Entrata nel Carmelo de la Encarnación di Avila a vent'anni, scappata di casa, dopo un travagliato percorso interiore che la condusse a quella che definì in seguito la sua "conversione" (a trentanove anni), divenne una delle figure più importanti della Riforma cattolica grazie alla sua attività di scrittrice e fondatrice delle monache e dei frati Carmelitani Scalzi, e grazie alla fondazione di monasteri in diversi luoghi di Spagna, e anche oltre (prima della sua morte venne fondato un monastero di Scalzi a Lisbona). Morì ad Alba de Tormes nel 1582 durante uno dei suoi viaggi.
Fu autrice di diversi testi nei quali presenta la sua dottrina mistico-spirituale e i fondamenti e le origini del suo ideale di Riforma dell'Ordine carmelitano. La sua opera maggiormente celebre è Il castello interiore (intitolato anche Mansioni), itinerario dell'anima alla ricerca di Dio attraverso sette particolari passaggi di elevazione, affiancata dal "Cammino di perfezione", e dalle "Fondazioni" nonché da molte massime, poesie e preghiere, alcune delle quali particolarmente celebriSi ricordi il Nada te turbe musicato fino ai nostri giorni.
Proclamata beata nel 1614 e poi santa da papa Gregorio XV nel 1622, fu annoverata tra i dottori della Chiesa nel 1970 da Paolo VI, circa un mese prima di Caterina da Siena. Precisamente, fu la prima donna nella storia della Chiesa a ricevere questo titolo.
Biografia Primi anni Teresa de Ahumada nacque il 28 marzo 1515, terzogenita di Alfonso Sánchez de Cepeda e di Beatrice de Ahumada.
Il padre, di origine toledana e di stirpe ebraica, s'era unito in prime nozze con Caterina del Peso (morta l'8 settembre 1507), figlia d'una nobile famiglia d'Avila, dalla quale erano nati due figli, Giovanni Vazquez de Cepeda e Maria de CepedaP. Silverio, Vida I, cap. 3.. Dopo la morte di Caterina, Alfonso si unì in seconde nozze con Beatrice de Ahumada, dalla quale nacquero altri nove figli: Fernando Ahumada, Rodrigo de Cepeda, Teresa de Ahumada, Lorenzo de Cepeda, Antonio de Ahumada, Pietro de Ahumada, Gerolamo de Cepeda, Agostino de Ahumada e Giovanna de Ahumada.
Avila, capoluogo della regione di Castiglia e León, ospitava un'importante comunità dedita alle attività commerciali, che conviveva pacificamente con cristiani e musulmani. Il nonno, Juan Sánchez, era un ricco mercante di lane e sete di famiglia conversa (cioè convertita dall'ebraismo alla fede cattolica), trasferitosi da Toledo ad Avila all'inizio del Cinquecento.
La famiglia s'era stabilita dal 1505 nell'ex palazzo della Zecca cittadina, vicino alla porta di Monte Negro, per tal motivo denominato de la Moneda. Pochi gli episodi conosciuti sull'infanzia della piccola Teresa. Fra di essi è noto il tentativo di fuga intrapreso col fratello Rodrigo verso un immaginario paese dei mori, dove i due bambini, pensando alle vicende dei martiri, speravano di versare il sangue per la fedeRibera, Vida de la Santa Madre Teresa de Jesus, I. La vita familiare è descritta dalla stessa Teresa, nella sua Autobiografia, a brevi pennellate: «Mio padre era uomo di grande carità coi poveri e pieno di compassione per i malati»Teresa di Gesù, Vita 1,1,; «mia madre era molto virtuosa; si comportò dappertutto con grandissima onestà. Era molto bella, ma non si vide mai che facesse caso della sua bellezza. Era mite, di grande intelligenza». E, ricorda ancora Teresa, era anche appassionata di romanzi cavallereschi, passione rimproverata dal marito, il quale proibì ai figli di leggerne.
