La disputa sulla povertà apostolica è stata una controversia sorta all'interno della Chiesa cattolica nel Medioevo. Tale contrasto vide contrapposti da una parte la Curia romana e dall'altra l'Ordine francescano, e raggiunse l'apice negli anni 1318-1328, in coincidenza col riaprirsi delle divergenze tra Papato ed Impero durante il periodo della cosiddetta cattività avignonese.

La disputa si inserisce nel contesto del cosiddetto pauperismo medievale e si riassume nella questione intorno alla legittimità per la Chiesa di possedere beni e ricchezze. I teologi svolgevano l'analisi del problema a partire da un interrogativo preciso. L'assunto di partenza è che se la Chiesa si considera "sposa di Gesù Cristo", deve necessariamente seguire gli insegnamenti e l'esempio di Gesù, del primo papa (san Pietro) e dei primi vescovi (gli apostoli). La domanda si poneva quindi in relazione alla possibilità che Cristo e gli Apostoli avessero mai goduto del possesso delle cose materiali. La definizione di "povertà apostolica", quindi, si riferisce non già all'uso parco e moderato dei beni (usus pauper, un problema su cui si era incentrata la polemica degli spirituali, e che riguardava la condotta di vita dell'Ordine francescano), bensì al rifiuto assoluto che la Chiesa possedesse alcunché di materiale.

Implicazioni La definizione inerente alla povertà di Cristo (che in realtà riguardava non tanto la specificazione della frugalità di Gesù, quanto l'opportunità stessa che la Chiesa in quanto tale potesse custodire e movimentare ricchezze) poneva problematiche che intaccavano gli equilibri più sottili dell'istituzione ecclesiastica. Definire ortodossa la povertà apostolica avrebbe implicato la rinuncia della Chiesa a qualunque bene terreno. Nel desiderare o rifiutare questa rinuncia si mescolavano nei campi avversi sia nobili intenti, quali da un lato l'attaccamento alla Chiesa (che senza ricchezze, nei timori di molti, sarebbe rimasta in balia dell'Impero) e dall'altro nel puro zelo di seguire gli insegnamenti di Gesù; ma anche disegni meno nobili quali l'avidità e la smania di potere da una parte e dall'altra, la disobbedienza e il calcolo politico. L'impatto di questa disputa fu lacerante anche e soprattutto per il contesto storico in cui essa venne a porsi con forza: infatti, nel periodo dal 1209 al 1328 si verificarono da un lato l'esplosione della violenza pauperistica (ad esempio il movimento degli Apostolici, Fra' Dolcino) e dall'altro lo sbilanciamento delle attività della Chiesa verso la creazione di una vera e propria potenza economica, utile a superare i contrasti con l'Impero, nonché le debolezze politiche insite nella Cattività avignonese. Si trattava quindi di due fenomeni divergenti, che accesero gli animi di personaggi altrimenti noti per l'acume, la diplomazia e la buona fede, ma che in tale contesto esasperarono la disputa fino a farla degenerare in un vero e proprio scisma. Riferimenti biblici Le tesi sostenute dai francescani sulla povertà degli apostoli avevano come supporto alcuni passi del Vangelo:

Storia Francesco d’Assisi (1205-1226)

Nel 1205 Francesco d'Assisi subì una profonda conversione e prese a predicare assieme ai suoi seguaci una vita di perfetta povertà. Quasi subito, nel 1206 egli si presentò al vescovo di Assisi, cui chiese e ottenne protezione. Nel 1209 poi si recò a Roma, dove ebbe l'approvazione orale della sua Regola da papa Innocenzo III, che aveva così l'opportunità di fornire un regolare canale di sfogo al pauperismo, che già serpeggiava tra i fedeli con i Patarini. La protezione papale venne però accordata solo dopo aver appurato la venerazione di San Francesco per il sacerdozio, la sua obbedienza alle gerarchie ecclesiastiche nonché il carattere della povertà predicata dal Santo. Francesco, infatti, non criticava la ricchezza né i ricchi: raccomandava anzi ai suoi discepoli di guardarsi bene dall'imporre la povertà agli altri. Per lui, Madonna Povertà esigeva solo adepti volontari e i possessori di ricchezze erano visti da lui non come nemici ma come benefattori.

