Il terremoto dell'Irpinia e del Vulture del 1930 fu un sisma di magnitudo momento 6,7 (X grado della scala Mercalli) che si verificò il 23 luglio 1930 con epicentro in Irpinia, tra Lacedonia e Bisaccia. Il terremoto prese anche il nome dal monte Vulture, alle cui pendici si verificarono ingenti danni, e comunque colpì diffusamente la Basilicata, la Campania e la Puglia, provocando i suoi massimi effetti distruttivi nell'area appenninica compresa fra le province di Potenza, Matera, Avellino, Benevento e Foggia. Il terremoto causò la morte di 1.404 persone prevalentemente nelle province di Avellino e Potenza, interessando oltre 50 comuni di 7 province.
Il sisma fu aggravato dalla scarsa qualità dei materiali usati per le costruzioni e dalle scadenti caratteristiche dei terreni su cui sorgevano gli abitati. Il terremoto colpì l'area montuosa al confine fra l'Irpinia e il Vulture-Melfese, caratterizzata all'epoca da un'agricoltura povera e da scarse infrastrutture, con abitazioni di un solo vano a pian terreno, poste talvolta al di sotto del livello stradale e a cui si accedeva per mezzo di gradini in pietra. Le famiglie di ceto più elevato risiedevano in case di due o tre vani anche su due piani. Entrambe le tipologie abitative erano, generalmente, costruite con ciottoli fluviali o con pietre vulcaniche legate da malte di bassa qualità o da fango essiccato.
Comuni colpiti I comuni più colpiti, dove crollò il 70% degli edifici, furono Aquilonia e Lacedonia. Di seguito le province più danneggiate: i comuni della provincia di Potenza più colpiti furono quelli posti attorno all'ex-vulcano Vulture. In particolare a subire i danni maggiori sia dal punto di vista della perdita delle vite umane, sia dal punto di vista dei danni al patrimonio immobiliare civile e pubblico-religioso fu la città di Melfi. I comuni della provincia di Avellino più colpiti furono quelli ubicati ai confini con la Basilicata; particolarmente danneggiato fu Ariano Irpino e i comuni circostanti. I comuni più danneggiati in provincia di Foggia furono soprattutto quelli appenninici ai confini con Campania e Basilicata.
Malgrado la totale distruzione degli edifici i morti furono solo lo 0,05% della popolazione delle province colpite. Ciò fu dovuto al fatto che esso avvenne in concomitanza con la trebbiatura del grano e che, quindi, gran parte della popolazione stesse dormendo in campagna al momento del sisma. Il 75% delle vittime (1 052) fu in provincia di Avellino, il 15% (214) in quella di Potenza, il 7% (108) in provincia di Foggia, l'1,47% (21) in quella di Benevento, si contarono 7 morti in quella di Napoli e 2 in quella di Salerno. Vi furono 4 264 feriti, mentre i senzatetto furono 100 000 nella sola provincia di Avellino.
A Melfi (IX MCS) i morti furono 145. Le case crollate ammontarono a 415, quelle lesionate a 1465, rispettivamente pari al 21% e il 73% del patrimonio costruito. L’analisi degli effetti a scala urbana evidenzia una concentrazione di danni nell’area sud-occidentale dell’abitato ed in altre limitate porzioni del centro storico
A Rapolla (VIII-IX MCS) si ebbero circa venti morti e trenta feriti. Le abitazioni crollate ammontarono a 50, quelle lesionate furono 800, rispettivamente il 6% e il 100% dell’edificato. I maggiori effetti si ebbero nei rioni Santa Sofia, San Giovanni e Castello. Le condizioni di stabilità dell’abitato destavano preoccupazione già prima del sisma. Si ebbero maggiori danni negli immobili costruiti sul ciglio di strapiombi formati da tufi vulcanici disarticolati e/o attraversati da diffusi sgrottamenti. Molte case furono fortemente danneggiate perché situate in prossimità delle frane di Santa Sofia e San Giovanni, già mobilizzate prima del sisma.