Gli anni dell'adolescenza furono trascorsi dalla giovane Teresa in compagnia dei numerosi fratelli e dei cugini della casa attigua, i de Cepeda: Pietro, Francesco, Giovanni, Diego, Vincenzo, Agnese, Anna e Geronima. Per uno di essi, sembra provasse anche un forte sentimento d'affetto che il confessore consigliò di coltivare in preparazione a un futuro fidanzamentoGiorgio Papasogli, Fuoco in Castiglia, pp. 38-39. Severo resta il suo giudizio nei confronti d'una delle cugine, rimasta anonima, per la sua vanità nel vestirsi e nell'abbigliarsi ricordando in seguito, rimproverandosene, come anche lei avesse preso parte a queste perdite di tempoTeresa di Gesù, Vita 1,8. Dopo il primo grave lutto, la morte del fratello maggiore Giovanni in battaglia nel 1524, seguì la perdita della madre Beatrice, già da tempo sofferente, tra il 1529 e il 1530P. Silverio, Vida, I.
Subito dopo la giovane venne mandata dal padre a completare la sua educazione presso il monastero delle agostiniane di Nostra Signora delle Grazie ad Avila, dove entrò dopo il matrimonio della sorella Maria con don Martino Guzman y Barrientos, a Villatoro nel 1531Giorgio Papasogli, Fuoco in Castiglia, p. 43.. Lì fu per la giovane Teresa parecchio influente la figura della maestra delle educande Maria Briceno, che con i suoi insegnamenti e i suoi discorsi condusse la fanciulla alla prima vera crisi esistenziale: «Avevo tanta paura che mi venisse la vocazione religiosa — ella stessa scrisse — ma nel medesimo tempo sentivo una gran paura anche per lo stato matrimoniale»Teresa di Gesù, Vita 3,1..
Ingresso in monastero
Una grave malattia costrinse, nel 1532, Teresa a tornare alla casa paterna. Per potersi ristabilire, ancora degente, si trasferì per un soggiorno campagnolo presso la sorella Maria a Castellanos de la Cañada. Durante il viaggio ebbe un nuovo incontro con lo zio paterno Pietro Sánchez de Cepeda, che dopo la morte della moglie s'era ritirato a vita solitaria, il quale offrì alla giovane diversi libri di spiritualità.
Tornata da Castellanos, Teresa si dedicò alla vita di famiglia, dirigendo la casa paterna per tre anni, durante i quali anche il fratello Rodrigo, cui ella era molto affezionata, intraprese un viaggio oltreoceano verso le nuove colonie spagnole in America, dove cadde in battaglia nel Cile contro gli AraucaniPolit, La famiglia di Santa Teresa in America, Quito.. L'agosto e l'ottobre del 1536 furono per Teresa il tempo della cosiddetta "grande crisi"Ribera, Vida de la Santa Madre Teresa de Jesus, I, IV, II; P. Silverio, Vida, I,I, VII, VIII; Società dei bollandisti, V, 79, p. 131., durante la quale ella prese la ferma decisione di entrare in monastero presso le carmelitane dell'Incarnazione di Avila.
La risposta del padre, Alfonso, fu quanto mai severa: egli non avrebbe mai accettato l'ingresso della figlia in convento, «il più che si poté ottenere — scrive la stessa Teresa — fu il permesso di fare quello che avrei voluto, dopo la sua morte»Teresa di Gesù, Vita 3,7.. Dopo alterni tentativi e interventi di familiari e amici, la giovane, ancora fermamente risoluta, decise di fuggire dalla casa paterna insieme al fratello Antonio, appena quindicenne. I due, allontanatisi insieme, si separarono alle porte del convento delle carmelitane dove la giovane fu accolta dalle monache, con le quali aveva preso accordi precisi nei giorni precedenti. Diversamente avvenne per Antonio: respinto dai domenicani, dei quali desiderava far parte, e dai frati di San Gerolamo, a causa di una grave malattia, decise di partire anche lui per le Americhe dove morì, nella battaglia di Quito, sui monti dell'EcuadorGiorgio Papasogli, Fuoco in Castiglia, p. 63..
