludeva rilevando la "spaventosa analogia con la situazione verificatasi nel 1919-20, con tutte le aggravanti del difficilissimo momento attuale".

Altre testimonianze confermano la latitanza dell'autorità statale e la garanzia di immunità per gli autori dei delitti politici. Dopo le prime azioni di rastrellamento attuate dai carabinieri ne veniva segnalata l'impressione positiva ricavata dalla popolazione, ma paventando al contempo "il pericolo di interferenze politiche che possano intralciare l'opera delle forze dell'ordine". Un rapporto trasmesso il 4 ottobre 1946 al Comando generale di Pubblica Sicurezza estendeva il fenomeno alla provincia di Reggio "essendo la zona emiliana stata prescelta per un primo esperimento a carattere comunista nel settore agricolo", prevedendo l'allargamento del disegno eversivo alla provincia di Mantova e non escludendo che tale mobilitazione potesse preludere ad un'azione antistatale. "A fianco del Partito comunista è stata creata nelle regioni un'organizzazione armata, separata dal partito ufficiale e spesso sconfessata dallo stesso ma collaborante nei medesimi fini, che non rifugge dai maggiori crimini e che farebbe capo a un centro direttivo sito in Jugoslavia collaterale con l'esercito di Tito". A fronte delle continue notizie sulla situazione emiliana apparse sulla stampa, "l'Unità" passò al contrattacco pubblicando il 29 ottobre un articolo in cui si tentava di accreditare la tesi che fosse in atto una campagna discriminatoria nei confronti del PCI, ma un'indagine promossa dal Ministero dell'Interno accertò trattarsi di affermazioni prive di fondamento.