Il termine dialettoVoce dotta, ripresa dal lat. tardo dialectos, s. f., "dialetto", prestito dal greco διάλεκτος, diálektos (). può indicare, a seconda del contesto d'uso: in senso linguistico, una varietà di una lingua;. Sono anche riportati i seguenti significati: lingua di una singola località; lingua di un territorio più vasto di questa. in senso genealogico, una lingua che si è evoluta da un'altra lingua; in senso sociolinguistico, una lingua socialmente subordinata ad una lingua politicamente dominante. In quest'ultima accezione, parlandosi di lingua in rapporto ad un'altra lingua, dialetto può essere anche una lingua regionale che ha perduto autonomia rispetto ad un'altra, divenuta socio-politicamente dominante e riconosciuta come ufficiale, con cui spesso ha una certa affinità e origini simili, la quale viene definita come lingua tetto: in questo senso, la parola dialetto viene utilizzata nella linguistica italiana, in analogia al francese patois, per riferirsi alle lingue regionali italiane evolutesi autonomamente dal latino (ossia i dialetti italo-romanzi, che diversi autori definiscono infatti come lingue sorelle dell'italiano). In contesti di questo tipo, una lingua in pericolo d'estinzione o minoritaria può essere indicata come dialetto da un governo nazionale e come tale essere percepita dai parlanti, veicolando così un giudizio di valore che ha a che fare con il prestigio e l'identità: il termine assume perciò una connotazione negativa legata a “scorrettezza” e “basso status” ed è spesso impiegato in modo denigratorio.
Accezioni del termine La parola 'dialetto' non ha significato univoco. Sulla difficoltà di definizione di "dialetto" si confronti il Dizionario di linguistica (p. 229, a cura di Gian Luigi Beccaria, alla voce dialetto), dove è detto che "non esiste un valore semantico univoco ed assolutamente non ambiguo [di questo termine], né a livello di uso comune, né a livello vocabolaristico, né a livello di impiego scientifico". In generale, al termine si riconoscono due diverse accezioni: varietà di una lingua e lingua contrapposta ad un'altra.
Dialetto come varietà di una lingua La presente accezione definisce una varietà della lingua nazionale, di un sistema, di un continuum linguistico geografico (è il caso dei dialects dell'inglese americano, che condividono gli stessi caratteri strutturali e la stessa storia della lingua nazionale).; cfr. . Secondo questa definizione, la più diffusa nei paesi anglosassoni,Anche se l'inglese "dialect" viene usato anche per far riferimento a quello che viene a volte chiamato "socioletto" il termine dialetto è riferito ad una precisa famiglia linguistica ed eventualmente relazionato alla "forma linguistica di riferimento" o standard (o koinè); e talune famiglie possono presentare più di una forma 'standard' (si veda diasistema). In questo senso è lecito parlare di "dialetto di una lingua" o "dialetto di un continuum linguistico o dialettale" poiché equivale a parlare di una varietà linguistica intelligibile con le altre del gruppo a cui è ascritta.
In questo caso il termine dialetto non ha alcuna accezione negativa, ma è usato come denominazione neutra per qualunque varietà linguistica, compresa quella standard; infatti, la sociolinguistica ha dimostrato che persino le varietà più distanti dallo standard o non considerate socialmente prestigiose sono ugualmente complesse, strutturate e in grado di trasmettere qualsiasi messaggio i loro parlanti intendano comunicare.
Dialetto come lingua contrapposta a quella nazionale La seconda accezione identifica una lingua autonoma rispetto alla lingua nazionale, che ha caratteri strutturali e una storia distinti da quelli della lingua nazionale. In questo caso il dialetto viene considerato come qualsiasi lingua con una propria caratterizzazione territoriale, ma privo di rilevanza politica o prestigio letterario; dal punto di vista della linguistica descrittiva e della filologia prescinde da qualsiasi legame di dipendenza, subordinazione o appartenenza con la lingua ufficiale (o con le lingue ufficiali) vigente nel suo territorio di pertinenza, quantunque tra dialetto e lingua ufficiale possano esistere notevoli parentele e somiglianze.