Innocenzo III da parte sua, incanalando in un Ordine religioso tali pulsioni, intendeva da un lato spegnere le polemiche circa la mancata accettazione dei pauperisti in seno alla Chiesa, dimostrando anzi la benevolenza pontificia purché questi rispettassero la dottrina cattolica; dall'altro, riteneva che proprio la creazione di un simile Ordine avrebbe fatto cessare il fiorire di eresie pauperistiche e avrebbe consentito un più facile controllo di questo movimento da parte della Curia romana.

Aneliti religiosi e dispute tra rigoristi e lassisti (1226-1274)

Poco prima di morire, il 29 novembre 1223, Francesco aveva ottenuto da papa Onorio III l'approvazione scritta della Regola con la bolla Solet annuere. Per quanto riguardava la povertà, già questa regola (Regula bullata) era meno severa di quella approvata solo oralmente da Innocenzo III quattordici anni prima (Regula non bullata).

I motivi di questo addolcimento possono ricercarsi nel fatto che Francesco aveva in parte ceduto alle istanze di alcuni confratelli oppure del "cardinale protettore" Ugolino da Ostia, oppure egli stesso si era reso conto che l'Ordine, cresciuto a dismisura in tutta Europa, non poteva più contare solo sull'elemosina per sostentarsi e istruire i nuovi confratelli, ma doveva dotarsi di fondi e strutture sue proprie. Questo non significava la licenza all'Ordine di arricchire: la Regola infatti poneva limiti alle quantità e all'uso dei beni da parte dei francescani tanto che, per evitare polemiche, richiese l'accettazione di essa "senza commento" (sine glossa), ovvero senza interpretazioni di sorta.

Alla morte di Francesco nel 1226, quasi subito all'interno dell'Ordine emersero due tendenze ben distinte: da una parte, i rigoristi che chiedevano l'osservanza della Regola del 1223 sine glossa e anche dell'esigente Testamento di san Francesco (quando non addirittura un ritorno alla Regula non bullata del 1209), dall'altra parte la maggioranza dei frati, che non ritenevano vincolante il Testamento e che riconoscevano al papa il diritto di pronunciare "interpretazioni autentiche" della Regola e di concedervi delle deroghe.

Per diversi anni, tale suddivisione rimase interna all'Ordine francescano. A ciò certo contribuirono i successori di Francesco, vuoi per l'autorità derivante loro dall'intimità avuta col Santo (come nei casi di Bernardo di Quintavalle e Filippo Longo), vuoi per la grandezza d'ingegno e la vastità del sapere, come nel caso di San Bonaventura, che resse l'Ordine dal 1257 al 1274, anno della sua morte.

Proprio alla scomparsa di Bonaventura, la situazione si fece critica. Nello stesso 1274, infatti, gran parte dei rigoristi si riconobbero in un movimento ben definito, chiamato - su ispirazione delle profezie di Gioacchino da Fiore - "gli Spirituali". Tra questi gruppi, in particolare, si distinsero i "Fratelli della povera vita" (soprannominati in seguito "Fraticelli"), che facevano riferimento ai frati marchigiani Pietro da Macerata e Angelo Clareno. A differenza dagli altri gruppi di Spirituali, che continuavano a restare in seno all'Ordine, i Fratelli della povera vita tentarono in tutti i modi di distaccarsi dal resto dell'Ordine, ritenuto ormai prigioniero dell'eresia, e tornare alla purezza delle origini vivendo sotto una Regola ispirata direttamente a quella del 1209.

L'estremizzazione del concetto di povertà portò ben presto i Fraticelli a ritenere la povertà una sorta di obbligo per tutti i cristiani, non soltanto per chi abbracciava volontariamente questo voto: questo creava pericolose contiguità con i movimenti ereticali che in quel periodo propugnavano il pauperismo, in particolare con i cosiddetti Apostolici.

All'Ordine francescano – e in particolare alla corrente degli Spirituali più severi – guardavano inoltre con sempre maggior benevolenza gli Imperatori; in quegli anni peraltro lo stesso Impero era scosso da disordini interni e non poteva quindi aiutare efficacemente la causa spirituale: sotto uno scettro autorevole esso sarebbe stato il motore e il sostegno di un vero e proprio scisma in seno alla Chiesa.

