Raccuja (pron. "Raccùia", anticamente anche Raccuia e Raccuglia) è un comune italiano di abitanti della città metropolitana di Messina in Sicilia.

Geografia fisica L'abitato si erge alle pendici di monte Castegnerazza, immerso in una campagna coltivata in prevalenza a noccioleti e uliveti, ma che ad altitudini maggiori cangia in boschi di conifere e impervie balze rocciose. Il territorio comunale abbraccia, infatti, una variegata area che dalla bassa collina (ca. ) sale sino ai rilievi nebroidei, per toccare quota nella Serra di Baratta. Alla vista di chi perviene dai monti, il paese sembra pendere verso la fiumara, adagiato com'è secondo un asse longitudinale monte-fiume: per questo ha i connotati di un vero e proprio borgo, che dal castello normanno scende sino ai quartieri nobili e all'imponente chiesa madre.

Origini del nome Nei documenti e nella cartografia redatti in lingua latina, il nome appare come Raccudia. Numerose oscillazioni registra, invece, la versione italiana, essendo attestate le varianti Raccuia, Raccuglia, Roccaglia, Recusia e Raccuya. Sino al Novecento, nella documentazione burocratica e ufficiale la variante Raccuia è più frequente di Raccuja, quest'ultima affermatasi infine come variante colta del toponimo, con grafia alternativa del suono semivocalico palatale nel dittongo.

Secondo un'ipotesi il nome deriverebbe dall'antico francese roccaille, indicante accumuli di rocce, grotte e, in generale, terreni pietrosi e gessosi, quali le aree su cui si sviluppa l'abitato e quelle immediatamente a sud del borgo e a monte dell'abbazia basiliana di San Nicolò del Fico (antico monte Lafìco), specie in località Rocca d'armi e Pizzo Cucùzza. Il nome sarebbe stato dato al luogo dai normanni, francofoni, al momento della loro conquista della Sicilia.Giuseppe Argeri, Brevissima sintesi della storia di Raccuja, Cassa Rurale ed Artigiana, 1982. Inoltre, la leggenda popolare vorrebbe Raccuja fondata dal Gran Conte Ruggero d'Altavilla, dopo una battaglia combattuta contro le forze musulmane nella vallata ai piedi della Rocca d'armi, nella quale l'esercito avrebbe trovato riparo la notte precedente lo scontro: tuttavia, le cronache del tempo non menzionano alcuna battaglia verosimilmente combattuta nei luoghi, né le fonti successive ne parlano, limitandosi (Fazello, Pirri) a riferire della fondazione o della dedicazione dell'abbazia di San Nicolò del Fico da parte di Ruggero.

Un'altra versione vorrebbe il nome derivare dalla lingua araba e composto dalle parole rahal, "casale" o "luogo di riposo", e kuddia, "collina", con il significato di "casale sulla collina". Nondimeno, la penetrazione araba nell'alta valle del torrente Sinagra durante i secoli IX-XI non è provata da alcuna emergenza archeologica o testimonianza documentale, essendosi al più limitata a pochi insediamenti rurali sparsi nel territorio.

Storia L'origine del centro è legata al monastero di San Nicolò del Fico, dell'ordine di rito greco di San Basilio, costruito presumibilmente in età bizantina (VI secolo d.C. - IX secolo d.C.), unitamente a un presidio sul luogo dell'attuale centro abitato, e sopravvissuto al periodo della dominazione araba in Sicilia. Nel 1091 Ruggero I di Sicilia dotò il monastero di un vasto e ricco territorio che dalla dorsale dei monti Nebrodi scendeva sino al mare, come risulta da un privilegio del 1144 con cui Ruggero II riconfermava all'abate Blasio le donazioni già elargite al monastero dal padre Ruggero.

Nel 1282 il centro compare in un atto col toponimo di Raccuye.In "Ricordi e documenti del Vespro Siciliano, pubblicati a cura della Società Siciliana di Storia Patria nella ricorrenza del Sesto centenario, Parte I, per i tipi del giornale "Lo Statuto", 1882, pp. 338 e 340. Nel 1296, dopo due secoli in cui era ricompreso nel demanio regio, diventa feudo degli Orioles, famiglia di origine spagnola giunta in Sicilia al seguito di Pietro III d'Aragona, negli anni della guerra del Vespro. Nel 1507 la baronia passa prima alla famiglia Valdina, poi ai La Rocca, che la reggono sino al 1552.