I primi anni all'Incarnazione e la grave malattia (1536-1542)
Subito dopo l'ingresso di Teresa, rassegnato il padre Alfonso entrò in trattative con le monache del monastero per stabilire la dote della figlia: venticinque moggi di pane, per metà grano e per metà orzo nonché duecento ducati d'oroP. Silverio, Vida, VIII. A essi il ricco genitore avrebbe ancora aggiunto il prezioso corredo. Nell'autunno del 1536 ebbe così luogo la cerimonia dell'ammissione al noviziato dove la giovane, circondata dalle monache in capitolo, fu accolta dalla madre priora Francesca del Aguila. Il 2 novembre dello stesso anno fu invece celebrata la solenne vestizione durante la quale Teresa assunse il tipico abito delle monache carmelitane. Cominciava per lei l'anno di noviziato come ella stessa racconta in vari brani della sua Autobiografia, con il quale si preparava alla professione, che ebbe finalmente luogo il 3 novembre 1537, dopo un lungo periodo di travaglio intimo, da lei stessa paragonato a quello che aveva già dovuto vincere per abbandonare la casa paternaGiorgio Papasogli, Fuoco in Castiglia, pag.79.
Non passò lungo tempo che la giovane monaca fu colta da un grave disturbo fisico: «Gli svenimenti aumentarono e mi si aggiunse un mal di cuore così violento che tutti coloro che mi sostenevano ne rimanevano spaventati»Teresa di Gesù, Vita, 4,5. Il padre, preoccupato, si vide costretto a condurre via per un certo tempo dal monastero la figlia, le cure ebbero subito inizio nella casa paterna ma i disturbi non diminuirono e don Alfonso si risolse a recarsi a Becedas presso una rudimentale curatrice locale. Lungo il tragitto, durante una sosta presso lo zio Pietro Sánchez a Hortigosa, Teresa ricevette in dono il Tercer Abecedario di Francesco da Osuna, un trattato sull'orazione, che molto avrebbe influito sulla spiritualità della giovane monacaA. Peers, Studi sulla mistica spagnola, vol.I, cap. III, I. Le cure ricevute a Becedas non fecero altro che peggiorare la salute di Teresa, la quale, dopo due mesi, fu ridotta in fin di vita e ricondotta ad Avila dove i medici, all'unanimità, giudicarono il caso come disperato.
Non passarono giorni che la monaca, sfinita dai dolori, sembrò essere davvero morta. Le consorelle in monastero giunsero perfino a scavarle il sepolcro mentre uno dei familiari fece cadere sulle sue palpebre un po' di cera per vederne le reazioni. Solo don Alfonso insistette perché non si provvedesse ai preparativi funebriTeresa di Gesù, Vita 5 e, come questi aveva pensato, dopo quattro giorni l'agonizzante rinvenne, svilita da atroci sofferenze (debolezza per non aver mangiato nulla, gola riarsa, mal di testa, irrigidimento delle membraTeresa di Gesù, Vita 6,1) ma viva. Alla fine di maggio del 1539 fece ritorno al monastero e si stabilì all'infermeria, non essendo ancora in grado di riprendere l'usuale vita in cella. Ci vollero all'incirca tre anni perché il suo stato di salute migliorasse.
Diversi furono i tentativi di spiegare questa terribile malattia: chi ipotizzò un caso d'isteria (Jean-Martin Charcot, HahnI fenomeni isterici e le rivelazioni di Santa Teresa, Lovanio, 1883), chi una gastrite acuta (P. L. De SanStudi patologici su Santa Teresa, Lovanio, 1886), chi la quartana doppia (Imbert Courbeire, Gabriela Chunningame GrahamG. C. Graham, Saint Teresa, cap. II) e chi infine vide in essa il frutto delle rigorose penitenzeGiorgio Papasogli, Fuoco in Castiglia, p. 98.
Teresa d'Avila attribuì la sua guarigione all'opera miracolosa di san Giuseppe cui era molto devota. Da allora iniziò a sperimentare stati di estasi mistica, che durarono per tutta la vita,Stephen Clissold St. Teresa of Avila, (2 ed.). editore Sheldon, Londra, 1982 e a propagare la devozione per il padre di Gesù. Nel 1581, san Giuseppe fu scelto dall'ordine come proprio patrono e due anni più tardi il capitolo carmelitano di Almodovar decise di consacrare la prima provincia dell'ordine a Maria Vergine e al suo sposo. Complessivamente, furono consacrati a san Giuseppe ben undici dei 70 conventi carmelitani fondati da santa Teresa. ()
La "seconda conversione"