A Barile (VIII-IX MCS), dove si ebbero 10 morti e 44 feriti, le case crollate furono 75, pari all’8% del costruito, mentre la rimanente porzione fu lesionata. Il danno fu concentrato nella porzione sud-orientale e settentrionale nell’abitato.
A Rionero in Vulture (VIII MCS) si ebbero 24 morti e 43 feriti. Le case crollate furono 150 e quelle lesionate 2800, rispettivamente il 5% e il 93% del costruito. L’analisi degli effetti in ambito urbano evidenzia i maggiori danni in particolare nel Rione Costa. I danni più intensi possono in parte essere ricondotti a fenomeni di amplificazione sismica, alla presenza di una fitta ed interconnessa rete di cavità che può aver agito come fattore predisponente per l’incremento locale del danno sismico ed alla disarticolazione di blocchi tufacei che in seguito al sisma causarono instabilità fondazionale degli edifici.
Soccorsi Alla data del terremoto, le opere di pronto soccorso nelle aree colpite da calamità erano disciplinate dal Regio Decreto Legge del 9 dicembre 1926, n. 2389 il cui regolamento attuativo fu emanato circa un anno dopo, il 15 dicembre 1927. I punti chiave su cui si basava l’ordinamento di cui al Regio Decreto del 1926 erano quattro: 1) rapidità nelle segnalazioni e nelle ricognizioni dell’area colpita; 2) direzione dell’opera di soccorso affidata al Ministero dei Lavori Pubblici; 3) coordinamento tra le differenti organizzazioni di soccorso sia pubbliche sia private; 4) coordinamento dei mezzi di soccorso. La Norma obbligava tutte le autorità locali, gli uffici telegrafici, gli osservatori geodinamici e meteorologici e le unità navali della Regia Marina di dare immediata notizia al Ministero dei Lavori Pubblici circa l’accadimento di un evento disastroso sul territorio del Regno. Dopo questa fase doveva seguire la ricognizione aerea delle aree colpite per determinare l’estensione ed entità dell’area coinvolta dalla calamità, comunicando tempestivamente i risultati al Ministero competente.
I soccorsi furono coordinati dal prefetto di Avellino, Francesco Vicedomini, e un treno di soccorso, col sottosegretario ai Lavori Pubblici Antonio Leoni, raggiunse la stazione di Rocchetta Santa Venere. Leoni divise la zona in quattro comandi (Ariano di Puglia, San Nicola Baronia, Lacedonia e Melfi) affidati ad altrettanti ispettori superiori del ministero. La censura colpì la diffusione di notizie sul sisma, le cui conseguenze furono minimizzate dalla stampa nazionale; contro tali omissioni si scagliò Alfonso Carpentieri, direttore del Corriere dell'Irpinia di Avellino. Successivamente giunse il ministro Araldo di Crollalanza che assunse il comando delle operazioni.
Il treno di soccorso, utilizzato per la prima volta, comprendeva una vettura per le comunicazioni radio, un vagone medico per il pronto soccorso, due vagoni di materiale sanitario e tende, uno per il sottosegretario, due destinati a 100 carabinieri e un carro attrezzi.
I primi sforzi furono volti alla cura della popolazione superstite, spesso, tuttavia, con mezzi non adeguati, e al recupero dei cadaveri. Fu necessario rifornire i comuni interessati di acqua potabile per mezzo di autobotti fornite dall'Azienda Autonoma Statale della Strada e furono distribuite duemila tende, numero che si rivelò poi insufficiente. Il prefetto di Potenza ordinò l'invio di generi alimentari secondo quote di ripartizione proporzionali ai danni e alla popolazione dei paesi: Melfi ricevette il 30% dei viveri, Rionero in Vulture il 25%, Rapolla, Barile, Atella e Ripacandida il 10% ciascuna. Il Genio civile dovette ampliare i cimiteri di Villanova e Aquilonia per poter accogliere le salme delle vittime, al Genio fu attribuita anche facoltà di sancire in via inappellabile la demolizione delle abitazioni pericolanti.