Dal 1552 il feudo, innalzato a contea, è possedimento della famiglia Branciforti, importantissimo casato aristocratico che governa Raccuja sino al 1812, anno della caduta degli stati feudali in Sicilia. I Branciforti incrementarono la produzione della seta, tessuto pregiato che venne esportato in tutta l'isola, e sotto il loro dominio fiorirono le arti e la cultura: al monastero basiliano si aggiunsero i minori osservanti, le benedettine e i carmelitani calzati; vennero, inoltre, costruiti nuovi quartieri e la grande chiesa madre, la cui facciata si deve a Rinaldo Bonanno, architetto e scultore nativo di Raccuja.

Nel XVII secolo, Giuseppe Branciforti, principe di Pietraperzia e conte di Raccuja, volendo isolarsi dalla vita di corte, fissò la propria dimora in un'area della campagna palermitana che avrebbe ospitato le ville della grande nobiltà siciliana, dando così origine all'attuale città di Bagheria: il nuovo centro abitato fu originariamente chiamato Raccuja Nuova, come riferisce Vito Maria Amico nel suo Lexicon Topographicum Siculum. In quell'occasione molte genti del borgo si trasferirono nella nuova città, diffondendo nel palermitano il cognome "Raccuia", anche nella variante "Raccuglia".

Nell'Ottocento si formò un importante ceto di borghesi e proprietari terrieri, che acquistarono le terre dei Branciforti e, dopo il 1866 con l'eversione dell'asse ecclesiastico disposta dal neonato Regno d'Italia, si spartirono gli enormi possedimenti ecclesiastici, da secoli in manomorta ma con diritti d'uso collettivi, i quali divennero proprietà esclusiva delle famiglie Angotta, Amato, Picardi e, soprattutto, Li Perni e Natoli. Si registrò, inoltre, un rinnovato fermento culturale, come testimoniano la costruzione di palazzi di architettura neorinascimentale, la creazione di una camera di compagnia sul modello dei caffè parigini, nonché la nomina al Senato del Regno di Silvestro Picardi, divenuto ministro dell'agricoltura del Governo Zanardelli nel 1901.

Alla metà degli anni cinquanta del Novecento, in occasione della tentata riforma agraria, si ebbero in Raccuja significative lotte bracciantili, che concorsero a superare il predominio economico e sociale delle grandi famiglie dei possidenti.

Simboli Lo stemma e il gonfalone sono stati concessi con DPR del 24 ottobre 1984. Stemma

Lo stemma del comune di Raccuja trae ispirazione dal blasone dei Branciforti. Gonfalone

Monumenti e luoghi d'interesse Chiesa madre

Grande edificio cinquecentesco a pianta basilicale, domina tutta la parte bassa dell'abitato e dà nome all'intero quartiere in cui si trova, detto propriamente matrice. La facciata è preceduta da un pregevole sagrato in conci squadrati di pietra arenaria e ciottoli granitici dal tipico colore rossastro, che compongono varie ed articolate figure geometriche.

Chiesa del Carmine

L'esterno è semplice e lineare. La facciata è abbellita da un austero portale in pietra arenaria, con sovrastante stemma dell'Ordine del Carmelo, datato 1855. A sinistra dell'edificio si eleva la slanciata torre campanaria. L'interno, a navata unica, presentava prima del restauro quattro semplici altari laterali; l'altare centrale era, invece, abbellito da marmi policromi e da una macchina lignea, che ospitava in una nicchia centrale il gruppo scultoreo della Madonna del Carmelo con san Simeone Stock, datati 1726. Nel paliotto figurava un bassorilievo secentesco della Madonna del Carmelo, mentre quattro colonne tortili sorreggevano l'impalcatura della elaborata macchina lignea superiore. Dell'altare rimangono frammenti lignei e marmorei, scampati allo smembramento e alla dispersione che hanno subito i beni della chiesa nella seconda metà del Novecento, durante un lungo periodo di chiusura e abbandono. Oggi, nella restaurata chiesa, si può ammirare la pregevole statua lignea della Vergine del Carmelo, rivestita di lamina d'oro; le altre statue, invece, sono conservate nel vicino castello Branciforti, in attesa di più idonea sistemazione. Dell'attiguo Convento retto dai padri carmelitani calzati, fondato, come la chiesa, nel 1604, non restano tracce: confiscato nel 1866, nell'area sorge dagli anni '70 del Novecento una struttura comunale.

