I racconti di un giovane medico (Записки юного врача), in lingua italiana nota anche con i titoli Memorie di un giovane medico e Appunti di un giovane medico, è una raccolta di racconti di Michail Afanas'evič Bulgakov pubblicata per la prima volta assieme in un volume nel 1963..

I racconti hanno come protagonista un neolaureato in medicina, messo a capo di un piccolo ospedale di campagna, dove deve affrontare, per la prima volta, tutte le responsabilità, i rischi e i disagi della professione medica. Il libro è fortemente autobiografico: Bulgakov si laureò in medicina e fu dirigente d'un ospedale di campagna.

Descrizione Appunti di un giovane medico è una raccolta di nove racconti, nata tra il 1917, anno in cui l'autore si trasferisce a Vjaz'ma, e il 1919, anno questo invece in cui egli viene mandato nel Caucaso. Degli otto racconti nati nel 1917, sette narrano avvenimenti vissuti dall'autore nel 1916, quando, subito dopo la laurea, viene mandato nel villaggio di Nikol'skoe, nel governatorato di Smolensk, ad esercitare per circa un anno la professione medica in un ospedale di campagna; l'ottavo racconto dello stesso anno, Morfina, narra di eventi contemporanei al tempo di stesura. L'ultimo racconto, Io ho ucciso, nasce infine tra il 1918 e il 1919, periodo questo in cui l'autore è a Kiev, dopo la breve permanenza a Vjaz'ma e prima della partenza per il Caucaso..

Le storie, pur avendo lo stesso protagonista e gli stessi personaggi secondari, sono disgiunte le une dalle altre, con solo blandi riferimenti fra loro; anche l'ordine cronologico è inesistente o casuale, tanto che l'età stessa del protagonista varia di racconto in racconto, nonostante siano ambientati nello stesso anno; il paese stesso dove è ubicato l'ospedale cambia nome in base al racconto. I singoli racconti furono pubblicati da Bulgakov negli anni 1925-1926 sulla rivista Medicinskij Rabotnik; uno solo di essi, La gola d'acciaio, fu invece pubblicato sulla rivista Krasnaja panorama. Nel 1963 è apparsa l'edizione in volume, la quale però non comprendeva tre dei nove racconti, L'eruzione stellata, Morfina e Io ho ucciso. Solo nel 1982 esce la prima edizione completa.

Trama L'asciugamano col galletto Era il 17 settembre 1916 quando il dottor Bomgard e il suo vetturino, dopo ventiquattro ore di viaggio, giunsero all'ospedale di Mur'e; ad attenderli vi era un clima rigido e una campagna desolata; tutto intorno regnava il silenzio. Le uniche persone ad accoglierli furono il guardiano, Egoryč, sua moglie, nonché domestica, Aksin'ja, l'infermiere diplomato, Dem'jan Lukič, e le due ostetriche, Pelageja Ivanovna e Anna Nikolaevna. Dopo un giro di perlustrazione dell'ospedale e della sua residenza, il dottore rimase sorpreso dal "ricchissimo strumentario". e dalla farmacia, di cui disponeva la struttura, e dalla libreria molto fornita presente nel suo studio: tra sé e sé riconobbe di ignorare l'esistenza di molti di quegli strumenti, così come di medicinali e libri. I suoi nuovi compagni gli spiegarono che tutto ciò era opera del suo predecessore, il dottore Leopol'd Leopol'dovič. Bomgard ben presto intuì che quel medico per tutti loro era un idolo, una persona dalle capacità straordinarie. Ormai sera, nella sua residenza, il dottore cercava di ambientarsi; qui però iniziarono a sorgergli mille dubbi, paure, insicurezze. Pensava a cosa avrebbe dovuto fare in caso di ernia o appendicite o crup difterico, a come avrebbe dovuto curarlo, a come si sarebbe dovuto comportare. Di fronte a ciò, "una voce severa". nel suo cervello lo ammonì dicendogli: "Hai voluto la bicicletta, e adesso pedala". Questa era la voce della sua coscienza medica, la voce che poco dopo, prevalendo sui dubbi e sulla paura, lo avrebbe aiutato a salvare la vita di una ragazza. Mentre era in preda a questi attacchi isterici, infatti, giunse nel suo studio un uomo, il quale cadde in ginocchio ai suoi piedi chiedendo aiuto: sua figlia era caduta nella gramola, strumento atto a maciullare il lino. Accompagnato sia dalla voce severa che dalla paura, si precipitò in sala operatoria dove vide la ragazza già distesa sul letto. Qui iniziò a studiare il caso e in breve tempo comprese la gravità della situazione: nonostante i suoi dubbi e i suoi aiutanti lo incitassero ad abbandonare il caso, dal momento che la situazione era molto grave e non vi erano possibilità che la ragazza potesse sopravvivere, la voce della sua coscienza lo guidò in tutta l'operazione. Decise dunque di amputare una gamba e ingessare l'altra. Terminato l'intervento chirurgico, tutti i presenti erano convinti che la ragazza non sarebbe sopravvissuta, ma nonostante ciò ricevette i complimenti dell'ostetrica, la quale lo paragonò al fantomatico Leopol'd. Fortunatamente, però, tutte le loro previsioni erano errate. Infatti due mesi e mezzo dopo il padre della ragazza bussò alla porta dello studio di Bomgard: lo accompagnava la fanciulla. Era sopravvissuta e, sotto consiglio del medico, sarebbe partita per Mosca per sottoporsi ad un intervento di protesi. In segno di riconoscenza, la ragazza diede in dono a Bomgard un pacchetto: all'interno vi era un asciugamano su cui era ricamato un galletto rosso.

