Per accostarsi correttamente alla mitologia sumera, occorre avere ben presente quale fosse la concezione che i sumeri avevano della vita stessa. Si tratta di uno dei più antichi popoli, il popolo che fissò per primo la sfera delle idee morali e delle concezioni religiose, che per primo creò delle leggi (il Codice di Ur-Nammu fu redatto quasi tre secoli prima del Codice di Hammurabi), e soprattutto il popolo che per primo inventò la scrittura, ovvero una serie di simboli scritti (o meglio incisi) che avessero corrispondenza con le idee pronunciate, dando così inizio a quella che chiamiamo storia e alla prima letteratura.

Origini Il percorso che ci ha portato alla quasi completa comprensione della cultura sumera è stato lungo e tortuoso, spesso fuorviante, sicuramente complicato anche dalla differenza concettuale tra la nostra scrittura a lettere e la loro particolare scrittura, chiamata cuneiforme dalla forma appunto a cuneo dei caratteri utilizzati. È opportuno precisare che, concettualmente, la scrittura sumera è molto simile a quella cinese o giapponese: un ideogramma, o un cuneo nel caso sumero, poteva indicare non un solo oggetto, ma altri oggetti, idee o gesti correlati allo stesso. Ad esempio, il simbolo designato per indicare la parola "bocca", che ha una determinata pronuncia, poteva essere utilizzato in altri contesti, e con pronunce diverse, per indicare la sfera di concetti legati alla bocca: "parlare", "dente", "parola" e via dicendo. Questo fece cadere in errore i primi sumerologi, quando scoprirono le tavolette che descrivevano l'Epopea di Gilgamesh, re di Uruk: la prima traslitterazione del nome "Gilgamesh" fu infatti "Izdubar", errore che in seguito venne notato e corretto. Questo non è che un esempio delle difficoltà che gli studiosi incontrarono nel catalogare e tradurre le tavole di Sumer.

Man mano che gli studi procedevano si scopriva un mondo fatto di uomini, eroi, dei (dingir) di terra, aria, fuoco, acqua e morte (divisi in Anunnaki e Igigi) e demoni ombra (udug).

I primi 3 erano strettamente legati gli uni agli altri ed alla natura stessa, mentre gli ultimi erano scollegati. Ai giorni nostri ancora si discute se la mitologia sia un insieme di semplici favole, oppure un tentativo di spiegare i fenomeni naturali, oppure un insegnamento morale nato dalla coscienza collettiva di un popolo; per quanto riguarda i sumeri, tutte queste congetture sono probabilmente da ritenersi ugualmente valide.

La civiltà sumera si è sviluppata intorno al 5.000 a.C., quando l'uomo aveva appena preso coscienza di sé e della propria collettività. Ci si può basare sui fatti, senza dubbio, ma la sociologia e l'antropologia ci vengono in aiuto nella comprensione di un popolo ormai scomparso. E queste scienze, insieme alle ottime traduzioni dei testi in nostro possesso, ci presentano un mondo in cui l'uomo non è completamente padrone del proprio destino: ovverosia, lo è nel momento in cui si rende consapevole del fatto che si trova sulla Terra con il solo ed unico scopo di servire gli dei. Egli non è ancora lhomo faber dei latini, e la morte è l'unica sorte che lo aspetta: solo gli dei sono immortali, e questa è la legge ineluttabile della vita.

Questi dei non sono entità astratte: le divinità sumere sono entità che personificavano terra, aria, fuoco e acqua, strettamente correlate alla natura di cui anche l'uomo fa parte. Ogni membro dei dingir (dei) è naturalmente preposto a un evento (la morte, la primavera) o ad un concetto (la creazione, la fecondità), ma come gli dei greci, anzi più degli dei greci, dipendono in tutto e per tutto dagli esseri umani.

Ne viene così il ritratto di un popolo forte e fiero, un popolo che cerca il significato di un mondo che non conosce trasformandolo in poesia, e contemporaneamente ne osserva lo sviluppo e i misteri con occhio scientifico, che trascorre le giornate pensando di compiacere gli dei e getta intanto le basi per le civiltà future. Non bisogna infatti dimenticare che i sumeri erano prima di tutto un popolo in continuo perfezionamento, che la scrittura sumera presenta una grammatica molto avanzata, che tra i sumeri esistevano matematici e astronomi che elaboravano problemi e relative soluzioni, e scienziati che catalogavano fiori, pietre, insetti e animali.