Castello Branciforti

Il castello Branciforti è un maniero fondato in epoca normanna su preesistenze, principalmente di epoca romana e islamica, ed è situato nel cuore medioevale del paese. L'edificio originario subì vistose modifiche nel XIII secolo quando venne infeudato al barone Berengario Orioles, nel corso del XVI secolo quando passò ai Branciforti (donde il titolo), infine dopo l'Unità d'Italia quando venne ridotto a carcere giudiziario. In forte stato di abbandono e di degrado, è stato restaurato nel corso degli anni novanta e restituito alla città nel 2009, quale sede di museo, archivio e biblioteca comunali.

Monastero di San Nicolò del Fico È il più antico edificio della cittadina, risalente al periodo bizantino e ricostruito in epoca normanna grazie ad una munificenza del Conte Ruggero I d'Altavilla. La chiesa, ad una navata, è all'interno impreziosita da un arco trionfale in arenaria abbellito con motivi floreali, e conserva una preziosissima tela raffigurante San Basilio Magno con la Vergine e il Bambino, attribuito a Giuseppe Tomasi per la firma dell'artista, presente nel fregio sottostante della stola del santo.

Chiesa di San Pietro Ha origine medievale ed è stata costruita attorno a un'antica torre normanna, che funge ora da campanile. L'interno, diviso in due navate da un pregiato colonnato, conserva un prezioso altare ligneo del XVII secolo.

Le tholoi e la trazzera regia Nelle propaggini occidentali dei monti Nebrodi, in particolare nell'area dei comuni di Floresta, Ucria e, soprattutto, Raccuja, sono presenti un insieme di strutture architettoniche rurali di modeste dimensioni ed estremamente semplici: le cosiddette tholoi (pagliari in dialetto locale). Sono strutture circolari in blocchi di pietra arenaria fissati a secco, senza cioè l'uso di malta, che si elevano da terra per circa 2 metri e che terminano con una mirabile copertura a pseudocupola, con blocchi aggettanti, che si reggono e sostengono a vicenda. All'interno vi è un unico vano, circolare anch'esso, al quale si accede da un accesso ricavato nella struttura perimetrale, sovrastato da un architrave e, negli edifici più recenti, fiancheggiato da stipiti.

Le origini di tali strutture sono incerte: alcuni asseriscono che siano di derivazione micenea e che risalgano ai primi anni della colonizzazione greca in Sicilia (VIII-VII secolo a.C.). In tal caso le tholoi avrebbero dovuto fungere da necropoli funeraria (come le più famose strutture micenee del Peloponneso, luogo di sepoltura dei re e della classe nobiliare). Di sicuro c'è solo che tali edifici, a partire dal secolo XVII-XVIII divennero rifugio per i pastori dei luoghi, pertanto furono restaurati e ricostruiti per sopperire a funzioni di ricovero, anche del bestiame.

Esse sono disseminate in tutto l'agro raccujese, e insieme agli antichi sentieri rurali caratterizzano il paesaggio montano. Tra le varie trazzere, da segnalare è l'importante ed antichissima trazzera regia, la Capo Calavà-Randazzo, della quale rimane il tracciato che va da Fondachello a monte Cucuzza (antico Monte La Fico, dal nome del monastero di San Nicolò, sito ai suoi piedi): essa si inerpica poi verso la dorsale dei monti Nebrodi, toccando le caratteristiche rocce della Pedata Mula e gli ameni boschi della Nocera e della Grilla.

Cultura Tradizioni e festività civili e religiose Le diverse dominazioni che si sono avvicendate nei secoli hanno lasciato nella cultura e nella tradizione dei luoghi segni indelebili, di arte e folklore. Le feste religiose sono il centro delle manifestazioni annuali, ma sono attorniate e assistite da eventi ludici dal carattere culturale o ricreativo.