Dialetto e lingua vernacolare Il termine vernacolo, spesso usato nella lingua italiana come sinonimo di dialetto, indica più precisamente la lingua vernacolare, una parlata limitata a una precisa zona geografica, usata specificatamente dal popolo, e si differenzia dal dialetto, che ha una copertura geografica e un uso sociale più vasti. Per ragioni storiche, vernacolo è spesso usato con riferimento alla situazione linguistica della Toscana e dell'Italia centrale,, in particolare per quanto riguarda testi poetici e teatrali..
Lingue e dialetti Non esistono criteri scientifici o universalmente accettati per discriminare casi in cui due varietà linguistiche debbano considerarsi due "lingue" diverse o due "dialetti" (nel senso di "varietà") di una stessa lingua.. Lo stesso Bloomfield scrisse che la distinzione è di natura puramente relativa."[M]ost linguists have accepted it [the distinction] as a practical device, while recognizing, with Bloomfield, "the purely relative nature of the distinction" (:54)." (). [La maggior parte dei linguisti l'hanno accettata [la distinzione] come strumento pratico, riconoscendone allo stesso tempo "la sua natura puramente relativa".] Inoltre, i termini stessi "dialetto", come accennato sopra, e "lingua" non possiedono una definizione univoca (vedere la sezione Lingue e varietà per una formalizzazione del concetto "lingua"). Anche se esistono alcuni criteri discriminatori, questi danno spesso risultati contraddittori a seconda di quale paradigma teorico si tenga in considerazione. La distinzione esatta è pertanto soggettiva, e dipende dal proprio sistema di riferimento.
La soggettività e le difficoltà che si incontrano nello stabilire confini linguistici tra lingue e varietà è illustrata dal celebre aforisma "Una lingua è un dialetto con un esercito e una marina", usualmente attribuito al linguista lituano Max Weinreich. L'aforisma espone in maniera succinta il fatto che la distinzione fra lingua e dialetto è di natura politica, più che linguistica. Ancora è stato detto che una lingua è "un dialetto che ha fatto carriera."Berruto, Fondamenti di sociolinguistica, citato in .
Criterio di mutua intelligibilità Uno dei criteri proposti per distinguere dialetti di una stessa lingua da lingue diverse è quello di mutua intelligibilità. Due varietà sono mutualmente intelligibili quando due parlanti di due varietà diverse possono capirsi parlando ognuno la propria. Tuttavia questo criterio ha vari problemi..
Uno riguarda i casi in cui ci sia un continuum dialettale: parlanti di varietà geograficamente vicine possono comprendersi facilmente, ma parlanti di varietà distanti hanno sempre più problemi a capirsi al crescere della distanza fino a diventare reciprocamente non intelligibili. Questa situazione è comune tra le lingue del mondo.. Un secondo problema riguarda proprio la parola "mutua": in molti casi si ha asimmetria nella comprensione, cioè il parlante di una varietà capisce bene il parlante di un'altra ma non viceversa. Questo scenario è tipico quando una delle due varietà è una lingua standard ed è probabile che anche i parlanti della varietà non standard siano stati ripetutamente esposti alla lingua standard.
Cluster dialettali e linguistici In determinate situazioni, un gruppo strettamente correlato di varietà dialettali può possedere una considerevole, seppur incompleta, mutua intelligibilità, senza che una di queste varietà domini sulle altre. Per descrivere questa condizione, a partire dagli editori di Handbook of African Languages, è stato introdotto il termine cluster dialettale. Nell'ambito delle classificazioni, le unità chiamate cluster sono posizionate allo stesso livello delle lingue. Una situazione simile, ma con un maggiore grado di mutua intelligibilità, è stata successivamente definita cluster linguistico.
