Gli affreschi di San Vincenzo al Volturno sono un ciclo di affreschi dell'abbazia di San Vincenzo al Volturno, a Castel San Vincenzo (Isernia). Esempio del movimento pittorico longobardo beneventano, sono opera di artisti anonimi legati alla Scuola di miniatura beneventana, realizzati nel secondo quarto del IX secolo. Gli affreschi si trovano nel complesso archeologico di San Vincenzo Minore, nella cripta del vescovo Epifanio.
Storia
Il ciclo rappresenta uno dei più importanti dell'Alto Medioevo europeo; una importanza che non deriva dal loro particolare carattere artistico, ma anche soprattutto dal fatto di avere la capacità di riassumere, in uno spazio fisico limitato il complesso articolato universo della cultura religiosa dell'epoca longobarda.Si è discusso molto sulle specificità stilistiche delle pitture della cripta di Epifanio, e sicuramente ulteriore contributo di ricerca servirà ad evidenziare i possibili riferimenti alle altre analoghe opere, collocate in Italia e in Europa.
Il trionfo dell'ortodossia a Bisanzio nell'843 in effetti comportò immediatamente, dopo il periodo delle persecuzioni iconoclaste, un'accettazione di una concezione che solo un regime coercitivo come quello di Leone III Isaurico aveva potuto tentare di estirpare anche dalla cultura popolare. Prima di Leone era accettata nel mondo cristiano la liceità delle figurazioni dei personaggi biblici, dei santi, di Cristo in trono, della Madonna in gloria tra gli Angeli. Il fine non era quello di riprodurre esteticamente i vertici dell'arte classica romana, ma si concentrava il significato sulle scene rappresentate. Un caso significativo di ciclo longobardo lo si può ritrovare nel ciclo degli affreschi di Saint Germain ad Auxerre in Borgogna, dove la rappresentazione della lapidazione di Santo Stefano è eseguita in stile diverso da quello dell'area volturnense, sebbene l'ambiente culturale in ambedue i casi, fosse direttamente condizionato dalla politica carolingia.
Al contrario sono di interesse alcune analogie con le pitture murali della cripta del "Peccato Originale" a Matera, specialmente nella trattazione dei motivi floreali, che risultano eseguiti in maniera idonea a quelli di San Vincenzo. La disputa sulla questione stilistica degli affreschi ha determinato la formazione di schieramenti di critici.
Il primo a occuparsi degli affreschi fu Oderisio Piscicelli-TaeggiO. Piscicelli-Taeggi, Badia di San Vincenzo alle fonti del Volturno, Montecassino, 1896, monaco di Montecassino, che nel 1885 effettuò una ricognizione nella cripta. Il Bertaux nel 1903E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, Parigi, 1903 aveva tentato di attribuire al fenomeno artistico delle due abbazie di Montecassino e San Vincenzo un carattere unitario, definendo l'esistenza di una scuola benedettina, e ritrovano nelle pitture di Epifanio le premesse di uno stile che arriverà ai massimi livelli due secoli più tardi con l'abate cassinese Desiderio (1057-86). Anche P. Toesca studiò le pitture, nonostante le cattive condizioni ai primi del Novecento, egli intuì un filo conduttore tra le esperienze artistiche sviluppate da esecutori siriaci ed evangelari o reliquiari, le pitture dell'area più direttamente gravitante attorno Bisanzio, e le raffigurazioni di San Vincenzo; tuttavia evidenziava la profonda novità di queste ultime, nella straordinaria plasticità delle figure, che sicuramente a quelle statiche bizantine, gli apparvero singolari per la libertà del disegno, l'ampiezza delle forme non ristrette e forzate in opera di imitatore, il modo nel quale è determinato lo spazio delle scene.
È stata notata l'originalità della tradizione pittorica medievale delle rappresentazioni floreali, in tutto simili a quelle di San Vincenzo, ad eccezione di quelle materane, mentre al contrario esiste una gran quantità di ambientazioni scenografiche simili a quelle della cripta di Epifanio, Si tratta di raffigurazioni in un campo di papaveri, che si sviluppa senza soluzione di continuità, a collegare tutte le scene rappresentate nell'ambiente sotterraneo, con il preciso intento di simboleggiare una dimensione spaziale extra-terrena paradisiaca, di chiara derivazione orientale.
