I moti rivoluzionari sardi (in lingua sarda noti come Sarda Rivolutzione, o anche Vespri sardi in lingua italiana) furono un periodo di ribellione all'autorità sabauda avvenuta in Sardegna nel triennio dal 1793 al 1796, e il quale ebbe come punto chiave il 28 aprile 1794, chiamato Sa Die de s'aciapa e noto oggi come sa die de sa Sardigna, festa nazionale della Sardegna.
Storia
Cause scatenanti La vittoria sui francesi
Nel 1793 l'esercito repubblicano francese aveva cercato di invadere la Sardegna per poter controllare il Mediterraneo occidentale. La Francia repubblicana era allora vista come una potenza in ascesa. La Sardegna era passata a Casa Savoia nel 1720 dopo secoli di dominazione spagnola. I Savoia e il governo sabaudo (che aveva sede a Torino) non erano stati in grado o non avevano avuto intenzione di approntare le difese della Sardegna in vista di questa temuta invasione francese. I sardi tuttavia organizzarono un esercito di volontari reclutati dai villaggi e dalle città e il cui equipaggiamento venne pagato da volontarie donazioni delle figure più importanti nella società sarda (tra questi il vescovo di Cagliari e il magistrato della Reale Udienza Giovanni Maria Angioy).
Nel gennaio del 1793 una flotta francese arrivò nel Golfo di Cagliari. Precedentemente i francesi avevano conquistato senza difficoltà l'isola di San Pietro e Carloforte dove erano stati accolti favorevolmente dalla popolazione locale. Anche in seguito a questa iniziale accoglienza, e sapendo che l'amministrazione piemontese non era pronta a una strenua difesa, i francesi pensavano di trattare una resa di Cagliari senza dover combattere. A questo scopo, appena in vista di Cagliari i francesi inviarono una delegazione a riva per trattare le condizioni di resa, ma questa delegazione venne respinta immediatamente. I francesi allora bombardarono Cagliari dal mare (alcune delle palle di cannone francesi sono ancora visibili sul muro di Palazzo Boyl nel quartiere di Castello a Cagliari). Nonostante un massiccio bombardamento la città resistette e l'esercito sardo prese coraggio. I francesi si prepararono allora allo sbarco e ad una invasione. Lo sbarco delle truppe avvenne nella località di Margine Rosso, attualmente facente parte del litorale di Quartu Sant'Elena.
Il piano dei francesi era di inviare contingenti lungo il litorale per prendere possesso delle fortificazioni sul colle di Sant'Elia da cui avrebbero poi potuto bombardare la città. Altre truppe avrebbero dovuto prendere possesso del villaggio di Quartu Sant'Elena da cui avrebbero iniziato la conquista del resto dell'isola marciando nella piana del Campidano. Tuttavia i francesi vennero sconfitti dai sardi anche grazie ad alcuni eventi fortuiti (le truppe francesi non avevano approntato l'occupazione accuratamente e non avevano buona conoscenza dei luoghi: nella notte del 13 febbraio questa impreparazione determinò che alcuni plotoni francesi aprissero il fuoco su plotoni amici scambiandoli per l'esercito nemico). Il 14 febbraio 1794 i francesi imbarcarono le truppe e abbandonarono il piano di conquistare Cagliari. Nel nord della Sardegna, truppe provenienti dalla Corsica, che vedevano tra i componenti anche il giovane Napoleone Bonaparte avrebbero dovuto iniziare la conquista del nord dell'isola, ma anche queste furono respinte. La vittoria dell'esercito approntato dai sardi di fronte ad una delle potenze europee più temute fu uno dei catalizzatori delle rivendicazioni della classe dirigente sarda e dei popolani che parteciparono alla difesa della Sardegna.
