È considerato dalla critica uno dei più grandi poeti della letteratura piemontese e occitanica del novecento.
Dedicò la sua vita alla poesia in lingua piemontese e occitana, sue lingue madri, nonché alla loro valorizzazione e tutela. Per il piemontese, come descrisse lo stesso autore, asseriva di provare un sentimento di "amore-odio"; amore in quanto sua lingua madre e lingua nativa della pianura piemontese, odio a causa della sua espansione montana a danni dell'occitano, come «un moribondo che uccide un altro moribondo». I suoi sentimenti positivi, tuttavia, prevalsero, e risultarono in un suo enorme contributo alla letteratura piemontese, con circa settecento scritti tra poesia e prosa, di cui circa seicento in piemontese. Scrisse anche in italiano, ligure, friulano, ladino, milanese e romagnolo.
Aderì anche a diversi movimenti politici di matrice localista e ricoprì diverse cariche pubbliche nella sua Frassino, a Melle, e a Torino.
Biografia L'infanzia
Antonio Bodrero nacque a Frassino (Cuneo) in val Varaita, il primo novembre 1921. I genitori erano entrambi maestri elementari. Il padre Giuseppe (1893-1966) era originario della borgata Bouschirol (Boschirolo) di Melle, comune a valle di Frassino, e fu in questa borgata che il piccolo Antonio risulta essere messo a balia nei primi anni di vita. La madre, Maria Rovera (1894-1979), nacque a Dronero da una famiglia originaria di Macra, nella vicina val Maira, e crebbe a Busca. Venuta a insegnare nella scuola di san Maurizio di Frassino, conobbe il maestro Bodrero e lo sposò a Melle il 20 settembre 1919. Prima del matrimonio era una donna aperta, ma il marito, uomo severo e all'antica, la indusse a una condotta più austera. Nel 1923 nacque il secondogenito Mario. Antonio frequentò le scuole elementari a Frassino, dove insegnava il padre, ma fu la madre a seguirlo nei compiti. Il padre parlava quotidianamente l'occitano di Melle e di Frassino con i figli, mentre la madre il piemontese.
Nell'opera del poeta rimangono numerose testimonianze degli anni dell'infanzia, imperniate su un sentimento di grinour (tenerezza) per quell'epoca spensierata e leggiadra, cadenzata dai semplici giochi dei bambini di montagna, dallo stupore infantile per la natura alpina e dalla propensione ai sogni e alle fantasie.
Verso gli otto anni Bodrero venne colto da una febbre altissima e le sue condizioni sono giudicate assai gravi. Il medico spiegò ai genitori che il bambino, se si fosse salvato, sarebbe rimasto ritardato. La sua guarigione venne dunque vista come un fatto miracoloso, ma secondo alcuni testimoni è proprio a partire da questo episodio che alcuni aspetti della sua personalità subirono una forma di cambiamento.
Gli studi Dopo gli studi primari Bodrero venne mandato nel collegio salesiano di Lanzo, nell'allora provincia di Torino, dove frequentò la scuola media. L'esperienza non fu probabilmente positiva, se anni dopo, nella prefazione a un libro dell'amico Tavo Cosio, scrisse:
Può darsi che la scelta di proseguire gli studi gli fosse stata imposta dalla famiglia, se fanno fede le parole di Bodrero quando raccontò che da bambino:
Nel 1933 i Bodrero fecero costruire una villa a Frassino, all'epoca una delle dimore più signorili del paese. Agli anni di Lanzo seguono quelli del Seminario di Saluzzo, dove il poeta frequentò il ginnasio. Non è chiaro tuttavia se questa scelta fosse indice di un'autentica vocazione religiosa o se dipenda da fattori economici e logistici. Sta di fatto che quando nel 1935 la famiglia si trasferì a Saluzzo, al numero 9 di corso IV Novembre, egli abbandonò il seminario e terminò il liceo classico come normale studente. Le pagelle scolastiche mostravano una spiccata predilezione per le materie umanistiche e difficoltà in matematica. Pur avendo alti voti di cultura militare, il giovane Bodrero risultava quasi sempre esonerato dall'educazione fisica, verosimilmente in ragione della malattia infantile di cui si è detto.