Fattori politici
A causa della politica e dell'ideologia, la classificazione delle diverse parlate come dialetti o lingue e il loro rapporto con altri tipi di idioma possono essere controversi e i verdetti inconsistenti e/o incoerenti. L'inglese e il serbo-croato sono un valido esempio. Sia l'inglese sia il serbo-croato hanno due varianti principali (rispettivamente inglese britannico e inglese americano, serbo e croato), insieme ad altre varianti minori. Per ragioni politiche, la scelta di classificare queste varietà come "lingue" o "dialetti" porta a risultati inconsistenti e/o contrastanti: inglese britannico ed inglese americano, parlati da stretti alleati politici e militari, sono quasi universalmente considerati varianti di una lingua unica, mentre le lingue standard di Serbia e Croazia, le cui differenze sono del tutto paragonabili a quelle tra le varianti dell'inglese, sono considerate da molti linguisti della regione come lingue distinte.
Gli esempi paralleli abbondano. In Libano i "Guardiani dei Cedri", un partito politico di destra, fortemente nazionalista e principalmente cristiano, che si oppone ai legami del paese col mondo arabo, sostiene che il "libanese" debba essere riconosciuto come lingua separata dall'arabo e ha finanche premuto per sostituire l'alfabeto arabo con l'antico alfabeto fenicio. In Spagna il catalano e il valenciano vengono ufficialmente trattati come idiomi distinti dagli statuti delle regioni di Catalogna e Comunità Valenciana, sebbene persino la stessa Accademia valenzana della lingua, istituzione che regolamenta l'uso del valenciano, consideri quest'ultimo come varietà del catalano, analogamente al mondo accademico e all'Istituto di Studi Catalani. L'Accademia della lingua valenciana descrive una "lingua pluricentrica", cioè con un continuum linguistico-dialettale sottoposto a norme, specialmente nel campo della regolamentazione fonetica, parzialmente differenti, come è il caso del fiammingo e l'olandese.
Ciononostante esiste nella Comunità Valenciana un diffuso movimento (il blaverismo) che nega l'unità della lingua e afferma che il valenciano è non solo giuridicamente, ma anche linguisticamente, una lingua differente, distinta e separata dal catalano. Altro esempio è il moldavo: questa lingua non esisteva prima del 1945 e la comunità linguistica internazionale resta scettica sulla sua classificazione. Dopo l'annessione da parte dell'Unione Sovietica della provincia rumena Bessarabia, successivamente ribattezzata Moldavia, fu imposto l'alfabeto cirillico per la scrittura del rumeno e numerose parole slave furono importate nella lingua, nel tentativo di indebolire qualsiasi senso di identità nazionale condivisa con la Romania. La Moldavia, dopo aver ottenuto l'indipendenza nel 1991 e cambiato nome in Moldova, tornò a un alfabeto latino modificato, come rifiuto delle connotazioni politiche dell'alfabeto cirillico.
Nel 1996 il parlamento moldavo, citando timori di "espansionismo rumeno", rifiutò una proposta del presidente Mircea Snegur di ritornare al nome di lingua romena e nel 2003 fu pubblicato un dizionario "rumeno-moldavo", con l'intento di dimostrare che i due paesi parlassero lingue diverse. I linguisti dell'Accademia Rumena reagirono dichiarando che tutte le parole moldave erano anche parole rumene. Anche in Moldavia Ion Bărbuţă, il presidente dell'Istituto di Linguistica dell'Accademia delle Scienze, descrisse il dizionario come "un'assurdità" con motivazioni politiche. In contrasto, le lingue parlate del cinese Han sono usualmente denotate come dialetti, talvolta addirittura nel senso stretto di "variante", della lingua cinese standard, per promuovere l'unità nazionale, benché non siano tra loro mutuamente intelligibili senza un'adeguata istruzione o esperienza verbale.