Il battesimo del rivolgimento Mentre il tempo passava all'ospedale di Mur'e, il dottore cercava di abituarsi al nuovo stile di vita. Tutto procedeva con tranquillità: i cittadini maceravano il lino quotidianamente e egli non doveva visitare più di cinque pazienti al giorno; trascorreva tutte le serate a scoprire i tesori della biblioteca di Leopol'd. Durante una di quelle sere, il dottore lesse finché le palpebre glielo consentirono; poi mise da parte il libro e andò a letto: poco dopo si addormentò. Si svegliò di soprassalto mezz'ora dopo, sentendo bussare alla porta del suo appartamento: era Aksin'ja. Era stata mandata dall'ostetrica Anna ad avvisarlo che in ospedale era giunta una donna con un parto difficile. Allora egli si alzò dal letto e frettolosamente cominciò a vestirsi; contemporaneamente cercava di fare una diagnosi. In poco tempo arrivò in ospedale, in sala parto, dove vide la donna distesa sul lettino: aveva un viso che lasciava intravedere tutto il suo dolore. Mentre si preparava a visitare la paziente, il dottore chiese ad Anna quale fosse il problema; lei prontamente gli rispose che si trattava di presentazione trasversale. A questo punto: panico! Visitò la paziente, ma subito capì che la diagnosi fatta da Anna era esatta. Cosa fare allora? Era la prima volta che si trovava da solo in sala parto e inoltre si trovava di fronte ad un parto complicato. Cercava di prendere tempo per capire cosa fare, cercava di ricordare quello che aveva studiato sul libro di ostetricia, Doderlein, ma l'unica frase che gli riaffiorò alla memoria fu: "La presentazione trasversale è una presentazione assolutamente sfavorevole".. Panico totale! Intanto il tempo passava e bisognava intervenire. Ordinò agli assistenti di preparare la donna per l'anestesia: lui avrebbe fatto un salto a casa a prendere "solo le sigarette". Giunto nella sua camera, il dottore accese la lampada a petrolio e iniziò a sfogliare il Doderlein: tutte le frasi che gli saltavano all'occhio non facevano ben sperare, in quanto in esse erano analizzati tutti i rischi dell'operazione, ma in nessuna era descritto il modo in cui affrontare tutto ciò. Nonostante l'agitazione aumentasse, era tempo di tornare in ospedale. Mentre alcune infermiere preparavano la paziente per l'operazione, altre aiutavano il dottore a prepararsi e Anna gli spiegava il modo in cui il suo predecessore eseguiva i rivolgimenti. Il tempo era scaduto: la donna dormiva e tutto era pronto per l'intervento. Andò tutto per il meglio, ma il dottore aveva molte perplessità. Per il momento il neonato e la madre erano sani e salvi ed egli ricevette i complimenti da parte dell'assistente. Poco dopo rincasò. Restò ancora un po' di tempo nel suo studio a sfogliare il Doderlein e mentre lo faceva capì il senso della conoscenza autentica: leggendo, infatti, tutti i passaggi che durante l'intervento aveva fatto quasi inconsapevolmente gli apparvero chiari e giusti. "In campagna si può acquisire una grande esperienza - pensavo addormentandomi - però bisogna leggere, leggere, leggere... di più..."..