Durante le estati i Bodrero trascorrevano le vacanze nella nuova casa di Frassino, ma erano soliti anche recarsi a Boschirolo per aiutare i nonni paterni nei lavori della fienagione. Furono esperienze formative e stimolanti, perché proprio in questo contesto Bodrero entrò in sintonia con il mondo rurale, con la sua cultura e i suoi idiomi, come raccontò in un'intervista tanti anni dopo:
Sul finire degli anni 30 si fecero frequenti in casa le discussioni politiche, poiché il capofamiglia era di idee liberali, il figlio Mario un convinto fascista e nazionalista, mentre Antonio profondamente cattolico e antimilitarista. I tre non potevano pranzare insieme senza litigare. Tra i due fratelli inoltre serpeggiava un sentimento di gelosia e rivalità, provocato forse dalla predilezione dei genitori per il secondogenito. Molti anni dopo raccontò:
La guerra Nell'estate del 1940 Bodrero conseguì la maturità classica. Il 23 aprile 1940 l'Ospedale militare di Savigliano, secondo quanto risulta dal foglio matricolare, lo pose in congedo illimitato per "idrocele cistico"; il 3 gennaio 1941, quando oramai l'Italia era coinvolta nel secondo conflitto mondiale, venne ammesso al ritardo del servizio militare in quanto iscritto al primo anno della Facoltà di Lettere e Filosofia. Ma il 27 febbraio il rinvio venne revocato e Bodrero venne assegnato al 34º Reggimento di fanteria, divisione "Livorno", di stanza in Istria. Già il 5 novembre dello stesso anno egli risultava però aggregato al Reparto autonomo censura posta militare di Roma. Infine il 10 dicembre 1942 venne ricoverato all'Ospedale militare di Baldi e da qui trasferito, il 17 febbraio 1943, al Sanatorio militare di Vercelli, da dove venne dimesso il 15 giugno 1944. La malattia che lo costrinse un anno e mezzo in sanatorio è, come dichiarò nello "Stato personale" relativo alla sua carriera di docente, il "TBC polmonare". L'ultimo anno di guerra lo trascorse probabilmente a Frassino, cercando di sottrarsi agli scontri e alle ritorsioni tra partigiani e reparti nazi-fascisti. Brevi accenni a tale frangente si trovano nella poesia Barmo grando:
La carriera di docente Terminato il conflitto mondiale lo Stato italiano ebbe bisogno di una nuova generazione di insegnanti e per questa ragione gli studi degli universitari che hanno prestato servizio in guerra vengono accelerati. In poco più di un anno Bodrero conseguì la laurea in Lettere all'Università di Torino. La tesi su Silvio Balbis, poeta saluzzese del Settecento, autore anche di versi in piemontese, venne discussa il 20 luglio 1946, relatore il professor Pastonchi, e ottenne il punteggio di 94/100. Nell'autunno iniziò la sua carriera nell'insegnamento come docente di storia dell'arte: nei primi tre anni scolastici (dal 1947 al 1950) presso il liceo classico di Saluzzo, nel quale egli stesso studiò anni prima; negli anni successivi insegnò invece tra licei di Saluzzo, Savigliano e Cuneo. Nel 1957 ottenne tre abilitazioni all'insegnamento: della storia dell'arte nelle scuole medie, di italiano, storia e geografia per le "Scuole Magistero Professionale della donna", e infine di lingua e letteratura italiana nelle scuole medie.
