Le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia (titolo completo: Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia e sulle deliberazioni di alcune società di Londra relative a tale evento. In una lettera indirizzata a un gentiluomo di Parigi, dell'onorevole Edmund Burke), in inglese Reflections on the Revolution in FranceTitolo con sottotitolo: Reflection on the Revolution in France, and on the proceedings in certain societies in London relative to that event. In a letter intended to have been sent to a gentleman in Paris. By the Right Honourable Edmund Burke)., è l'opera più celebre di Edmund Burke e la più famosa invettiva mai scritta contro la Rivoluzione francese. Nate da un carteggio con un gentiluomo parigino, vennero pubblicate a Londra il 1º novembre 1790, e tale fu la loro fama, che esse divennero subito un "best seller". In soli sei mesi ne furono vendute copie; nel settembre 1791 solo in Gran Bretagna vi furono undici ristampe, mentre l'opera già correva per l'Europa, tradotta nelle maggiori lingue.La prima edizione italiana dell'opera fu pubblicata a Colonia, in Germania, nel 1791 ().

Contesto storico

Il 2 novembre 1789, l'Assemblea Nazionale, su proposta di Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, allora vescovo di Autun, confiscò tutti i beni ecclesiastici, mettendoli a disposizione dello Stato per l'estinzione del debito pubblico. In quello stesso anno vennero introdotti gli assegnati, una forma di carta moneta garantita dai "domini nazionali", che i detentori potevano utilizzare per acquistare i beni confiscati alla Chiesa. Sebbene utilizzati in principio come buoni del tesoro, ricevettero ben presto un corso forzoso, andando di fatto a sostituire le livres. L'emissione incontrollata di assegnati, che sfiorò i quattrocento milioni, scatenò una crescita vertiginosa del tasso d'inflazione, andando così a innescare una devastante recessione dell'intera economia francese.Jean Jaurès, , all'interno dellHistoire socialiste de la France contemporaine.

La nazionalizzazione dei beni della Chiesa spinse l'Assemblea Nazionale ad interessarsi del finanziamento del clero. Il 12 luglio 1790 fu approvata la Costituzione civile del clero: le diocesi vennero ridotte da centotrenta ad ottantatré, facendole coincidere con i dipartimenti; parroci e vescovi divennero a tutti gli effetti funzionari pubblici stipendiati dallo Stato e, in quanto tali, tenuti a prestare giuramento alla Costituzione. Seguendo una tradizione gallicana ben ancorata in una parte dei rappresentanti del Terzo Stato e degli illuministi favorevoli alla secolarizzazione della società, i deputati non domandarono al Papa il suo giudizio sulle riforme del clero cattolico francese. I primi sacerdoti cominciarono a prestare giuramento senza attendere il pronunciamento del sovrano pontefice. La Costituzione divise la popolazione in due campi antagonisti: la maggior parte degli ecclesiastici furono non giuranti, ovvero "refrattari".Reynald Secher, Il genocidio vandeano, Effedieffe edizioni, 1991, p.83. Questo fu l'inizio del dramma sociale che si verificò tra il 1792 ed il 1793, e che si acuì ulteriormente durante il Regime del Terrore. Il 10 marzo 1791 papa Pio VI si pronunciò contro la Costituzione civile con l'enciclica Quod aliquandum e il mese successivo, con l'enciclica Charitas quae, sospese a divinis tutti i sacerdoti e vescovi "costituzionali" (ossia coloro che avevano giurato fedeltà alla costituzione) e tutti quei vescovi consacrati dagli stessi. Talleyrand, che tra i primi sette "vescovi giuranti" era stato il principale sostenitore della Costituzione civile del clero e che aveva ordinato i primi due vescovi "costituzionali" (i cosiddetti "talleyrandistes"), venne quindi scomunicato e dimesso dallo stato clericale..