La mitologia sumera rappresenta senz'altro un punto imprescindibile per comprendere le contraddizioni e l'animo estremamente poetico dei sumeri, una civiltà dotata di profondissima sensibilità e di inestinguibile sete di conoscenza, che lasciò tracce indelebili in tutte le culture coeve e successive.

Caratteristiche Cosmogonici In principio vi era il Mare Primordiale (Nammu), probabilmente mai creato, e quindi eterno. Dal Mare ebbe origine la Montagna cosmica, che aveva per base gli strati più bassi della terra, e per cima la sommità del cielo. La Montagna era formata da Cielo e Terra, ancora uniti insieme e non distinti. Il Cielo, nella personificazione il dio An, e la Terra, nella personificazione la dea Ki, generarono il dio dell'Aria Enlil. A questo punto avvenne la separazione: An "tirò" il Cielo verso di sé, mentre Enlil "tirava" la Terra, sua madre. Dall'incesto di Enki e Ninhursag nacquero tutti gli esseri viventi, dei, uomini, animali e piante.

Inoltre, i sumeri introdussero il concetto di me. L'esatto significato di questa idea non è del tutto chiaro, ma sembra rappresentare una potenziale essenza creatrice, sia astratta che concreta, alla base dell'esistenza di tutto il Creato. Ogni oggetto sacro ed ogni concetto (come il trono o la monarchia) avevano il proprio ME.

Cosmologia

I sumeri consideravano l'universo visibile sotto forma di una semisfera, avente per base la Terra e per calotta il Cielo (An-Ki). La Terra era un disco piatto circondato dal mare (Abzu) e galleggiante su di esso. Al di sotto della terra stava un'altra semisfera diametralmente opposta a quella del cielo, non visibile, che conteneva le regioni infernali (Kur). Dunque, l'universo in generale era una sfera, divisa in due orizzontalmente dal piano diametrale costituito dalla terra. Da alcuni frammenti pare che i sumeri considerassero il cielo formato di un qualche metallo dai riflessi bluastri (questa credenza dipendeva probabilmente dal fatto che i meteoriti sono composti soprattutto di ferro e nichel quasi puri: il ferro siderale fu l'unica fonte di ferro metallurgico puro dell'antichità).

Tra il Cielo e la Terra esisteva un terzo elemento, una sorta di "vento", o "soffio" (lil), le cui caratteristiche erano l'espansione e il moto (caratteristiche che noi oggi consideriamo proprie dell'atmosfera). Gli elementi cosmici come Sole, Luna e stelle si ritenevano composti della stessa materia, ma in questo caso luminosa.

All'esterno della sfera dell'universo si stendeva all'infinito un Oceano Cosmico, un Mare primordiale misterioso ed invisibile.

Gli dei, gli eroi e i demoni ombra I sumeri riflettevano il loro proprio modo di vita anche nella raffigurazione delle vicende divine. Di conseguenza, si raffiguravano un'assemblea di dei (equivalente alle assemblee degli uomini) presieduta da un re, ovvero il principale dio creatore. L'assemblea degli Anunnaki (così erano chiamati gli dei, "i figli di An") si componeva di sette supremi (compresi i quattro dei creatori) con il compito di decidere i destini di uomini e dei, e di 50 dei minori, chiamati "grandi dei".

Essi risiedevano in un non ben precisato luogo al di sopra della Montagna Cosmica, "nel luogo dove spunta il sole".

I quattro dei creatori erano riconosciuti in An, Enlil, Enki e Ki/Ninhursag, corrispondenti ai quattro princìpi creatori Cielo, Aria, Acqua e Terra.

Inizialmente fu il dio del cielo An a sostenere il ruolo di dio principale, ma poco alla volta venne, nell'immaginario collettivo, sostituito da Enlil, il dio dell'aria. Non si sa con certezza quale fu il processo che lo portò ad essere il dio più importante del pantheon sumerico, ma si suppone che il motivo possa essere la sua identificazione con "il soffio", il "principio" vitale che dà al mondo vita e lo mantiene in costante divenire.