Conflitti e conciliazioni transitorie (1274-1307)

Nel 1279 papa Niccolò III, proprio per cercare di comporre i dissidi dell'Ordine, promulgò la bolla Exiit qui seminat, alla cui stesura collaborò il francescano Pietro di Giovanni Olivi. In essa, con un ingegnoso quanto fragile stratagemma, il Papa compì una duplice mossa: avocò alla Santa Sede tutte le proprietà dell'Ordine per riaffidarle all'Ordine stesso in usufrutto, separando così la proprietà dall'uso. In questo modo, pur ribadendo in modo esplicito che la regola dell'Ordine era quella del 1223, il Pontefice intendeva eliminare alla radice la causa scatenante della diatriba tra la "Comunità" e gli Spirituali, ovvero la proprietà.

Gli Spirituali capirono che la mossa del papa era principalmente una sottigliezza giurisprudenziale e continuarono a moltiplicarsi e presero ad alzare la voce contro l'autorità stessa del Pontefice. Autorevoli francescani quali Raymond Geoffroi, Guy de Mirepoix e soprattutto Ubertino da Casale, oltre a diffondere la corrente spirituale nei conventi italiani e francesi, andavano sempre più criticando apertamente l'operato dei Pontefici circa la disciplina della povertà apostolica a partire da Onorio III. Una parentesi di riappacificazione si ebbe nel 1294, quando papa Celestino V – su consiglio dello spirituale Iacopone da Todi - concesse agli spirituali dell'Italia centrale (guidati dai frati Pietro da Macerata, detto frate Liberato, e Angelo Clareno) la facoltà di organizzarsi in un Ordine religioso a parte (formalmente una congregazione benedettina), in cui si osservasse alla lettera la regola e il testamento di Francesco e si privilegiasse la vita eremitica. Il gruppo (detto dei "poveri eremiti di Celestino V" o "celestini") venne però rapidamente sciolto da papa Bonifacio VIII con la bolla Olim Coelestinus dell'8 aprile 1295.

Tutte le parti in causa videro in questa approvazione quel che volevano vedere: per gli oppositori degli Spirituali, veniva in discussione quanto deciso da Onorio III in poi, e quindi l'esistenza stessa dell'Ordine (che, senza fondi né strutture, sarebbe ben presto declinato); per gli Spirituali, questa era la suprema sanzione che la loro aspirazione alla totale povertà era possibile, anche in seno alla Chiesa. Quando poi Bonifacio VIII prese il posto di Celestino V, gli Spirituali (che in quest'ultimo avevano visto il loro protettore) insorsero senza nemmeno troppe cautele a contestare la validità dell'elezione di Bonifacio: il "fraticello" Iacopone da Todi indirizzò pesanti invettive a papa Caetani. Queste critiche indurirono Bonifacio VIII, che però, essendo assorbito dalle controversie col re di Francia, Filippo il Bello e con i Colonna, non poté usare il pugno di ferro contro gli Spirituali. Continuò tuttavia a contrastare con forza il movimento apostolico, facendone bruciare il fondatore Gherardo Segarelli nell'anno 1300. Tale persecuzione diede il via a una violenta reazione delle varie sette pauperistiche, che trovarono il loro capo in Fra' Dolcino. Costui mise in pratica il concetto di "povertà obbligatoria" attraverso il saccheggio delle proprietà ecclesiastiche e feudali e l'uccisione di nobili e prelati. Tale avventura ebbe fine solo nel 1307, con la condanna al rogo dell'eresiarca.

Lo scontro (1307-1316) Proprio l'avventura dolciniana ebbe come prima causa l'inasprimento delle posizioni della Curia. Una simile esplosione di violenza pauperistica, invece di consigliare ai Pontefici una linea accomodante, provocò un'intensificazione delle pressioni sugli Spirituali per accettare la linea della maggioranza dell'Ordine. In caso contrario, si sarebbero posti da sé al di fuori dell'ortodossia cattolica.