La questione religiosa e le drastiche riforme imposte d'autorità dall'Assemblea aggravarono il malcontento di una larga parte dei francesi. Agli inizi del 1790 nel sud della Francia scoppiarono delle discordie tra cattolici e protestanti, mentre la questione del giuramento degenerò presto in scontro violento nell'Ovest, in Vandea e Bretagna, regioni fortemente cattoliche e leali al re, dove il clero, sostenuto dalla popolazione, si era in gran maggioranza schierato su posizioni "refrattarie". Nel frattempo, gli Stati europei rimasero per lo più indifferenti alla situazione francese, mentre in alcuni casi si verificarono perfino delle tiepide adesioni. Tuttavia in Gran Bretagna, il 9 febbraio 1790, durante il discorso sul bilancio preventivo militare (Speech on the Army Estimates Bill) alla Camera dei Comuni, lo statista e filosofo anglo-irlandese Edmund Burke manifestò per primo pubblicamente la propria riprovazione per i fatti che si stavano verificando in Francia.

Durissima fu la replica di Burke alle parole di Charles James Fox, inneggianti agli avvenimenti francesi e alle delibere dell'Assemblea Nazionale.Conor Cruise O'Brien. A vendication of Edmund Burke (articolo su National Review, 17 dicembre 1990).

Il 6 maggio dello stesso anno, altrettanto risoluta fu un'altra replica a Fox, che aveva celebrato la nuova costituzione francese definendola come «il più stupendo e glorioso monumento alla Libertà che sia mai stato eretto sulle fondamenta dei diritti dell'uomo».

Seguirono dei disordini in aula, per lo più fomentati da Fox ed dal suo giovane pupillo Richard Sheridan, e Burke fu costretto ad interrompere il suo discorso. Tra le grida dei deputati, Burke riuscì a stento a riprendere la parola, apostrofando il suo collega:

A distanza di pochi mesi, Burke dava alle stampe le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia, confermando la definitiva rottura con Fox e gli altri membri del partito Whig. La fine dell'amicizia fra i due decretò anche lo scoppio di una serie di divisioni tra gli stessi Whigs, che di lì a poco si sarebbero divisi fra gli "Antichi Whigs", sostenitori di Burke e del governo tory del primo ministro William Pitt il Giovane, e i "Nuovi Whigs" seguaci di Fox, segnando di fatto una frattura che mai più sarebbe stata colmata, salvo il breve periodo del Ministero di tutti gli Ingegni, nel caos istituzionale seguito alla morte di Pitt nel 1806.

Genesi dell'opera

Le Riflessioni ebbero origine da un carteggio con un giovane aristocratico parigino, Charles-Jean-François Dupont, che aveva conosciuto Edmund Burke nel corso di un viaggio in Inghilterra. Il 4 novembre 1789, pochi mesi dopo la presa della Bastiglia, Dupont scrisse a Burke, chiedendogli le sue impressioni riguardo alla piega che in Francia stavano prendendo gli eventi. Burke rispose all'amico con due lettere, la seconda delle quali, la più lunga, diventò la base su cui vennero sviluppate, ampliate e redatte le Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia. Non è un caso, perciò, come sottolinea lo stesso Burke nella breve introduzione, che egli abbia voluto mantenere consapevolmente la struttura dell'opera in forma epistolare..

Tutte le Riflessioni sembrano sostanzialmente ruotare attorno a due avvenimenti ritenuti di cruciale importanza per tutto il precipitare degli eventi successivo all'anno 1790: da un lato la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici e la Costituzione civile del clero (l'attacco alla Chiesa), dall'altro la marcia della plebe parigina su Versailles il 5-6 ottobre dello stesso anno (l'attacco alla Corona). Tuttavia Burke, come egli stesso afferma nella parte iniziale dell'opera, fu spinto a scrivere e dare alle stampe le Riflessioni anche per un fatto avvenuto a Londra il 4 novembre 1789, la riunione della Revolutionary Society. Si trattava di un club i cui membri erano in massima parte composti dai cosiddetti "non conformisti", ossia i dissidenti protestanti che non aderivano alla Chiesa d'Inghilterra, i quali avevano come scopo quello di propagandare una particolare interpretazione della Gloriosa rivoluzione, che in qualche modo ponesse in comune consonanza gli avvenimenti inglesi del 1688 con i fatti di Francia. La riunione del club, infatti, fu seguita da un discorso di Richard Price, in cui questi elogiava gli avvenimenti dell'ottobre di quell'anno e l'assalto a Versailles.