I soldati dislocati in soccorso furono ripartiti in sei settori, Melfi e Foggia (dipendenti dal comando di zona di Bari) e Ariano di Puglia, Villanova del Battista, Carife e Lacedonia (dipendenti dal comando di zona di Avellino).
Fu necessario provvedere a 1 115 fra orfani e abbandonati attraverso l'invio in istituti, colonie o famiglie affidatarie. Il 7 agosto, malgrado la situazione fosse ancora precaria si procedette alla smobilitazione del personale di emergenza, così da diffondere l'immagine di soccorsi rapidi ed efficienti, il cui costo assommò a poco più di 7 milioni di lire.
Ricostruzione
Il Consiglio dei ministri del 29 luglio 1930 stanziò 100 milioni di lire, somma tuttavia inadeguata a coprire i danni e che, alla fine, si fermò a 160 milioni, malgrado le richieste del ministero dei Lavori Pubblici. Il piano per la ricostruzione fu varato con il RDL del 3 agosto 1930 n. 1065 e prevedette un sussidio del 40% del costo dei lavori ritenuti necessari in base a perizie del Genio civile. Per favorire il decentramento della popolazione, nelle zone rurali fu consentito il cumulo con i benefici previsti dalla legge sulla bonifica integrale (legge 24 dicembre 1928, n. 3134) che fecero assommare il contributo per le abitazioni rurali anche all'85%. I benefici riguardarono 63 comuni e ciò portò a forti proteste da parte delle autorità di comuni esclusi ma gravemente danneggiati come Cervinara e Cancellara.
La restante parte del costo di ricostruzione doveva essere coperta da mutui, esenti da imposte, la cui erogazione venne affidata al "Consorzio per le sovvenzioni ipotecarie" del Banco di Napoli. I contrasti sulla valutazione dei danni fra consorzio e ministero, tuttavia, ne rallentarono fortemente la concessione. Poiché solo il 30% del sussidio veniva anticipato, il mutuo era necessario per avviare i cantieri. Il fascio di Aquilonia scrisse a Mussolini per ottenere una proroga del termine per le richieste di sussidio poiché molti avevano dovuto attendere i decreti di trasferimento degli abitati colpiti. Venne anche sollecitato l'esonero dalle tasse per la seconda metà dell'anno e la sospensione di quelle della prima dell'anno successivo, dovuta alla scarsità del raccolto. Sorse infine una polemica fra il Banco di Napoli e il ministero circa la valutazione dei danni poiché il consorzio bancario non accettava di ricevere in garanzia immobili di scarso valore, fu perciò proposto che lo Stato fornisse un'ulteriore garanzia analogamente a quanto fatto col terremoto del 1908. Venne infine chiesto l'aumento del sussidio e la riduzione dei tassi dei mutui, a causa dell'aumento dei costi di ricostruzione degli immobili e della crisi agricola che colpì la regione, oltre che al mancato pagamento di vecchie sovvenzioni agricole da parte dello Stato. Il meccanismo del finanziamento e del mutuo venne esteso agli enti locali in ragione di una sovvenzione del 50%.
Per i senzatetto furono allestite delle tende poiché il regime scelse di non costruire baracche, affermando di voler risolvere l'emergenza abitativa in maniera definitiva. Si decise quindi di costruire le cosiddette "casette asismiche" che avrebbero dovuto essere pronte per l'ottobre del 1930. I ritardi nei lavori spinsero però i prefetti a sollecitare l'intervento del governo che permise la costruzione (a settembre) di mille baracche e intensificò i lavori di ricostruzione ultimando 961 casette alla fine d'ottobre, con una spesa lievitata a 68 milioni di lire. A titolo di esempio, ad Aquilonia il costo effettivo di un vano fu compreso fra le 15 000 e le 25 000 lire, contro una spesa prevista fra le 4 320 e le 7 200 lire.