Si pensa che questo influsso orientale in San Vincenzo avvenne con Ambrogio Autperto, disceso dalla Gallia nell'VIII secolo: il simbolo del papavero discenderebbe dal rito greco dei Misteri Eleusini per il culto di Demetra, a rappresentare la morte prima della nascita, e dunque un ciclo di rinascita, che nel cristianesimo fu interpretato con la Resurrezione. Lo stesso vale per la rappresentazione di 4 simboli del Tetramorfo degli Evangelisti, l'aquila (San Giovanni), l'angelo (San Matteo), il leone (San Marco), il bue (San Luca), l'Agnus Dei (Cristo).
Descrizione Affreschi Difficile è il punto di inizio della lettura del ciclo, pare che all'epoca l'intento del pittore fosse l'individuazione del metodo globale che permetteva di cogliere i veri significati delle scene, mediante la visione complessiva della narrazione intera. La cripta in realtà era una piccola chiesetta, come si legge dal Chronicon Vulturnense, dedicata a Santa Maria in Insula, voluta dall'abate e vescovo Epifanio, che governò San Vincenzo dall'824 all'842. All'epoca il nucleo centrale del complesso era l'area archeologica della basilica di San Vincenzo Maggiore, poi più tardi fu eretta l' "abbazia nuova", quella che ancora oggi è in piedi.A. Pantoni, Le chiese e gli edifici del Monastero di San Vincenzo al Volturno, Montecassino, 1908
La chiesetta era formata da un corpo rialzato, a pianta rettangolare, che si concludeva nella parte di fondo con un alto presbiterio a forma triangolare, dove stava l'altare. Il pavimento oggi scomparso, si sviluppava su un livello parzialmente interrato, ed era collegato con la zona seminterrata della chiesa di San Vincenzo Maggiore, dove sta il refettorio. La chiesa all'epoca dell'abate Epifanio era stata trasformata in palazzetto dell'abate, ma le pitture murarie si conservarono.
Il ciclo diventa lacunoso quando raggiunge la zona che anticipava il grande refettorio, e attraverso la quale dovevano passare i religiosi. L'ambulacro, insinuandosi tra gli altri edifici di cui non ancora è stato effettuato lo scavo, dal refettorio raggiungeva la parte inferiore della grande chiesa di San Vincenzo, che poteva essere attraversata mediante un camminamento molto largo, che sbucava dalla parte opposta sulla facciata laterale meridionale. La pianta della cripta si caratterizza per essere formata da un corpo trasversale in forma rettangolare, che costituisce un anomalo transetto, su cui nella zona centrale, si innesta una pronunciata cavità absidale, e dall'altra una rientranza rettangolare di modesta profondità, che contiene una finestrella da cui si può osservare la profondità. La luce simbolicamente viene a colpire l'Angelo al centro, nello stesso tempo crea una fasci verso il Cristo centrale dell'affresco.
Sull'impianto absidale si imposta una pseudo-cupola che si raccorda alla parte inferiore senza soluzione di continuità. Appena superata la porta in alto rimangono deboli tracce della figura il cui volto è scomparso, che stende la mano sinistra ad un personaggio posto sullo stipite di destra, ad un livello più basso, che è ritratto nell'atto di ricevere un libro. Sembrerebbe essere un'anticipazione del Ciclo dell'Apocalisse di Giovanni, con la figura del Cristo assiso in trono, che consegna a Giovanni apostolo la "Verità", rappresentata da un libro chiuso. Attorno vi sono Le Sei Sante Vergini, che formano una teoria con i Martiri.
Sulla stessa parete lunga, opposta all'abside, sono rappresentate le scene del martirio di San Lorenzo e Santo Stefano, una nicchia accoglie la figura di un monaco con le braccia allargate nell'atto di pregare. Nella parte absidale sulle pareti rettilinee, si vedono i quattro Arcangeli posti in maniera da fronteggiarsi a coppie, nella parte curva, racchiuso in un nimbo circolare, è posto un quinto Arcangelo, nel catino della cupola è raffigurata la Vergine Regina degli Angeli, assisa nella sfera celeste.