Burke criticò immediatamente l'interpretazione di Price, condannando il suo discorso. Egli, infatti, era di parere del tutto contrario. Mentre la Gloriosa rivoluzione, senza violenza alcuna, a suo dire non aveva fatto nient'altro che ristabilire l'ordine tradizionale e costituzionale, risalente alla Magna Charta, violato in alcune parti da Giacomo II, la Rivoluzione francese rappresentava invece per lui un evento sconnesso dalla realtà, di inaudita violenza, che non mirava a ripristinare, nel solco della legge, le antiche libertà, ma che aveva come intento la distruzione del passato, della tradizione, dell'autorità e della religione, mirando a riorganizzare lo Stato su principi del tutto astratti e non consolidati dalla storia, che, secondo Burke, avrebbero condotto all'anarchia e ad una eventuale involuzione dittatoriale. Fu perciò questa reazione a indurlo a trasformare l'iniziale missiva all'amico Dupont, in un'opera come le Riflessioni. Occorre precisare che l'approvazione di Edmund Burke nei riguardi della Gloriosa rivoluzione rientrava puramente nella sola sfera politica ed istituzionale. Egli, infatti, apparteneva a quella corrente Whig che, sebbene ostile alle ingerenze della Corona, traeva le proprie origini non dalle "Teste rotonde" di Cromwell, bensì dagli antichi notabili inglesi, come il celebre giurista elisabettiano Edward Coke ed il contemporaneo William Blackstone. In linea con la secolare tradizione costituzionale, egli avversò le mire assolutistiche degli Stuart, ma condivise la loro politica religiosa in difesa della Chiesa d'Inghilterra. In più, per comprendere la sua particolare posizione, occorre dire che Edmund Burke combatté sempre le riforme religiose di spirito lockeiano derivanti dalla Gloriosa rivoluzione del 1688, chiedendo l'abolizione dei Test Act e di tutte le restrizioni nei riguardi dei cattolici di Gran Bretagna e d'Irlanda. Al contrario egli si mostrò sempre ostile nei riguardi dei "non-conformisti" e dei "dissenters" che, mirando all'abolizione di tutte le religioni di Stato, risultavano secondo lui una minaccia per l'ordine civile, sia per l'Inghilterra anglicana che per la Francia cattolica.Vedere in merito le prime pagine delle Riflessioni. Burke si dichiara a favore di una monarchia costituzionale anche in Francia, tuttavia depreca fortemente i mezzi utilizzati:

Contenuto dell'opera

La critica serrata che Burke muove nelle Riflessioni alla Rivoluzione francese parte da un nodo ed un presupposto fondamentali. Secondo lo statista anglo-irlandese, la rivoluzione francese è irrimediabilmente destinata al disastro, perché essa poggia le proprie fondamenta ideologiche su nozioni astratte, che hanno la pretesa di essere razionalmente fondate, ma che al contrario ignorano la complessità della natura umana e della società. Burke considerava la politica da un punto di vista pragmatico, e rigettava le idee ed il razionalismo astratto dei filosofi dell'Illuminismo, come il marchese di Condorcet, secondo i quali la politica poteva essere ridotta ad un mero sistema basato sulla matematica e su una rigida logica deduttiva. Formatosi sugli scritti di Cicerone, Aristotele, Platone, Sant'Agostino e Montesquieu, Burke credeva in un governo basato sul "sentimento degli uomini", piuttosto che sul freddo raziocinio. Per tale motivo ricorrono spesso, nelle Riflessioni, giudizi negativi e di aperta condanna contro tutti quegli esponenti dell'Illuminismo, soprattutto francese, come Voltaire, Rousseau, Helvétius, Turgot, che negavano o snaturavano i concetti del Peccato originale e della Divina Provvidenza, e dell'azione di quest'ultima all'interno della società umana.