Seguiva, nell'elencazione dei quattro dei principali, il dio Enki, signore dell'oceano e dell'Abisso (Abzu). Ultima era la dea Ninhursag, in origine chiamata Ki, la Terra. Era detta anche Nintu, cioè "colei che partorisce", ed era considerata la madre di tutti gli esseri viventi.

La particella nin che compone il nome delle dee significa "Signora", e lo stesso significato ha la particella en per gli dei maschi, che significa "Signore, sovrano": questo sottolinea l'importanza o meno di alcune divinità. La particella an, come si è visto, significa cielo, e definisce il legame più o meno stretto che alcuni dei hanno con lo stesso dio An, oppure con il cielo fisico.

Anunnaki (assemblea di tutti gli dei) An (dio del Cielo, uno dei quattro creatori) An-Ki ("Montagna Cosmica", costituita dagli dei An e Ki) Aruru (dea della creazione) Ashnan (dea del grano) Bau o Ninisinna o Gula (dea della medicina) Belili (dea della luce, consorte del dio solare Bel) Dimpemekug (dio scriba degli inferi) Dumu-zi-Abzu (dio della vegetazione e della fertilità, equivalente al babilonese Tammuz) Enlil (dio dell'Aria, uno dei quattro creatori) Enki (dio dell'Acqua, uno dei quattro creatori) Enkidu (fedele amico di Gilgamesh) Ereshkigal (dea del mondo sotterraneo) Geshtinanna (dea dell' "acqua vivificante") Gilgamesh (mitico re di Uruk, protagonista dell'Epopea di Gilgamesh) Haia (sposo di Nidaba) Ki o Nantu o Ninhursag o Ninmah (dea della terra, uno dei quattro creatori) Inanna (dea della fecondità e della bellezza) Ishkur (dio della pioggia e degli uragani) Ishtaran (dio preposto a comporre le divergenze) Lahar (dio del bestiame) Nammu (personificazione del mare primordiale) Nanna o Sin (dio della luna) Nidaba (dea della saggezza, della scrittura e della letteratura) Nin-Asu (dea degli inferi, figlia di Ereshkigal) Ninlil (dea dell'aria e del grano) Ningal (madre di Utu e dea della luna) Utu (dio del sole, equivalente al babilonese Shamash) Ziusudra (l'uomo salvato dal diluvio universale, chiamato nellEpopea di Gilgamesh Utnapishtim ossia "Giorno di vita")

I demoni ombra (udug) invece rappresentano un concetto molto particolare, in quanto avevano origine negativa ed erano capaci di infiltrarsi nei tessuti degli esseri viventi. L'Udug (Sumero: 𒌜), in seguito noto in Akkadian come l'Utukku, erano una classe ambigua di demoni dell'antica mitologia mesopotamica generalmente malevola, anche se un membro dei demoni (Pazuzu) era disposto a scontrarsi sia con i suoi simili, sia con gli dei, anche se viene descritto come una presenza ostile all'uomo. La parola è generalmente ambigua e talvolta viene usata per riferirsi ai demoni nel loro insieme piuttosto che a un tipo specifico di demone, tuttavia le descrizioni attribuiscono agli udug caratteristiche spesso date ad altri antichi demoni mesopotamici: un'ombra scura, assenza di luce che lo circonda, veleno e una voce assordante. Gli antichi testi mesopotamici sopravvissuti che danno istruzioni per esorcizzare il malvagio Udug sono conosciuti come i testi di Udug Hul. Sono note solo poche descrizioni dell'Udug e, secondo Gina Konstantopoulos, non sono mai state identificate rappresentazioni pittoriche o visive. In un incantesimo bilingue scritto sia su sumero che in accadico, il dio Asalluḫi descrive il "malvagio udug" a suo padre Enki:

O mio padre, il malvagio Udug [Udug Hul], il suo aspetto è maligno e la sua statura torreggia,

Sebbene non sia un dio (dingir) il suo clamore è grande e la sua luminosità [melam] immensa,

È buio, la sua ombra è nera e non c'è luce nel suo corpo,

Si nasconde sempre, si rifugia, [non] non è orgoglioso,

I suoi artigli gocciolano bile, lascia una scia di veleno,

La sua cintura non viene rilasciata, le sue braccia racchiudono,

Riempie l'obiettivo della sua rabbia di lacrime, in tutte le terre, [il suo] grido di battaglia non può essere trattenuto.