La gola d'acciaio È il 29 novembre 1916: il dottor Bomgard è nel suo studio leggendo manuali di chirurgia e bevendo tè nero. Nonostante siano trascorsi oltre due mesi dal suo arrivo al villaggio, ha ancora nostalgia della sua città e paura per quello che gli si potrebbe presentare.

Terminate le letture serali, il dottore si mise a letto; ebbe, però, appena il tempo di addormentarsi che l'infermiere bussò alla porta della sua camera per informarlo che era giunta in ospedale una bambina, Lidka, molto debole, in punto di morte. Prontamente, dunque, si vestì e uscì di casa; poco dopo era in ospedale, dove lo attendevano tutti i suoi assistenti. Apparve sulla porta una donna che "teneva tra le braccia un fagotto che sibilava e fischiava ritmicamente",. accompagnata da una "vecchia" (la nonna della bambina). La madre era stravolta e, aperto il fagotto, mostrò la bimba al dottore: era una bambina di circa tre anni, con capelli biondi e occhi azzurri. "Solo sulle scatole dei cioccolatini si dipingono bambini così",. pensò il dottore. Dopo una rapida osservazione, capì che si trattava di crup difterico, ovvero presenza di membrane che ostruivano la gola. Il problema fu che egli non aveva mai trattato un caso di quel genere e tantomeno aveva svolto una tracheotomia! Nonostante ciò, cercò di mantenere la calma: infatti iniziò col porgere domande di vario genere alla donna per poter fare una diagnosi migliore. Furono sufficienti pochi minuti per capire che la situazione era ancor più grave di quella prevista e che l'unica possibilità di salvare la bambina era sottoporla ad un intervento chirurgico di tracheotomia. Ancora una volta la coscienza medica superò le paure e i dubbi e lo aiutò a convincere la madre e la nonna della bambina a procedere con l'operazione. Dopo aver ordinato agli assistenti di preparare la bimba e tutto il materiale per l'operazione, assalito dalle perplessità, andò nella sua camera e lì diede una rapida lettura al capitolo che descriveva il modo in cui portare a termine una tracheotomia: "Mi misi a leggere il testo, ma non capivo nulla, le parole parevano saltellarmi davanti agli occhi".. Non vi era altro da fare che tornare in ospedale e operare. Così fece. Inizialmente l'operazione non andò bene: infatti prima non riusciva a bloccare la fuoriuscita di sangue dopo l'incisione, poi non vedeva la trachea e per concludere uno dei suoi assistenti svenne. Gli fu sufficiente, però, poco tempo per riprendere in mano le redini della situazione e concludere l'operazione. La bambina era salva. L'ultima volta che il dottore vide Lidka fu circa un mese dopo, per una visita di controllo. "Non la rividi mai più. Cominciai a dimenticarmi di lei. E intanto le mie visite continuavano ad aumentare. Finché giunse il giorno in cui visitai centodieci pazienti. [...] L'infermiera-ostetrica più anziana mi disse: «Per tutte queste visite ringrazi la tracheotomia. Lo sa cosa dicono nei villaggi? Che a Lidka, quand'era malata, lei ha messo una gola d'acciaio al posto della sua e poi l'ha ricucita. Vanno apposta al suo villaggio per vederla. Eccole la gloria, dottore, complimenti»".. Con la gloria, aumentò anche la stanchezza e l'unica cosa che il dottore desiderava dopo una giornata di lavoro era dormire.

La tormenta