Il re Vittorio Amedeo III di Savoia volle premiare i sudditi che avevano respinto il pericolo di invasione. Nelle ricompense, però, vennero favoriti i piemontesi e non i sardi che invece avevano approntato un esercito e avevano combattuto. Le ricompense per i sardi furono:
24 doti da 60 scudi da distribuire ogni anno alle zitelle povere La fondazione di 4 posti gratuiti per il Collegio dei Nobili di Cagliari La concessione di 2 posti del Collegio dei Nobili di Torino La concessione di 1000 scudi all'anno per l'Ospedale civile di Cagliari L'amnistia per tutti i crimini commessi prima della guerra
In particolare, i volontari che avevano partecipato alla difesa della Sardegna non avevano ricevuto i compensi sperati, e questo fu un altro motivo di malumore che si ripercosse nei villaggi da cui i volontari provenivano.
Le cinque domande Avendo dato prova di valore e fedeltà alla corona, nonché di capacità di organizzazione, le classi dirigenti sarde auto-convocarono gli Stamenti per negoziare le proprie rivendicazioni al governo piemontese. Gli Stamenti erano organi di rappresentanza del Regno di Sardegna. Gli Stamenti erano tre, quello militare che riuniva i nobili possidenti e i militari di alto grado, quello ecclesiastico che riuniva ecclesiastici di alto rango e quello reale che riuniva i sindaci e alti funzionari delle città regie della Sardegna. Assieme agli Stamenti, un altro organo che in qualche misura fungeva da esecutivo era la Reale Udienza, della quale facevano parte giudici e magistrati.
Al termine dei lavori, gli Stamenti concordarono una piattaforma che aveva lo scopo di ammettere le classi dirigenti sarde all'amministrazione della Sardegna. Infatti i Savoia avevano di fatto esautorato i sardi da ogni ruolo nell'amministrazione del territorio: dall'inizio della dominazione sabauda la maggior parte delle cariche erano state riservate a piemontesi e funzionari provenienti d'oltremare e i re sabaudi non avevano mai convocato le assemblee sarde (corti generali) che avevano il ruolo di trattare questioni di interesse per la Sardegna. Inoltre, un motivo di malumore era anche il fatto che il governo piemontese avesse istituito una Segreteria di Stato che era gestita direttamente dal viceré di Sardegna. Questo organo istituzionale, oltre a non essere previsto dalla costituzione del Regno, era anche gestito in modo non trasparente. Una delle lamentele degli Stamenti consisteva nel fatto che la Segreteria di Stato prendesse decisioni in modo arbitrario, accordando favori, esenzioni e amnistie secondo criteri misteriosi che spesso inducevano sospetti di pratiche clientelari.
Le richieste su cui gli Stamenti concordarono al termine delle trattative tra le diverse posizioni rappresentate erano cinque: Convocazione delle corti generali per trattare sopra tutti gli oggetti di pubblico bene. La conferma di tutte le leggi, consuetudini e privilegi del Regno di Sardegna. La privativa degli impieghi per i sardi (salvo per le cariche istituzionali più alte). L'istituzione di un Consiglio di Stato che doveva essere consultato in tutti gli affari che prima dipendevano dall'arbitrio di un solo segretario. Un ministro distinto in Torino per gli Affari della Sardegna. Gli Stamenti decisero di inviare le cinque domande non attraverso il viceré in Sardegna ma direttamente al sovrano, approntando una delegazione che partì il 17 agosto 1793. La delegazione era composta da sei persone provenienti da tutti e tre gli Stamenti: per lo Stamento ecclesiastico monsignor Aymerich ed il canonico Piero Maria Sisternes, per lo Stamento militare gli avvocati Girolamo Pitzolo e Domenico Simon e per lo Stamento reale gli avvocati Maria Ramasso e Antonio Sircana.
I delegati arrivarono a Torino ai primi di settembre, ma furono preceduti dai messaggi del Viceré Vincenzo Balbiano in cui questi consigliava al re di rifiutare le richieste dei sardi e di cercare di corrompere i membri della delegazione. La delegazione fu fatta attendere tre mesi prima di essere ricevuta dal re, che nel frattempo aveva ordinato che a Cagliari cessassero le riunioni degli Stamenti.