Nel 1957 prese servizio presso la "Scuola tecnica industriale governativa" di Savigliano con una cattedra in "materie letterarie" e rimase in questa scuola per sei anni scolastici, fino al giugno 1963. E fu proprio nei primi anni di permanenza in questa scuola che Bodrero sembrò adottare una strategia di "turismo concorsuale", iscrivendosi ai concorsi per le abilitazioni più svariate che si svolgono in giro per l'Italia; nel 1958 ottenne addirittura 36 giorni di permesso per concorsi. Le domande di permesso al direttore costituiscono i suoi primi documenti scritti, e le motivazioni proposte appaiono per lo meno originali; per le prove scritte di greco, latino e italiano a Reggio Calabria spiegò:
Durante questi anni di insegnamento Bodrero viveva a Saluzzo con la famiglia e usava viaggiare con i mezzi pubblici, essendo sprovvisto di patente di guida. Tuttavia è possibile che in certi periodi risiedesse a Frassino e facesse il pendolare verso le città dove insegnava. Emersero, tra le testimonianze degli ex allievi, i primi riferimenti alla sua personalità: per Saluzzo passeggiava sempre solo, vestito dell'identico logoro spolverino, e lo stesso accadeva durante le villeggiature estive a Frassino. In classe non voleva la luce accesa e pretendeva la finestra aperta anche in inverno. A volte calzava stivaloni senza calze e quando camminava si sentiva il rumore dei piedi negli stivali; prediligeva le lezioni pomeridiane, ma un giorno al liceo di Savigliano si addormentò coricato sul tavolo in sala docenti. Nell'insegnamento era rigido e imperturbabile, dettava i passi dal testo ma nessuno scriveva dal posto; prediligeva l'arte medievale e in particolare quella romanica, al punto che il preside del Liceo Classico di Savigliano, Antonino Olmo, lo dovette richiamare affinché svolgesse anche il programma sul Rinascimento e sui secoli successivi; era solito portare agli studenti cartoline con riproduzioni artistiche, ma cancellava sistematicamente le parti intime dei nudi. Un aspetto sessuofobico in Bodrero emerse anche dalla sua condotta con le alunne, che trattava con molto distacco, e dal rifiuto di accompagnare le gite scolastiche che durassero più di un giorno.
Emersero anche testimonianze sulle sue prime eccentricità alimentari, come la predilezione per l'aglio, che era solito tenere nella cartella insieme al pane, al companatico e ai registri scolastici. Anche la famiglia non condivideva le scelte sempre più eccentriche del giovane professore. Il padre rassegnato confidò ad un compaesano che il primogenito "è meglio che non si sposi: fatica già da solo, farebbe faticare anche la moglie". Mentre il figlio, a supporre una traccia autobiografica in un articolo del 1965, lamenta della:
L'esordio letterario Nel 1958 Bodrero pubblicò la sua prima opera poetica, il poema Cristina, dedicato a "sua Altezza Reale il Principe Vittorio Emanuele di Savoia, con amore e fedeltà".
Legato a Cristina è un aneddoto relativo ad un viaggio del poeta nella capitale italiana, probabilmente per partecipare ad uno dei tanti concorsi per abilitazione all'insegnamento. Durante lo svolgimento di uno scritto egli, verso mezzogiorno, estrasse dalla borsa pomodori e insalata, pranzò con un bicchiere di vino, quindi consegnò l'elaborato e se ne andò. Ma all'esterno dell'edificio decise di indossare un doppio cartellone, come uomo-sandwich, facendo pubblicità al suo libro: "leggete Cristina, poema di Antonio Bodrero". Venne chiamata la polizia, che lo condusse al commissariato per accertamenti.
La scoperta dell'occitanismo Il 1960 segnò una svolta nella vita di Bodrero, grazie all'incontro con Gustavo Buratti; quest'ultimo, giovane studioso delle lingue del Piemonte, usava partire in Lambretta nelle domeniche estive dalla sua Biella per andare a scoprire le valli del cuneese. In uno di questi viaggi Buratti fece tappa a Frassino, dove la panettiera del paese gli parlò di un professore che abitava a Saluzzo e che aveva la passione per il patois e il piemontese. L'incontro fu fondamentale per Bodrero, al punto da scrivere nel 1971 che:
A partire dall'estate 1959 si collocano probabilmente le sue prime prove poetiche in lingua d'oc: trascrizioni di proverbi e leggende, timidi frammenti, sonetti d'impronta folclorica redatti in una grafia approssimativa e ricalcata su quella italiana.