Sulla parete rettilinea opposto all'abside vi è la sequenza di immagini che rappresentano "L'Annunciazione - Maria e Giuseppe nella scena della Natività - Il Bambino nella mangiatoia - Il lavaggio del Bambino nel calice - Crocifissione con Epifanio e la Gerusalemme dolente - L'Angelo che scoperchia il Sepolcro di Cristo".
Nella nicchia sottostante il Sepolcro vi è la raffigurazione di Cristo risorto insieme ai santi Lorenzo e Stefano.
Viene scelto il repertorio di immagini dell'Apocalisse perché all'epoca di Epifanio, vi erano varie interpretazioni di significati simbolici, da parte di Ambrogio Autperto.
Parete 1
1) Sante Vergini, 2) Cristo come Angelo giudicatore, 3) Valeriano, 4) San Lorenzo, 5) Angelo, 6 Esecutori, 7) Santo Stefano, 8) Anima di Epifanio, 9) Papaveri, 10) Aquila, 11) Lastre tombali
Parete 2
1) Luce, 2 Salomè e Zelomi, 3) Fenestrella confessionis, 4) Annunciazione, 5) Santo Vergini, 6) 4 Arcangeli, 7) Papaveri
Parete 3 1) Maria Regina degli Angeli, 2) San Vincenzo, 3) Maria dell'Annunciazione, 4) Arcangelo Gabriele, 5) Cristo in Croce, 6) Maria, 7) Giovanni evangelista, 8) Epifanio, 9) Gerusalemme dolente, 10) Cristo Risorto, 11) San Lorenzo e il martirio, 12) Martirio di Santo Stefano, 13) Angelo del Sepolcro, 14) Le Pie Donne.
Parete 4
1) Arcangeli, 2) Papaveri, 3) Maria, 4) San Giuseppe
I tre elementi significativi della miniatura sono la Mano dell'Eterno Padre, che esce dalla luce, San Giovanni evangelista dormiente, che riceve la rivelazione dell'Apocalisse, l'Angelo che regge l'Asta a Sigillo del Dio vivente. I tre elementi analoghi sono nella cripta: la Mano dell'Eterno p collegata nell'archivolto della fonte di luce prevalente dell'ambiente, dalla parte opposta l'ingresso; l'angelo col Sigillo si trova al centro del catino absidale, San Giovanni va riconosciuto nel brandello di pittura posto sull'archivolto d'ingresso, nell'atto di ricevere il Libro dell'Apocalisse.
La luce dell'esterno, nella cripta assume l'aspetto della Luce Divina attraverso la Mano dell'Eterno, diventa poi Cristo che regge il libro della Verità da dare a San Giovanni, e infine Cristo che consegna la Verità a San Giovanni, sull'archivolto dell'ingresso. Sul piano strettamente figurativo, la linea della luce è bene individuata nella parte alta della volta del braccio trasversale, perché evidenziata dal fascione luminoso limitato a motivi rettilinei, che contengono una linea spezzata, che forma una teoria di triangoli contigui, come i bordi di un tappeto.
Quanto al motivo della Mano dell'Eterno, è presente anche nella chiesa abbazia di Santa Maria di Canneto a RoccavivaraV. Ferrara, Canneto sul Trigno, Lanciano, 1988; una mano benedicente alla greca risulta essere elemento autonomo nell'ambito di una composizione , di cui si sono persi gli altri particolari; assolutamente significativo è un frammento del IX secolo venuto alla luce nell'area di San Vincenzo Maggiore nel 1994. Si tratta di un bassorilievo che contiene una raffigurazione stilizzata di un Agnus Dei, con a lato una singolare rappresentazione dell'Eterno, risolta con il simbolo numerico matematico dell'infinito, ripetuto quattro volte sui bracci della croce, che si congiunge con la Mano distesa.
Sant'Anastasia e le Sei Martiri