Le cinque domande miravano a fornire un ruolo amministrativo alla nobiltà sarda e all'emergente borghesia professionale sarda, che era cresciuta grazie alla rifondazione delle due università sarde avviata dal ministro del Regno per gli affari di Sardegna Giovanni Battista Lorenzo Bogino nella metà del XVIII secolo. Come si può vedere, le richieste non miravano ad una sostanziale riforma istituzionale ma ad un aggiustamento che desse una minima autonomia alla Sardegna. Tuttavia, nella ricerca storiografica recente l'analisi di documenti dell'epoca (per esempio, le memorie di alcuni dei protagonisti dei moti) ha messo in evidenza che il fine di alcuni degli esponenti delle classi dirigenti sarde era ristabilire un ruolo paritario per la Sardegna nell'ambito del Regno a cui dava il nome: nelle memorie dell'epoca alcuni parlano della Sardegna come di un "con-stato" con uguale dignità rispetto allo Stato piemontese, i due stati uniti sotto la stessa corona ma con uguali competenze e poteriLuciano Carta. La Sarda Rivoluzione. Cagliari, Condaghes.
Il governo sabaudo, estremamente diffidente verso ogni forma di decentramento politico o amministrativo, perseguiva una politica reazionaria di accentramento del potere nella corona e nei suoi diretti rappresentanti in Sardegna, allo scopo di rafforzare il potere e il prestigio del Piemonte, vero nucleo del regno. Il governo piemontese, fedele a tale politica, impose, durante il soggiorno a Torino dei rappresentanti del parlamento, lo scioglimento delle assemblee degli Stamenti (non senza incontrare resistenze). Successivamente, il sovrano sabaudo rifiutò di acconsentire alle cinque richieste. A far crescere ulteriormente il malcontento dei sardi fu anche il modo in cui il rifiuto venne comunicato: la delegazione inviata dagli Stamenti non ricevette infatti alcuna comunicazione, che venne invece passata direttamente al viceré in Sardegna col compito di comunicarla ai sardi. Questo atto non faceva che confermare che il governo piemontese non riconosceva alcuna autorità legittima ai rappresentanti degli Stamenti e agli Stamenti stessi, ovvero non riconosceva alcuna legittimità alle istanze di autonomia e autogoverno delle classi dirigenti sarde.
Lo storico sardo Giuseppe Manno sostenne nella sua opera "Storia Moderna della Sardegna" che in seguito a questi eventi i nobili e la borghesia sarde avessero preparato una rivolta. Sebbene sia probabile che ci fossero stati da parte di alcuni nobili e borghesi sardi dei piani contingenti per una eventuale sollevazione, la storiografia moderna ha messo in dubbio la validità della ricostruzione di un preciso disegno insurrezionale.
La ribellione Sostiene il Manno che la data iniziale della ribellione decisa dai cospiratori fosse quella del 4 maggio, giorno del rientro della Festa di sant'Efisio nella città di Cagliari e perciò giorno di assembramento di masse. Sempre secondo il Manno, la scoperta da parte del Viceré dei piani della sommossa fece però anticipare la ribellione alla notte tra il 28 e il 29 aprile. Ma a seguito di un'altra fuga di informazioni fu aumentato il numero dei miliziani stanziati nei quartieri di Castello e della Marina. Come detto, l'ipotesi di una ribellione programmata non ha ottenuto riscontri nella recente storiografia.
Quello che è accertato è che verso l'una del 28 aprile 1794, un gruppo di soldati, proveniente dalle caserme del quartiere di Castello, si avviò nel quartiere di Stampace verso la casa dell'avvocato Vincenzo Cabras per arrestarlo con l'accusa di sedizione contro lo Stato. Con lui, per errore, fu arrestato Bernardo Pintor, scambiato per il fratello Efisio. Mentre venivano condotti verso Castello, Efisio Pintor e Vincenzo Cabras incitavano il popolo alla ribellione. Per tutta risposta un gruppo di popolani armati cercò di sfondare una delle porte di Castello, mentre altri diedero fuoco alla porta di Sant'Agostino. Qui, grazie ad una breccia, riuscirono ad entrare a Castello e disarmarono i soldati messi a proteggere la porta. Nel frattempo le campane dei quartieri di Stampace, di Marina e di Villanova suonavano e incitavano il resto degli abitanti alla ribellione.